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CONTINUA IN BIRMANIA LA "RIVOLUZIONE PORPORA" DEI MONACI 23/9/07

Diecimila in corteo a Mandalay (a sinistra nell'immagine). Migliaia a Rangoon, sotto le finestre della sede diplomatica di Pechino e di fronte alla casa della Nobel Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari. Che, sfidando le restirzioni cui è sottoposta da 11 anni, esce in strada e saluta un movimento che, partito dai monatseri, sta contagiando il paese

Theo Guzman

Domenica 23 Settembre 2007

Venerdi la federazione dei monaci birmani l'aveva detto chiaramente: “E' tempo per il popolo di lavorare con i monaci e dimostrare coraggiosamente le proprie genuine aspirazioni”. Per la prima volta dall'inizio del “boicottaggio” deciso lunedi scorso dai “mantelli porpora” della Birmania e messo in atto da martedi 18, i monaci avevano chiesto a studenti e civili di unirsi a loro nella lotta contro un regime definito, nei giorni precedenti, “retrogrado” e responsabile della povertà e degli stenti dei birmani. Un appello che non è caduto nel vuoto.
Ieri la protesta ha nuovamente attraversato il paese e a Mandalay, la più importante comunità monastica del paese, con almeno duecento monasteri, ha visto sfilare 10mila tuniche porpora per le strade della città. Ma se a Mandalay non sono stati molti i civili a seguire il corteo dei religiosi (probabilmente per timore di arresti e incidenti) a Rangoon, la vecchia capitale, le cose sono andate molto diversamente e benché il numero dei dimostranti sia stato assai inferiore, il valore politico della marcia di ieri non sfugge a nessuno. Innanzi tutto un migliaio di monaci sono partiti dalla pagoda di Shwedagon, uno dei luoghi ormai topici della protesta, per raggiungere il sobborgo di Dagon dove si trovano i locali della rappresentanza diplomatica cinese. Nella scelta dell'obiettivo della marcia c'è tutta la coscienza che è la Cina il principale sostenitore della giunta birmana. Sono infatti i cinesi che comprano energia in Birmania e difendono la giunta dagli attacchi del consiglio di sicurezza bloccando mozioni e risoluzioni. Infine, altri duecento monaci si sono recati di fronte alla casa della Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, il simbolo della resistenza alla giunta. Erano accompagnati e circondati da studenti e cittadini.
Vestita di giallo, la donna che ha passato undici degli ultimi 17 anni della sua vita agli arresti domiciliari (stato in cui ancora si trova), sfidando le restrizioni cui è sottoposta, è uscita sulla porta di casa, sulla Rangoon's University Avenue, per incontrare i monaci venuti a tributarle il riconoscimento di una statura politica che ha ormai varcato i confini nazionali e che è evidentemente anche nel cuore degli abati buddisti. Mentre le autorità di pubblica sicurezza in assetto anti guerriglia circondavano la casa della Nobel, Suu Kyi si è intrattenuta con un monaco mentre gli abati cantavano salmi e mentre molti manifestanti la salutavano gridando slogan. Un movimento dunque che si estende e che ha registrato l'apprezzamento e il sostegno di Tun Myint Aung, leader del movimento “Studenti dell'88” (anno delle stragi e del golpe militare) ma anche di intellettuali e artisti come Aung Way, uno dei poeti più noti nel paese: “E' tempo – ha detto - che ogni artista birmano e ogni poeta si unisca ai monaci che hanno preso la leadership della protesta contro il regime”.
Regime che tenta di reagire anche servendosi dei monaci vicini alla giunta. La rivista Irrawaddy riferisce che a Sittwe, nell'Arakan, dove martedi scorso ci sono state le proteste più violente e dove la giunta ha usato i gas e arrestato e picchiato diversi monaci, il Comitato Sangha Maha Nayaka, un'organizzazione di monaci filo governativa, ha messo in guardia le teste calde tra i mantelli di porpora su nuove possibili manifestazioni. Ma i monaci avrebbero respinto al mittente l'avvertimento e dunque il Comitato si sarebbe limitato a raccomandare prudenza anche perché, a quanto pare, i monaci “ribelli” avrebbero messo in piedi un proprio comitato per organizzare nuove manifestazioni. Come che sia, avvertono fonti di stampa locali, le forze di sicurezza non stanno con le mani in mano e stanno rafforzando tutti i loro dispositivi nel paese.
Il futuro, per monaci e cittadini birmani, è ancora incerto e denso di rischi. Un analista birmano esiliato in Thailandia, Aung Thu Nyein, che ha definito il breve incontro fra i monaci e la Nobel a Rangoon un «evento importante» ha detto alla France Press che «il regime si è mostrato estremamente prudente negli ultimi giorni e sta tentando di evitare tensioni con i manifestanti». La scommessa è quanto durerà.



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