Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PASTORALE MESSICANA PER BERGOGLIO

Messico: un filo d'erba alla fine del tunnel

LA GUERRA SILENZIOSA 6/12/10

IN ARRIVO IL PLAN COLOMBIA IN VERSIONE MESSICANA 14/01/08

OAXACA, ALLE RADICI DEL CONFLITTO 23/08/07

CARTOLINA DA OAXACA 9/8/07

L'INDAGINE DI AMNESTY SUI FATTI DI OAXACA 3/8/07

L’OMBRA DELLA “GUERRA SUCIA” SU OAXACA 19/07/07

MESSICO, LA GUERRIGLIA TORNA A COLPIRE 12/07/07

RITORNO A OAXACA 14/12/06

NOMINA NOTTURNA PER CALDERON, OPPOSIZIONE BEFFATA 2/12/06

MESSICO, PROTESTA AL FEMMINILE ALL'OMBRA DEL SANTIAGUITO 29/11/06

OAXACA BRUCIA ANCORA 28/11/06

MESSICO, LA PIAZZA INVESTE OBRADOR 21/11/06

OAXACA, LA APPO SCEGLIE LA VIA RADICALE 16/11/06

CARTOLINA DA OAXACA 9/8/07

Nella città messicana del potere popolare solo apparentemente battuto da elezioni col 70% di astensione. Un movimento che non si è placato. Tra monumenti, balere, piazze e alberghi a cinque stelle. Reportage dal Messico

A sinistra un manifesto turistico (particolare)

