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Viaggio stellare a Byurakan, Armenia, 40 km a nord di Yerevan, 1500 metri sulle pendici del monte Aragatz, in quello che fu l’osservatorio astronomico tra i più importanti dell’Urss. E che oggi rischia di chiudere (foto di Chiara Ronchini)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 8 Agosto 2007

“L’astronomia? Oggi non va più di moda. È sempre stata una scienza prestigiosa e d'élite, costosa e impegnativa per i suoi adepti. I risultati possono arrivare dopo decenni di lavoro. Solo i paesi ricchi possono permettersela…”. Ha lo sguardo lievemente malinconico dietro le lenti spesse, il professor Tigran Magakian, 54 anni, ma sfoggia una vistosa camicia hawaiana e pare sapere il fatto suo. Alle sue spalle, sparse in un paesaggio bucolico incolto, tra alberi da frutta e distese di fiori gialli, una dozzina di levigate cupole metalliche scintillano sotto il sole. Paiono asteroidi piovuti da chissà dove. Invece ciascuna nasconde un occhio che scruta il cielo, dal lontano 1947. Siamo a Byurakan, Armenia, 40 km a nord di Yerevan, 1500 metri sulle pendici del monte Aragatz, in quello che fu l’osservatorio astronomico tra i più importanti dell’Urss. Proprio visitando questo luogo da bambino con i genitori, Magakian decise di diventare un esperto delle stelle, e da grande, nel 1975, ci riuscì, rimanendovi per 32 anni.
Tra l'erba alta, pare, si aggira anche qualche serpente velenoso. Il sito fu fondato subito dopo la guerra da Benjamin Ambartsumyan, astronomo di fama mondiale che aveva lavorato a Leningrado e conservava appoggi importanti a Mosca, anche a livello politico: grazie a lui Byurakan ottenne strumentazioni all'avanguardia per l'epoca, e in pochi anni il suo gruppo di lavoro partorì scoperte di rilievo eccezionale nel campo dell’astrofisica. “Per primi – si inorgoglisce Magakian – gli studiosi di Byurakan compresero che ogni giorno nascono nuove stelle: fino a quel momento si credeva che il fenomeno fosse terminato 5 o 6 milioni di anni fa”. Altri svelarono l'esistenza di giovani galassie cui diedero, come da tradizione, il proprio nome: è il caso di Benjamin Markarian. Gli armeni amano vantar primati in qualsiasi dominio dello scibile, ma sulla scienza hanno ragione: “Da sempre questo piccolo paese è stato all’avanguardia nelle discipline scientifiche, e con l'Urss fece un balzo ulteriore, piazzandosi sempre al terzo posto dopo Russia e Ucraina”. Armeno era anche Artem Migoyan, ingegnere inventore del Mig, e i fratelli Alechanyan che crearono le armi laser. Per gli appassionati di archeoastronomia, questa abilità viene da molto lontano, addirittura dalla preistoria. “Ma qui preferiamo occuparci di risultati concreti”, taglia corto Magakian. Che non mancano di certo.

