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Ma chi ha davvero vinto è l'astensionismo. L'affluenza non supera il 41%. Oggi i risultati


Nell'immagine il simbolo del Pjd

Ornella Tommasi

Domenica 9 Settembre 2007

Tangeri - Gli islamisti moderati del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Pjd) già si proclamano vincitori delle elezioni marocchine. La leadership del Pjd afferma di essere diventata la prima forza politica del Paese che conterebbe almeno 56 seggi contro i 42 del 2002, al di sotto dunque dei 70-80 sperati. Ma in attesa dei risultati definitivi resi noti oggi, il vero protagonista del voto resta la bassissima quanto annunciata astensione: un'impennata era arrivata dopo la preghiera e il rituale cuscus in famiglia ma comunque le percentuali sono rimaste scoraggianti e alle 19 di venerdi, l'affluenza si è attestata sul 41%”, come dichiarato a urne chiuse dal ministro degli Interni Benmoussa.
La parola d’ordine del “makhzen” (il Palazzo) si è manifestata subito improntata a non drammatizzare il dato, che pure è di undici punti percentuali in meno rispetto alle legislative precedenti. Ciò che conta soprattutto però è non far scattare l’associazione “astensione-protesta” contro la classe politica, sottolineando invece il fatto che non si sono registrati incidenti, prova provata della maturità del corpo elettorale che anche con l’assenteismo avrebbe dimostrato libertà nell’esercizio del diritto di voto. Nessuna spiegazione ufficiale invece per il fatto che ben l’80% degli aventi diritti sia andato a ritirare le schede elettorali, che qui non vengono recapitate a domicilio, ma che poi solo la metà abbia deciso di utilizzarle. Possibili spiegazioni arrivano dagli umori della strada, francamente disillusa e sfiduciata, e nell’analisi più compassata di qualche commentatore televisivo: i temi della campagna elettorale non sono stai in grado di mobilitare i 15 milioni di marocchini preoccupati soprattutto della mancanza di lavoro, in un paese che pure ha una crescita economica più che soddisfacente e cantieri di grandi opere che spuntano a ritmo vertiginoso. Senza contare che il Ramadan è alle porte, coi prezzi di farina e semola in aumento per colpa della siccità. Argomenti questi che sono piuttosto il cavallo di battaglia degli islamisti più pragmatici.
I risultati definitivi dovrebbero arrivare oggi ma intanto, stando anche alle dichiarazioni dei diretti interessati, non sembra che ci sia stato l’ipotizzato sfondamento del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, la vera star di queste elezioni per tutti i media occidentali. Già ieri, a spoglio ancora largamente in corso, il numero due del partito Lahcen Daoudi ha detto che il partito avrà “al massimo 56 seggi”, invece dei 70-80 che ci si aspettava. La colpa, secondo Daoudi, è “dei soldi che sono girati a fiumi”, ma il Pjd dovrebbe essere “comunque il partito più forte. Altrimenti vuol dire che tutto è andato a rovescio”.
Se è vero che nel Marocco sunnita il Pjd è l’unico partito “religioso” autorizzato, l’area politica che si ispira al Profeta e ai suoi insegnamenti è molto più composita. Al di là dei partitini nati da recenti scissioni dalla casa-madre, tra cui il Prv, il partito per la Rinascita e la Virtù dell’ex imam di Torino, conservatori in religione ma con ammiccamenti a sinistra in politica, è al-Adl wa-Ihssane, ovvero Giustizia e Bene, il vero movimento alternativo al Pjd: forte connotazione mistico-religiosa intrisa di elementi della filosofia sufi, ispirato dalla figura carismatica dello sheikh Abdessalam Yassine ma anche all’attivismo mediatico di sua figlia Nadia. Ormai vecchio e malandato, Yassine è stato spesso oggetto di una sorta di folklore a causa delle visioni che lo terrebbero in stretto contatto col Profeta e col suo messaggero, l’arcangelo Gabriele. La vicenda più famosa riguarda l'annunciazione della fine dell’odiata monarchia alauita attualmente in carica e dopo una serie di rivolte che avrebbero infiammato il Marocco nel 2006.Al di là del colore, comunque ben bilanciato dal pragmatismo della figlia Nadia che tiene conferenze in inglese agli studenti di Berkely sui diritti delle donne nell’Islam, l’evoluzione politica del pensiero dello sceicco Yassine meriterebbe qualche approfondimento. Soprattutto per stabilire un confine ben netto tra fondamentalismo religioso e collusioni col terrorismo islamico.
Tutt’altro che simpatizzante per Bin Laden, al punto da non esecrare nemmeno troppo i raid americani sulla patria di Osama, il leader di Adl wa-Ihssane non parla nemmeno di islamizzare lo stato. La strategia dichiarata sarebbe piuttosto quella di una moralizzazione in senso islamico della società attraverso un lavoro dal basso che solo gradualmente, e col consenso della base, potrebbe arrivare a conquistare il potere. Strumenti privilegiati la lotta alla corruzione e alla disoccupazione e una particolare attenzione allo statuto della donna, non certo in senso progressista come la intenderemmo da questa parte del mondo ma per una valorizzazione del ruolo femminile all’interno della società.
L’esito di questa strategia si vedrà sui tempi lunghi, ma intanto il movimento può contare su un numero non trascurabile di simpatizzanti. E il suo essere fuori dall’agone elettorale, coi tempi che corrono, potrebbe fargli segnare addirittura un punto a favore.



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