Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Fernando Cardenal, il “crociato” dell'alfabetizzazione

ADDIO A GIOVANNI CUONO

UN SALUTO A NIAZI 5/7/13

IL LUNGO CAMMINO DI SAVERIO TUTINO 28/11/11

IL VIAGGIATORE CHE DIFENDEVA LA GEOGRAFIA 31/8/11

DEDICATO AD ALFREDO 16/3/09

RICORDO DI GIULIANA MALPEZZI 5/11/08

GIULIANA E L'ANIMA DELL'ASIA 18/8/08

CIAO ROCCO 19/7/08

IN MORTE DEL PADRE DEL DOI MOI 11/7/08

RICORDO DI SERGIO NOJA NOSEDA 4/2/08

I SEGRETI DELLA SUHARTO INC. NELLA TOMBA DELL'AUTOCRATE 29/1/08

ADDIO A SANTE SPADAVECCHIA 15/9/07

ADDIO A ODA MAKOTO,L'INTELLETTUALE CHE SCENDEVA IN PIAZZA 31/8/2007

E' MORTO FRANCO CARLINI 30/8/07

ADDIO A SANTE SPADAVECCHIA 15/9/07

IL 27 agosto è mancato il fondatore, presidente e animatore del Centro di cultura Italia Asia "G. Scalise" Sante Spadavecchia. I funerali si sono svolti oggi nel pomeriggio a Proserpio

Aggiornato il

Sabato 15 Settembre 2007

Un ricordo

In questi tempi in cui i generali sono sulla bocca di tutti – da quelli che non si vorrebbero togliere la divisa come in Pakistan, che vorrebbero imporre a tutti i costi il proprio pensiero come in Turchia o che dovranno spiegarci come si vince la guerra d’Iraq – un uomo che la divisa aveva messo in naftalina da un pezzo se n’è andato, com’era nel suo stile, senza far rumore. Sante Spadavecchia, generale in pensione, del militare aveva conservato il piglio un po’ marziale, l’uso inveterato del “lei” anche con gli amici più cari e soprattutto quel rigore che, quando non è becero autoritarismo, è il tratto migliore di un buon soldato. Sante era stato un buon soldato anche fuori dalla caserma che, da militare di carriera, era diventata a lungo il suo ufficio. Ma avendo sposato la figlia di Guglielmo Scalise, un militare come lui e – come lui – con la passione dell’Asia, aveva cominciato a navigare a passi spediti nel mondo della cultura giapponese e, in senso più lato, della civiltà asiatica. Animato da una grande passione, in gran parte comunicata ai figli (a Nicoletta in particolare), Sante aveva pensato che la nostra provinciale Italietta del dopoguerra avrebbe dovuto guardare un po’ oltre gli orizzonti. E poiché aveva per Scalise una smisurata ammirazione, pensò di conciliare le due cose fondando il Centro di cultura Italia Asia intitolato per appunto al vecchio orientalista (così si diceva un tempo) ormai scomparso.
Corrono gli anni Settanta quando Spadavechia fonda il centro. Vi aderiscono in tanti. Molti sono accademici, altri sono orientalisti (oggi si dice asiatisti) per passione. La scommessa riesce ma Sante non è contento. Gli pare, al generale cui non manca una visione strategica, che ci voglia linfa fresca. Che ci vogliano insomma dei giovinotti che, mi si perdoni l’ingrato paragone, prendano la ramazza e diano una mano a spazzare. Ma non c’è aria di caserma tra le mura delle diverse sedi che Sante riesce a procurarsi a Milano. Non che giovani non ce ne fossero (penso tra gli altri a Marilia Albenese) ma, per Sante, non abbastanza. Nei primi anni Ottanta tira dentro anche me e Guido Corradi, da poco tornati con una ricerca dall’Indonesia per la tesi di laurea. Poi ci sono Gigliola Foschi e Mauro Baffico (fotografa l’una, editore – adesso – l’altro) e via così, un giovinastro dopo l’altro, avendo cura di innaffiare con un po’ di sapienza quella passione ancora implume per l’Asia che ci scorreva nelle vene.
Per me fu una grande scuola anche perché Sante mi diede l’occasione di essere tra i fondatori – e il primo direttore - di “Quaderni asiatici”, una piccola rivista che, grazie soprattutto all’energia delle sorelle Malpezzi, ancora esiste e produce. Così come il centro ancora esiste e produce: seminari, incontri, informazione sull’Asia.
Sante dunque coltivò e incoraggiò la mia passione per l’Asia e fece maturare in me anche quella del giornalista, affidandomi la direzione della sua giovane creatura che, agli albori, era l’evoluzione tipografica di una stagione di ciclostilati prodotti da una macchina di fortuna che aveva sempre qualche guasto ma che Sante manuteneva con grande attenzione.
Credo così di dovere molto a quest’uomo che, già avanti con l’età, è sempre venuto ai miei incontri milanesi quando l’occasione di un libro o di una conferenza mi riporta nella mia città natale, Milano. Sante invece passava lunghi periodi a Trani durante l’estate, una delle città più belle di un Sud molto amato dal generale che veniva dal meridione d’Italia e che viveva ormai nella “capitale morale”. Lì, nella grande baraonda degli anni Settanta-Ottanta, sfrucugliando nel mezzo di una generazione un po’ allo sbando, Sante gettò i suoi semi e i suoi ami. Anche a noi, che amavamo (e ancora amiamo) l’Asia più da viaggiatori che da studiosi e che accompagnavamo le buone letture a lunghe peregrinazioni tra Kabul e Benares. Ma dal vecchio generale mai arrivò un rimprovero, un moralistico accenno di dissenso, un’antipatica intromissione nella nostra vita privata. Era di quelli, credo, che pensano che l’esempio sia il viatico migliore per dire la nostra. Senza troppe chiacchiere, senza troppe ramanzine.
Non sono mai riuscito a ottenere di passare dal “lei” al “tu”: “Vede Giordana – mi disse alla mia formale richiesta in uno di quei lunghi pomeriggi che passavamo assieme tra ciclostili e sogni orientali – è bene che il nostro rapporto rimanga così”. Non c’era superbia, gerarchia o desiderio di distanza in quelle parole. Ma l’affermazione di un rispetto reciproco che passava, oltre che attraverso un affetto raramente comunicato ma presente, da un rapporto professionale. Mi piace ricordarlo così. L’unica intimità era chiamarsi per nome (e guai a chiamarlo generale). Emanuele Sante.
Addio Sante. Ci mancherai.

