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R come Rifugiati. Ma anche come sfollati. Quattro milioni di iracheni sono il fattore destabilizzante del Medio Oriente

Paola Caridi

Mercoledi' 26 Settembre 2007

Quattro milioni. Dei quali, due milioni e mezzo (stimati) si trovano nella corona di stati che circonda l’Iraq. E un altro milione e mezzo disperso all’interno dei confini. È il “fattore R” l’incubo prossimo venturo, in quella parte di mondo arabo che ha accolto coloro che sul braccio portano l’invisibile R di Rifugiati. Iracheni. Perché, mentre gli strateghi si occupano di resistenza, guerriglia, terrorismo e dei pericoli nucleari prossimi venturi, è proprio il Fattore R la variabile geopolitica più immediata e importante che metterà a dura prova la stabilità dei paesi confinanti. Siria e Giordania in testa. Replicando, in proporzioni maggiori, quanto è successo con i rifugiati palestinesi da sessant’anni a questa parte per la vita e la stabilità di altri paesi. Come, esempio principe, il Libano.
Non è un caso che gli stessi profughi iracheni definiscano se stessi come i “nuovi palestinesi”. Una descrizione niente affatto semplicistica o immaginifica, che implica invece due questioni determinanti: anzitutto la verosimile long durèe del rifugio e dell’esilio, e, di conseguenza, la collocazione dei rifugiati nel nuovo tessuto sociale, nel nuovo panorama geografico, nelle statistiche occulte del lavoro e delle condizioni abitative.
Per la seconda volta nel giro di sessant’anni – un tempo storico decisamente breve – il mondo arabo deve digerire, dunque, uno sconquasso demografico di proporzioni che dire consistenti è usare un eufemismo buono per le cancellerie. Non certo per le realtà sociopolitiche, per le economie nazionali, per la stessa identità culturale dei paesi che ne sono vittime. Con una differenza importante, sottolineata con acume da Julie Peteet sull’ultimo numero di Middle East Report, rivista di tutto rispetto nel panorama degli studi sulla regione mediorientale. I rifugiati palestinesi erano stati subito visibili nel 1948 e poi nel 1967, ammassati com’erano dentro i campi, e nei campi – trasformatisi nel frattempo in vere e proprie enclave etnico-politiche – sono rimasti sino a oggi. Rendendosi, in questo modo, un fattore, un problema da risolvere, un punto all’ordine del giorno dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Gli iracheni rifugiati in Siria, in Giordania, in Egitto, in Iran, in Turchia, sono al contrario dispersi, nascosti soprattutto nelle realtà città. Non sono nei campi, dunque non sono visibili, dunque non sono – finora, almeno per la grande politica internazionale – un problema urgente da risolvere.
Lo sono, invece, un problema urgente da risolvere per i due grandi ricettori, Siria e Giordania. Paesi che sinora sono stati capaci di digerire quasi un milione e mezzo di profughi, il primo, e almeno 750mila (ma c’è chi parla di quasi un milione di iracheni) il secondo. Dove sono? Cosa fanno? Come gestiscono la loro vita e il loro esilio, gli iracheni che si trovano tra Damasco e Amman? Difficile, per chiunque, tracciare un quadro che possa essere preciso. Perché la mancanza dei campi, la dispersione nei tessuti urbani rendono gli iracheni un soggetto sfuggente, impossibile da fotografare. Sia perché non vogliono essere rintracciabili e rispediti indietro. Sia perché gli stessi paesi d’accoglienza non vogliono qualificarli come un fattore della crisi irachena.
Nella prima fase, subito dopo l’invasione angloamericana della primavera 2003, gli iracheni che raggiunsero Damasco e Amman appartenevano alla media, anche alta borghesia, erano i fuoriusciti del regime di Saddam, la burocrazia sunnita in fuga, ma anche gli imprenditori cristiani. Poi ci sono stati i familiari di chi era, al contrario, fuggito dall’Iraq negli anni Novanta per sfuggire alla dittatura baathista, e si era installato appena a ovest della frontiera. Ondate, queste, che hanno portato soldi, in Siria e in Giordania, ma ha anche stravolto il mercato immobiliare, il commercio, l’equilibrio socioeconomico. Dopo, sono arrivati semplicemente gli iracheni in fuga. Che non si registrano all’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, se non in minima parte. E che spesso non mandano i bambini a scuola, se è vero che quest’anno in Siria ci saranno 75mila bambini iracheni iscritti al nuovo anno scolastico, e 50mila in Giordania. Dove sono gli altri? La domanda non è solo umanitaria. È anche politica e strategica. Cosa saranno, insomma,gli iracheni in esilio? Magari un partito iracheno assimilato dentro i paesi di destinazione. Oppure gruppi di pressione distinti secondo linee etnoreligiose: gli sciiti che sono andati in Libano, per esempio; i sunniti in Siria, un paese che comunque è già tradizionalmente misto; oppure gli sciiti che in Giordania rischiano di squilibrare un paese omogeneo.
È proprio la Giordania il caso più emblematico. Perché i rifugiati iracheni rappresentano oggi almeno un decimo della popolazione. Che sommato ad almeno il 50% di palestinesi che appare nelle statistiche, rende i giordani ormai minoranza in un paese considerato fondamentale, per esempio, per la strategia americana in Medio Oriente. La retrovia dell’Iraq, com’è ormai Amman, non potrà sopportare per molto uno squilibrio così pesante, in cui è proprio il Fattore R ad assumere un ruolo consistente. Il peso che rischia di far slittare l’ago della bilancia.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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