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OAXACA, ALLE RADICI DEL CONFLITTO 23/08/07

Colloquio con Armando Rendòn Corona e Bernardo Gonzales, professori dell'Università Autonoma metropolitana di Città del Messico. (a sin. le mura dell'antica Mitla, civiltà zapoteca, nei pressi di Oaxaca)

Adalberto Belfiore

Giovedi' 23 Agosto 2007
Managua - I report delle agenzie internazionali per i diritti umani, dalla Cidh (Commissione interamericana per i diritti umani) ad Amnesty International, lasciano pochi dubbi sulla situazione dei diritti umani nello stato di Oaxaca, sud del Messico. Sono gravi le responsabilità delle autorità governative, sia a livello locale che federale. I difensori dei diritti umani denunciano detenzioni arbitrarie, uso smodato della violenza da parte delle forze di polizia, presenza di sicari, distorsioni delle procedure giudiziarie, torture, assassinii, sparizioni di persone. Fatti diventati ormai pane quotidiano nella splendida città di Oaxaca, visitata ogni anno da un flusso crescente di turisti, in particolare europei e nordamericani. Da quando, più di un anno fa, il movimento noto come Sezione 22 del sindacato nazionale dei maestri è stata repressa dalla polizia federale, si è generata una rivolta della popolazione contro il governatore dello stato, Ulises Ruìz del Pri, alleato del Presidente Felipe Calderòn. Ed è nata l’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (Appo), che ha gestito con le modalità della resistenza e la disubbidienza civile un conflitto sociale che ricorda i tempi della “guerra sucia”, la guerra sporca degli anni 70 e 80. Ma quali sono le cause del conflitto?
Ne parliamo con due studiosi messicani, in visita a Managua: Armando Rendòn Corona, politologo, professore dell’Università Autonoma metropolitana di Città del Messico ed autore del libro” Il movimento sociale, il potere popolare e la Appo”, di prossima pubblicazione in Messico, e con Bernardo Gonzales, investigatore, docente di economia nella stessa università.
Lettera22: Come è possibile che per una rivendicazione salariale di pochi pesos si sia arrivati ad uno scontro in cui un’intera città è stata militarizzata e il Messico sia finito nel mirino delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani?
BG: Ma non si tratta di pochi soldi. La Sezione 22 è un’articolazione di un sindacato che ha 74.000 iscritti. Accoglierne le richieste avrebbe comportato una spesa di 130 milioni di pesos all’anno. Ed avrebbe costituito un pericoloso precedente per le rivendicazioni di altre categorie.
ARC: E’ così. Tuttavia la spiegazione va cercata anche sul terreno politico. Il problema è che in Messico non esiste lo stato di diritto. Si vive una situazione di illegittimità. Lo stesso presidente Calderòn è riuscito a farsi eleggere attraverso brogli che sono passati solo per la corruzione del sistema giudiziario. La corruzione in Messico è la regola ed è stata rafforzata dal patto tra il vecchio Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) e la nuova destra del Partito di azione nazionale (Pan) di Felipe Calderòn. E’ per questo che la via parlamentare, elettorale, é sostanzialmente chiusa per il riconoscimento e la tutela degli interessi popolari. E poi la linea del Pan è quella di non negoziare nulla.
Lettea22: In questo quadro quali sono le prospettive per i movimenti popolari e le loro rivendicazioni, in particolare ad Oaxaca?
ARC: In Messico non mancherebbero gli strumenti istituzionali per portare avanti le rivendicazioni popolari. La costituzione ammette ad esempio l’istituto del “Disconoscimento dei tre poteri dello stato” in seguito ad un “Giudizio popolare” che può avviare una “Petizione per lo scioglimento dei poteri”. Nel caso di Oaxaca il giudizio c’è stato, dopo la repressione del 14 giugno 2006. Ma la petizione non è arrivata al Senato federale perché è stata fermata in commissione. In passato si sono verificati decine di casi di revoca di governatori, in seguito a questa procedura, per casi molto meno gravi. Ma nel caso di Oaxaca il Pri e il Pan hanno fatto muro per difendere il governatore Ruìz, un uomo screditato.
Lettera22: Perché?
ARC: Oaxaca è sempre stato un punto critico. Siamo nel cuore degli stati in cui è forte la presenza delle comunità originarie. Di fronte ad un movimento in espansione, che mette in discussione lo storico “olvido”, la dimenticanza e l’abbandono delle comunità indigene da parte dei poteri centrali, la reazione dei grandi interessi costituiti non poteva che prendere questa forma.
Lettera22: Quali interessi costituiti?
BG: Quelli che ruotano attorno al Plan Puebla Panamà. Come è noto si tratta di un piano lanciato dal presidente Fox nel 2000 in accordo con gli Stati uniti e vari governi centroamericani per “portare lo sviluppo” in Mesoamerica, dallo stato di Puebla in Messico a Panama appunto, passando per tutta l’America centrale. E’ un modello di sviluppo basato sulla creazione di grandi infrastrutture, porti, strade, ferrovie, oleodotti, cablaggio in fibre ottiche eccetera. Però è stato pensato in modo antidemocratico, senza consultare le comunità locali (anche se esiste sulla carta una commissione per la partecipazione) e modellato sugli interessi delle imprese transnazionali, specialmente nordamericane. Ad esempio, il famoso progetto di un canale transoceanico secco tra Coatzalcoalcos, Veracruz e Salina Cruz, Oaxaca, prevede l’esproprio di grandi estensioni di terre di proprietà delle comunità originarie, che dovrebbero così fornire abbondante manodopera “barata”. Ossia sradicamento e molte braccia per salari da fame. E non bisogna dimenticare che in queste stesse terre esistono enormi giacimenti di ferro, bauxite, uranio ed altri minerali “muy codiciados”, molto ambiti dalle multinazionali.
ARC: Per sintetizzare in un concetto la prospettiva della gente che ha partecipato al movimento di Oaxaca userei il termine “resistenza”. E’ un concetto più profondo di quanto si può immaginare in Europa. Risale ai tempi della conquista spagnola. Questa gente resiste da secoli contro ogni forma di abuso. E difende da secoli le sue forme di organizzazione. Il sistema elettorale “occidentale” ad esempio non è considerato il migliore dei sistemi possibili. Viene anzi rifiutato. Su 480 municipi dello stato di Oaxaca 360 sono amministrati secondo la tradizione, con un capo eletto direttamente dalla comunità. E alle ultime elezioni statali l’astensione è arrivata attorno all’80%. Ben più di quanto dicano le statistiche ufficiali. Lo stesso Partito della rivoluzione democratica (Prd) di Manuel Lopez Obrador è stato penalizzato questa volta dall’astensionismo.
Lettera22: Ci saranno delle conseguenze positive ad Oaxaca dopo l’intervento di Amnesty e delle altre organizzazioni per i diritti umani?
ARC: Non c’è da farsi molte illusioni. Amnesty International ha interessato del caso la Corte suprema di giustizia. Ma al massimo ci sarà un’altra commissione di inchiesta. Ce n’è già stata un’altra, senza poteri effettivi. E la Corte suprema in sostanza coprirà i fatti. La maggior parte dei suoi componenti fanno parte dell’oligarchia e si pagano stipendi da 50.000 dollari al mese. Ma la denuncia all’opinione pubblica internazionale è uno dei pochi strumenti che alla lunga contribuiranno a cambiare la situazione.



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