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ARRIVANO LE PENNE A ROMPERE I TABU

I grandi scrittori israeliani chiedono di negoziare una tregua con Hamas

Paola Caridi

Martedi' 25 Settembre 2007
Stavolta la pressione non è arrivata da fuori. Da circoli possibilisti o da politici europei. È arrivata direttamente dalla coscienza critica del paese, dai buoni grilli parlanti che in Israele intervengono nei passaggi più delicati della politica nazionale. E della storia.
L’argomento è tabù. Parlare con Hamas, negoziare col movimento islamista palestinese che non vuole riconoscere Israele. Ma i grandi scrittori dell’Israele di oggi – Amos Oz, David Grossman, AB Yehoshua, Meir Shalev – sono lì apposta, spesso, per rompere i tabù della politica. E non solo per descrivere le anime diverse della società. Con Hamas, invece, bisogna negoziare, “e senza precondizioni”, hanno scritto assieme ad altri sette artisti e intellettuali in un annuncio a pagamento pubblicato ieri sul quotidiano Haaretz, che riproduce la lettera aperta inviata il giorno prima al premier Ehud Olmert. Con Hamas è necessario parlare, precisano, non solo per liberare Gilad Shalit, ma per raggiungere “un cessate il fuoco totale per prevenire ulteriori sofferenze da entrambe le parti”. In fondo, ha commentato AB Yehoshua alla radio militare israeliana, “abbiamo trattato con nemici ben più pericolosi”, come fu l’Egitto prima di firmare la pace di Camp David. E la tregua, ha continuato l’autore de Un divorzio tardivo, “precede il riconoscimento”.
Ancora una volta, un appello politico e critico di questa portata ha avuto bisogno, in Israele, di poche righe e dritte al cuore della questione. Parlare con Hamas, negoziare con Hamas sarebbe una svolta di 180 gradi per il governo israeliano, che del boicottaggio di Hamas e del silenzio con Hamas, prima del riconoscimento di Israele, ha fatto il cardine della sua politica sin dalle elezioni palestinesi che nel gennaio del 2006 decretarono la vittoria del movimento islamista. La tempistica dell’appello, nato nel seno dell’Iniziativa di Ginevra di cui alcuni dei firmatari sono stati protagonisti, non è poi casuale. È nel mezzo di due eventi che segnano questo inizio d’autunno in Medio oriente. Arriva, anzitutto, dopo la decisione di pochi giorni fa, da parte del governo israeliano, di considerare Gaza, controllata da Hamas, come una “entità ostile”, e di rispondere al continuo lancio di razzi Qassam che partono da Gaza verso le cittadine del Negev, Sderot in testa, non con la sola opzione militare. Che, ha detto ieri lo stesso premier Olmert di fronte alla commissione esteri e difesa della Knesset, non garantirebbe comunque la fine del lancio di Qassam. Bensì con strumenti inusuali come l’interruzione dell’erogazione di elettricità e di gas, contestata anche dall’Onu perché colpirebbe anzitutto la popolazione civile della Striscia.
L’appello, dunque, arriva quattro giorni dopo l’ultima decisione del governo su Gaza, e prima della conferenza di Washington tra gli israeliani e i palestinesi dell’Autorità Nazionale che ora controlla solo la Cisgiordania. I grandi scrittori chiedono a Olmert di trattare con Abu Mazen, di cogliere al volo l’occasione del canale aperto con Mahmoud Abbas e il premier del governo d’emergenza Salam Fayyad, ma di dare a questo canale una sostanza maggiore. Perché, dicono, il cessate il fuoco con Hamas darebbe “al processo politico maggiori possibilità di avere successo”.
Mentre Abbas è negli Stati Uniti per l’apertura dell’assemblea generale dell’Onu, insomma, in Israele (e tra i palestinesi) ci si chiede quanto l’Anp che siede a Ramallah possa negoziare una pace che poi diventi realtà. I dubbi sulla reale consistenza di un processo di pace con una sola delle fazioni palestinesi coinvolgono, ovviamente su posizioni diametralmente opposte, uomini sia della destra sia della sinistra israeliana. Da una parte Benyamin Netanyahu, che dagli scranni dell’opposizione ha accusato ieri Olmert di essere l’unico nel paese che ancora crede che Abbas sia un partner in un processo negoziale. Dall’altra, uno degli editorialisti più importanti della stampa israeliana, Gideon Levy, autore di un commento durissimo sull’edizione domenicale di Haaretz, in cui chiede ad Abbas di non andare a Washington, accusandolo di non essere un “genuino leader nazionale”, bensì di essere un “gretto commerciante”, una “marionetta i cui fili sono tirati da Israele e Stati Uniti”, un “sopravvissuto politico”. Parole dure, che suonano inusuali per l’opinione pubblica europea, ma che qui sono più diffuse di quanto si pensi.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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