Vittorio Sergi

Giovedi' 9 Agosto 2007
Oxaca - Raul, con il suo sarcasmo da originario dell’istmo di Tehuantepec, ci ha fatto notare che la statua di Benito Juarez indica un posto indefinito, lontano, “il futuro o la fuga, qua si confondono sempre, l’uno con l’altra, chi resta lo fa perché è un po’ pazzo”. La statua è sul Cerro del Fortín, su una curva della Panamericana tra montagne che dominano la piana vulcanica in cui si è sviluppata nei secoli la città di Oaxaca. “Il rispetto per il diritto altrui è la pace” è uno dei motti più celebri di Benito Juarez e lo si può trovare dipinto sulle scuole elementari in tutto il Messico e anche sul muro dei campetti di calcio.
Basterebbe prendere sul serio questa vecchia frase del presidente che lottò contro l’invasione dei francesi di Massimiliano d’Asburgo nel 1867 per capire perché la città di Oaxaca è da un anno l’epicentro di un vasto movimento popolare che si è guadagnato appellativi impegnativi come “La Comune di Oaxaca” e che ha pagato con almeno 23 morti, centinaia di feriti e decine di prigionieri la richiesta di democrazia e di dimissioni del governatore Ulises Ruiz Ortiz. Nelle librerie si vende un libro eloquente: “La Battaglia per Oaxaca”, cronologia dell’ultima annata movimentata dove l’attempata icona del presidente si trasfigura in un Che Guevara con il basco.
A Oaxaca, stato sud-occidentale della federazione messicana, da più di un anno è in corso un aspro scontro politico tra il governo guidato dal Partito Rivoluzionario Instituzionale (PRI) ed un ampio movimento sociale che è nato nel maggio del 2006 da uno sciopero dei maestri organizzati nella “Sezione 22” del sindacato nazionale e che poi si è esteso rapidamente ad ampi settori della società attraverso la Assemblea dei Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO), una coalizione ampia, che raccoglie centinaia di delegati da tutto lo stato e che si propone l’esercizio dell’autogoverno e della democrazia diretta. Nella città di Oaxaca, per mesi, il governo è stato in seria difficoltà; gli uffici pubblici sono stati occupati, le scuole sono rimaste chiuse e centinaia di barricate, presidiate dalla popolazione hanno riempito la città e bloccato le principali strade dello stato. Il 5 agosto si sono svolte le elezioni politiche che hanno registrato una astensione superiore al 70% e tuttavia la vittoria della coalizione guidata dal partito del governatore Ulises Ruiz Ortiz.
Un recentissimo rapporto di Amnesty International si somma alla documentazione raccolta e pubblicata da altre importanti associazioni internazionali come la Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) di Barcellona. Riferiscono di gravi violazioni dei diritti umani durante tutto l’ultimo anno e, secondo Amnesty, all’impunità ed all’uso sproporzionato della forza, si sommano oggi le prime desapariciones di oppositori politici.
Oaxaca è uno degli stati con maggiore indice di povertà del Messico. Il Coneval, Consiglio Nazionale di Valutazione delle Politiche di Sviluppo, organo della Segreteria di Sviluppo Sociale (la ridondanza di titoli è tipica della burocrazia barocca messicana) ha pubblicato, a metà luglio una nuova mappa della povertà nel paese: a Oaxaca il 68% degli abitanti non ha nulla di sua proprietà. Ma allora di chi sono i fuoristrada fiammanti senza targa che sfrecciano fuori dai centri commerciali? Chi va negli alberghi a 5 stelle e nei ristoranti di lusso?
Chi visita il centro storico, passando per la stazione degli autobus di prima classe e poi - sempre nella bolla di aria condizionata - arriva sulle spiagge di Mazunte, Zipolite e Puerto Escondido, può pensare che a furia di ripeterlo sia vero che “no pasa nada”, non succede niente. Che gli indios han fatto tanto rumore per nulla e che in questa regione dal sapore intenso e dalle montagne piene di cactus, alla fine sia normale che valga la legge del Far West.
A un lato della cattedrale, fino all’ultimo fine settimana di elezioni e di tensione, è rimasto il “plantón”, il presidio della APPO, quattro banchetti che vendevano magliette e distribuivano Dvd e volantini: immensi striscioni dipinti da artisti anonimi, stencil punk odoranti di vernice fresca e una manciata di giovani seduti sul lastrico sotto tende improvvisate. Alla sera, per accordo comune, il plantón della APPO si ritirava, la piazza si immergeva nella penombra e restavano e restano soltanto i venditori di hot-dogs per gli ubriachi ed i taxisti dallo sguardo torvo e il baffo d’ordinanza che si lamentano per la crisi del turismo.
La APPO però non è solo il movimento dei maestri, spiega Gustavo Esteva, autore di saggi e libri sulla politica messicana e consigliere degli zapatisti nelle trattative con il governo del 1996. “Dopo il 14 di giugno è sorta una novità: la Sezione 22 ha inventato la Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca come forma di sostegno sociale verso il suo movimento rivendicativo. E invece di essere una singola iniziativa di sostegno al sindacato, è diventata un processo per avvicinare i molteplici movimenti di Oaxaca”. Un movimento di movimenti.
Intanto lo stato di Oaxaca ha vissuto un altro mese di passione a luglio, quando la APPO ha annunciato il boicottaggio della Guelaguetza, un rituale di danza in costume, a cui dal 1937 partecipano delegazioni dalle 7 regioni dello Stato. La Guelaguetza è diventata da anni un businnes turistico, in mano al governatore ed alla sua élite favorita. L’anno scorso, mentre la città era in mano al movimento, col palazzo del governo assediato e la polizia scomparsa, la manifestazione turistica non si è svolta. Quest’anno è stato braccio di ferro tra la APPO, che promuoveva una “Guelaguetza Popular” ed il boicottaggio di quella ufficiale, e il governo, che ha lanciato una massiccia campagna di pubblicità per rilanciare il settore turistico, penalizzato dalle proteste. Il risultato è stata un’altra giornata di intensi scontri in strada il 16 luglio, dopo due giorni di riuscitissime feste popolari mentre migliaia di persone cercavano di raggiungere l’anfiteatro della Guelaguetza sul Cerro del Fortín. Poi, il 23, la cerimonia ufficiale è stata riempita da migliaia di dipendenti pubblici obbligati ad assistere pena il licenziamento ed il 30 luglio l’evento finale è naufragato in un torrenziale acquazzone tropicale. Infine, in un clima di paura e con l’esercito e la polizia nelle strade, è arrivata la settimana delle elezioni.
Nonostante la tensione, nei fine settimana i primi bicchieri di mezcal allontanano la paura. I giovani che si sono conosciuti sulle barricate ballano nei locali del centro e fanno colletta per entrare. Le teste calde a volte sfondano la porta per non pagare l’ingresso. La musica della salsa e della cumbia scalda la notte fino a quando non viene chiaro e le bionde gringas sopravvissute alla sbornia si godono la vacanza. Quando le prime luci si spengono, nella via principale passa un convoglio di poliziotti, elmetti, passamontagna neri e mitra spianati. Chissà cosa sogna il governatore eletto ma tanto odiato dalla sua gente.







Powered by Amisnet.org