Emanuele Giordana

---------------------------------------------------------


Buon viaggio generale

Ho letto il bel "ricordo" pubblicato il 29.8 su questo sito e vorrei aggiungere due parole su di un aspetto certamente meno noto del Generale, pur contando moltissimo per chi scrive : la sua attività in seno alla piccola Associazione del nostro Reggimento, il "Settimo", di cui lui era presidente ed era stato, assieme ai Coratelli e ai Ferri, fondatore.
Mi ha colpito, e la condivido in pieno, una definizione scritta su di lui, quella d'uomo "rigoroso" senza esser stato autoritario, di personalità autorevole ma mai riduttiva, mai disattenta alla complessità e alla ricchezza dei fatti umani. L'incontrai per la prima volta a fine anni ottanta nella sede di via Burigozzo dell'Associazione ; avevo terminato da poco il mio servizio di prima nomina e nonostante - o forse per - la dedizione che c'avevo messo non mi esaltava del tutto, lì per lì, l'idea di far parte di una organizzazione di reduci dell'Esercito.
Partivo, dunque, prevenuto e questo destò in me ancora maggior sorpresa quando, dopo non più di due incontri con i membri di quell'Associazione, ne rimasi del tutto affascinato. Il nucleo di costoro era composto, oltre che dal Generale Spadavecchia, dal brillantissimo Colonnello Coratelli e da sua sorella Italia, dal pirotecnico Caporal Maggiore Ferri, dal figlio d'arte Ten. Scalise e dagli Ufficiali Volontè, Fumarola e Magni, da Sinatra e dal simpatico ed estroverso Sergente Bonalume o dal compunto Caporale Zanchi, pronto a scattare sull'attenti nonostante i chili di troppo accumulati, ma pure dall'Avv. Borghi, dall'Ing. Cortese, dalla madrina Logiri Crippa e dalle altre patronesse, le Vesconi, le Cordani, ecc., dal vivace Don Marco Melzi, che prese i voti dopo la guerra, e da molti altri che, direttamente o indirettamente, avevano tutti condiviso le esperienze del fronte, la campagna d'Albania, la Grecia, Syros, le luci e le ombre.
Non c'era in loro, allora, così come non vi fu in tutti i successivi vent'anni in cui ebbi a frequentarli, alcuna traccia, nemmeno la più lontana, di retorica, nessuna enfasi. Niente prosopopea : solo l'umanità di gente autentica, disponibile, cordiale sempre e verso chiunque, uomini e donne che sapevano offrire le loro intelligenze - senza alcun dubbio superiori - a un legame di solidarietà che andava enormemente oltre qualsiasi celebrazione di ideali guerreschi.
Impartivano, col semplice comportamento, una lezione di stile - una delle più grandi cui abbia assistito.
Ed evidentemente non era una percezione solo mia.
Oltre al mio amico Dell'Oro e a me, che siamo di Milano, infatti, ogni anno affluivano puntualmente, per stare con loro, decine di Ufficiali e di Sottufficiali in servizio appartenenti al ricostituito 7° Fanteria di stanza a Udine. Tanto che persino oggi che il Reggimento è di nuovo stato sciolto, e nonostante la triste notizia gli fosse pervenuta soltanto dodici ore prima delle esequie, al funerale il Colonnello Bargagli c'era. Era lì, commosso come per la perdita di un amico.
Si stava fra soldati, con loro, e al tempo stesso, con identica intensità, fra amici.
Fino a pochissimi anni fa, d'altronde, quando ancora il Generale usciva e andava in giro con l'energia di uno di vent'anni di meno, ogni tanto mi parlava col tono del comando. Sono convinto che lo facesse di proposito - sapeva che a me faceva piacere - eppure mai una volta la sua voce fu priva d'ironia e di simpatia, di sottigliezza, di curiosità e di spirito "operativo" verso la vita.
Operativi.
Così mi piace mantenere il ricordo di quando ci vedevamo.
Anche se poi la nostra operatività era impiegata per andare a pranzo in qualche ristorante giapponese, che lui adorava e dove non c'era verso di chiedere il conto al posto suo. "E' un ordine", intimava lui.
"Obbedisco".
Buon viaggio, Generale.

Davide Paleologo

----------------------------------------

Se volete aggiungere il vostro ricordo di Sante mandateci un e-mail a: lettera22@yahoo.it
scrivendo nell’oggetto del messaggio: “Sante”


Vai al sito del Centro Italia-Asia



Powered by Amisnet.org