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Il segretario di Stato USA incontrerà (separatamente) Olmert e Abbas. Ma sembra lontana l'intesa sul documento finale e sul numero degli invitati a Washington

Paola Caridi

Mercoledi' 19 Settembre 2007
Difficile preparare una cena se il problema non è solo assemblare un menu che possa gradevole per tutti. Ma anche redigere una lista degli invitati con un po’ di anticipo. È per questo che il rapido viaggio in Medio Oriente di Condoleezza Rice, che comincia ufficialmente oggi, viene considerato cruciale per sapere dove andrà la conferenza di pace di Washington tra israeliani e palestinesi. Una conferenza di cui, a dire il vero, si sa ancora ben poco: il menu – e cioè i termini dell’intesa tra Ehud Olmert e Mahmoud Abbas – si modifica ogni giorno, stando alle indiscrezioni di stampa (soprattutto israeliana). Gli invitati calano e salgono di numero a seconda di quello che si dice o si sussurra sul menu. E lo stesso calendario della conferenza è ancora da decidere: prima era novembre, ora si parla più vagamente dell’autunno, mentre tutti pensano che si svolgerà prima della festa del ringraziamento.
L’unica cosa certa, per ora, è che il segretario di stato Condoleezza Rice non si riunirà assieme a Olmert e Abbas. Ma vedrà i due leader separatamente. Il premier israeliano a cena stasera a Gerusalemme. Il presidente dell’Autorità Nazionale domani a Ramallah. Sembra lontano, dunque, l’obiettivo di un documento comune già elaborato, su cui ragionare tutti e tre assieme a poche settimane dalla conferenza, tanto è vero che i portavoce continuano a diminuire la portata politica del viaggio del segretario di stato americano. La Rice dovrà invece far superare a israeliani e palestinesi la distanza che si è creata soprattutto nell’ultima settimana, resa pubblica dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Che hanno fatto chiaramente intendere la possibilità di un fallimento a priori della conferenza, se Olmert rimane sulla sua posizione: presentare a Washington un documento generico di principio, sul quale apporre le firme.
Se questo è il piatto che sarà presentato alla conferenza, Abu Mazen potrebbe non andarci, a Washington. I palestinesi vogliono una intesa su punti specifici e un preciso piano di lavoro. Sotto questo obiettivo minimo non si può andare, dicono, perché il rischio è serio per la stabilità dell’ancora debole Autorità Palestinese rinchiusa in Cisgiordania. E più in generale per il Medio Oriente. Meglio che non ci sia nessuna conferenza, piuttosto che una conferenza che partorisca il classico topolino, dicono i consiglieri di Abbas.
Per Israele, però, l’intesa sullo status finale è difficile da far digerire. Anzitutto al partito del premier, il Kadima, dove aumentano le preoccupazioni su di un’Autorità Palestinese che non ha potere su Gaza, dove Hamas regna, pur con tutti i se e i ma di queste ultime settimane. E poi c’è quella parte dell’opinione pubblica di destra che lo Stato palestinese non lo vuole, e che andrà a protestare di fronte alla residenza di Olmert, proprio durante la sua cena con la Rice.
A far aumentare il mal di testa delle diplomazie in gioco, c’è in parallelo anche la vexata quaestio della lista degli invitati. I palestinesi vorrebbero tutte le parti in gioco, compresa soprattutto la Siria, che invece gli Stati Uniti non vogliono, men che mai di questi tempi, in cui l’amministrazione Bush è impegnata ad accusare Damasco anche di intrattenere rapporti con la Corea del Nord sulla tecnologia militare. Non è, però, solo la questione siriana a rendere confuso il numero dei partecipanti. Il nodo dell’Arabia Saudita, per esempio, non è stato risolto: non solo perché Riyadh non ha rapporti con Tel Aviv e mettere i rispettivi rappresentanti nella stessa stanza a Washington sarebbe quasi impossibile. Ma anche perché la monarchia saudita ha gli stessi dubbi dei palestinesi: una conferenza senza un documento finale sostanzioso provoca più danni che altro. Timori condivisi, stavolta, persino dagli alleati di ferro degli Stati Uniti in terra araba, Giordania ed Egitto.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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