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Condi Rice arriva in Medio Oriente, mentre tra israeliani e palestinesi aumentano i dubbi sulla riunione di Washington

Paola Caridi

Giovedi' 20 Settembre 2007
La decisione era nell’aria da giorni. Era addirittura stata preannunciata come una delle opzioni possibili dal ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni quando, prima del capodanno ebraico, un razzo Qassam era caduto su di un campo di addestramento reclute, ad appena un chilometro di distanza dal confine di Gaza. C’erano stati 69 soldati coinvolti, una ventina con ferite più o meno gravi, causate dal fatto che il razzo era caduto in piena notte sulla tenda adibita a mensa, accanto alle tende-dormitorio. Allora, Tzipi Livni aveva detto che la risposta di Israele verso Hamas e Gaza sarebbe stata presa dopo Rosh Hashana, forse domenica. E che tra le alternative in gioco c’era, appunto, anche il taglio dei rifornimenti di luce e gas verso la Striscia.
Nessuno, però, immaginava che alla chiusura dei rubinetti (parziale, per il momento) di elettricità e carburante Israele abbinasse un passo politico così definitivo. Gaza, governata da Hamas, è da ieri una “entità ostile” per Tel Aviv. Una decisione presa all’unanimità dal gabinetto di sicurezza israeliano, poche ore prima dell’arrivo a Gerusalemme di Condoleezza Rice, sulla cui visita già pesavano gli ostacoli sempre più alti per un risultato sostanzioso alla conferenza di pace di Washington.
Il segretario di stato americano si è trovato, così, a commentare una decisione di alto significato politico, senza averne prima discusso né con gli israeliani né, soprattutto, con la parte palestinese con la quale si sta trattando un’intesa di pace. Il risultato è stato che la Rice, nella conferenza stampa con la sua omologa Livni, ha sostenuto il governo di Tel Aviv, dichiarando che anche per gli Stati Uniti Gaza è una “entità ostile”. A un primo sguardo, questo significa che la pace con i palestinesi sarà confinata alla sola Cisgiordania, decretando una separazione - quella tra Ramallah e Gaza City - che invece alcuni attori arabi stavano cercando di ricomporre soprattutto nelle ultime due settimane. Mediazione esemplificata, tra l’altro, dalla rapida visita di Mahmoud Abbas a Riyadh, lo scorso 11 settembre, per parlare con re Abdullah e affermare che gli accordi della Mecca (quelli che spianarono la strada alla breve avventura del governo di unità nazionale tra Hamas e Fatah) non sono morti e sepolti. E ai buoni uffici di qualche non ben precisato stato arabo c’era stato, a Gaza, il passo compiuto da Ismail Haniyeh verso la Jihad Islamica, a cui era stato chiesto di interrompere il lancio di Qassam verso Sderot e le cittadine israeliane del Negev.
Ora che Gaza è una “entità ostile” per Israele, i margini per soluzioni alternative si restringono al lumicino. Mentre anche la conferenza di pace di Washington rischia di abortire, visto che Abbas è stato costretto a stigmatizzare la decisione israeliana come una “punizione collettiva” che renderà ancora più duro l’embargo contro il milione e mezzo di palestinesi che vivono rinchiusi nella Striscia. Un’accusa che fa seguito, tra l’altro, alle rimostranze sulla dura operazione che l’esercito israeliano sta compiendo nell’area di Nablus, dove negli scorsi due giorni gli scontri tra unità speciali e militanti palestinesi hanno già causato tre morti su entrambi i fronti.
Neanche la data della conferenza è, a questo punto, un appiglio sicuro per israeliani e palestinesi. L’ufficio di Abbas ne ha chiesto addirittura un rinvio, segno che la nebbia sulla riunione di Washington, lungi dal diradarsi, si sta infittendo. Ancor di più, dopo la decisione su Gaza, arrivata dopo che si erano parzialmente dissolte le nubi che si erano addensate su Israele e su tutto il Medio Oriente in seguito al misterioso raid dell’aviazione di Tel Aviv sulla Siria. Per decretare che sul fronte nord la situazione era migliorata, martedì era sceso addirittura in campo il presidente Shimon Peres, duro con l’Iran, ma molto meno con Damasco nella sua conferenza stampa con i giornalisti stranieri. Nel frattempo, il ministro della difesa Ehud Barak aveva riunito, sempre martedì, i più alti vertici militari per aprire l’altro dossier, quello – appunto - di Gaza. Risultato: per gli uomini della difesa è meglio rispondere, ora, con mezzi diversi da un’operazione di terra in grande stile dentro la Striscia. Meglio, per adesso, chiudere – almeno parzialmente – i rubinetti dei servizi che passano da Israele verso Gaza. Almeno elettricità e carburante, mentre – per il momento – l’erogazione dell’acqua potabile non sarà interrotta. Una reazione, la cui paternità evidentemente è di Barak e dei vertici militari, che il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha approvato e sostenuto ieri all’unanimità.
Tutti d’accordo, insomma, sull’idea che l’esercito israeliano non voglia, per il momento, rientrare in massa dentro Gaza, ma continuare con le incursioni quasi quotidiane nel nord e nell’estremo sud della Striscia. La risposta, dice la decisione israeliana, è più politica che militare, se sono vere le indiscrezioni secondo le quali Barak avrebbe detto nel gabinetto di sicurezza di ieri che l’obiettivo è “indebolire Hamas”. Tagliare il consenso popolare, dunque, attorno al governo di Ismail Haniyeh che controlla Gaza, tagliando luce e gas secondo percentuali che non intacchino gli approvvigionamenti umanitari. Cosa questo voglia dire, nei dettagli, non è ancora dato di sapere. Non si sa se e quando verrà messa in atto, quanta elettricità e quanto carburante arriveranno, visto che – dicono le autorità israeliane – si invierà il necessario per far funzionare i generatori degli ospedali. L’unico elemento che viene ripetuto, è che gli esperti legali faranno attenere Israele alle convenzioni internazionali che regolano le questioni umanitarie.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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