Byurakan apre ufficialmente nel 1956, ma vi si lavorava già da anni. Subito i fenomeni di instabilità che avvengono nell'Universo divengono la linea di studio principale. Oltre a rintracciare stelle neonate, Ambartsumian capì che alcune stelle si formano a gruppi per poi separarsi (associazioni stellari), e che ci sono galassie con nuclei ‘attivi’: teorie presto note e accettate internazionalmente. A partire dagli anni Cinquanta l'osservatorio ospita importanti convegni internazionali, nel 1964 anche la prima conferenza sulle civiltà extraterrestri. Nel 1965 viene fondata Astrofizika, maggiore rivista del settore nell'Urss. Nel 1968 arriva l'Ordine di Lenin, la più prestigiosa onorificenza sovietica. Comincia l'indagine sulle flare stars (bruciano rapidamente e sono molto brillanti) che impegnerà gli studiosi di Byurakan per un decennio. Ne scoprono 1000, più centinaia di oggetti di Herbig-Haro, nebulose cometarie, ammassi stellari e supernovae.
La più meridionale delle repubbliche sovietiche poteva contare su un’invidiabile posizione: “per guardare le stelle ci vogliono montagne alte e cielo limpido, privo di inquinamento atmosferico”, spiega Magakian. Nell’Urss, queste qualità si trovavano solo nel Caucaso. Oggi i siti migliori stanno in posti defilati e spesso naturalisticamente eccezionali: il migliore in assoluto è a Mauna Kea, Hawai, “dove c’è un’enorme montagna che sorge dal mare per più di 4 km, sul picco un telescopio di 8 metri, intorno solo oceano, visione straordinariamente nitida... ci sono appena stato, è un posto magnifico” si illumina lo scienziato. Ecco il perché della camicia. A visitare Byurakan un giorno arrivò anche Pablo Neruda, che definì l'Armenia “un paese antico dal cuore nuovo”. Il boom arriva negli anni settanta-ottanta: l'astronomia viene collegata con nuove scienze, compresa l'esplorazione dello spazio che dà enorme lustro al comunismo sovietico; nasce la fusione nucleare, inizia l'era della fisica. La propaganda ci tiene a dar risalto mediatico a ogni scoperta. “Succede ancor oggi”, fa notare Magakian, che però non ama la “scienza degli exploit”, e ricorda che la sua disciplina esige fatica fisica e dedizione quasi monacale: “si lavora di notte, usando strumenti complicati e liquidi pericolosi”. Niente a che vedere con le scienze “umanitarie” che ora vanno perlopiù, biotecnologie e altre discipline cui si affida la soluzione dei problemi dell'uomo: “Negli anni Novanta, dopo il declino della fisica, questa onnipotenza fu attribuita all'informatica, poi anche lei ci ha delusi. È finita la fiducia illimitata nella scienza”.
L'ultima conferenza a Byurakan nel 1989: i fondi già scarseggiano, i progetti sono ridimensionati. La fine dell'Urss colpisce in modo particolarmente duro l'Armenia: con un terremoto, la guerra del Karabagh, il blocco economico ed energetico che paralizza anche i telescopi. “Furono anni bui in tutti sensi” ricorda Magakian che, oltre ad aver vinto il quiz Chi vuol esser Milionario armeno, è traduttore di capolavori della fantascienza dall’inglese al russo: “A quell'epoca l'Armenia somigliava incredibilmente al mondo dopo la caduta degli Imperi descritto da Isaac Asimov in Foundation. Si pensava solo a sopravvivere”.

Sambat Balayan, astronomo della nuova generazione, tra i pochi non fuggiti all’estero nell’ultimo decennio, è il custode della star di Byurakan: dentro una delle cupole, sotto una volta a listelli di legno che ricorda i tetti delle chiese medievali, c'è uno Schmidt di 1 metro (larghezza dell’obiettivo): il leggendario telescopio inventato nel 1931 dall'ottico tedesco di origine estone Bernhard Schmidt, che usando lastre identiche a quelle fotografiche per registrare le immagini - precise e dalla visione molto ampia - aprì l’era moderna degli studi astronomici. Schmidt aveva perso un braccio da ragazzino, era un alcolizzato e morì in un ospedale psichiatrico. L’esemplare che vediamo fu trafugato dall'Armata Rossa ai nazisti alla fine della seconda guerra mondiale in Europa, poi portato qui in gran segreto e inaugurato da Nikita Krushchev nel 1960. Con questo apparecchio Margarian scoprì le 'sue' galassie. Da dieci anni è fuori uso, e ogni giorno Sambat lotta contro la polvere che lo aggredisce. Si cercano sponsor per farlo rivivere, tra i primi si è fatta avanti la Russia, che resta partner finanziario e scientifico primario per l’Armenia. “Fino a qualche anno fa queste lastre erano fabbricate da Kodak, ora sono fuori produzione, e sostituite dai rivelatori CCD…per noi è un grosso problema”. Come un guaio, ci spiega il collega Tigran Movsissian accompagnandoci nella seconda parte della visita, è il passaggio dalla strumentazione analogica a quella digitale: “dovremo riconvertire tutto, con costi gravosi”. Arriviamo alla cupola principale per sentieri di campagna, superato un ponticello di legno precario su un fiume. Dentro c'è il telescopio più grande di Byurakan, già passato all'analogico: riflettore cassegrain 2.6, età 30 anni. Per farlo star dentro all’obiettivo la fotografa deve schiacciarsi contro le pareti. Fu il secondo per grandezza nell’Urss dopo il 6 metri di Pietroburgo. Sul dorso candido campeggia la scritta Lomo: le mitiche Officine Ottico-Meccaniche di Leningrado, che per decenni sfornarono milioni di fotocamere compatte automatiche per la gioia dei vacanzieri sovietici, oggi oggetto di culto per collezionisti. “Organizziamo anche visite guidate per le scuole - aggiunge Movsissian - e ne faremo per i turisti”. Nella stanza adiacente, due uomini in maniche di camicia chini per terra scrutano due lunghi papiri pieni di grafici e algoritmi. Intorno a loro pannelli, quadri e strumentazioni d’antan. Il veterano Magakian ci raggiunge: “I computer non sono onnipotenti, possono commettere errori. Dopo la crisi dell'informatica all’inizio del secolo, oggi si torna a darle il giusto peso. Star sempre dietro ad aggiornamenti e sviluppi di pc e internet è costoso e spesso non necessario, ma il mercato lo esige”. Di certo internet ha rappresentato una rivoluzione per l’astronomia: “un tempo ogni scienziato lavorava in solitudine accumulando dati per una vita, e riflettendoci sopra. Ora possiamo condividere informazioni tra colleghi di tutto il mondo via web, ed elaborarle. Il cielo è enorme, ci sono cose che non si possono osservare da ogni punto della terra: in Giappone oggi usano i nostri dati per i loro studi, e persino paesi che non possiedono osservatori possono fare astronomia. Esistono enormi database con 300 milioni di stelle catalogate in totale: ma usano programmi ancora imprecisi. Cooperando arriviamo a nuove scoperte in tempi rapidi - forse troppo. La nostra resta però una scienza per pochi: sono solo 10mila gli astronomi nel mondo”.

Dopo la gloria, a fine anni Ottanta il declino. L’implosione dell'Urss segna una drammatica fuga di cervelli. Lo staff di Byurakan si dimezza, passando da 110 persone del 1985 a 54. Alcuni abitano ancora con le famiglie nel campus adiacente, memoria di utopie architettoniche sovietiche. Dopo gli anni Novanta una lieve ripresa, con l'aiuto fondamentale dell'Europa: i soldi della Fondazione Intas, che aiuta lo sviluppo della scienza nei paesi ex comunisti. Oggi però quei fondi sono a rischio: la Commissione Ue ha deciso di chiudere il programma. Gli studiosi di Byurakan collaborano con Francia, Germania, Padova in Italia, Gran Bretagna, Spagna, Messico, Cina e India, ma il loro salario non supera i 150 dollari mensili. Qualcuno dall’estero invia riviste specializzate e libri, e ci sono scambi di scienziati con Europa, Russia e Cina. “Siamo riusciti a resistere fin qui. Ma ora rischiamo il tracollo, decenni di lavoro perduti”, lancia un appello preoccupato Magakian. E conclude con un aneddoto: “Una volta un giornalista chiese ad Ambartsumian: A che serve l’astronomia nella vita quotidiana? Rispose: Un uomo si trova su un picco. Vive normalmente, e qualche volta guarda in alto. Forse i nostri studi possono servire a vederci qualcosa, lassù in alto”.

Sul numero speciale estivo del Diario del mese



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