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VIAGGIO ALL'EDEN, DALLA BOCCIOFILA MARTESANA A FREAK STREET 2/8/07

Per la serie dedicata da il manifesto ai Rifugi della sinistra, un reportage sul Grande Viaggio che, negli anni Settanta, dall'Italia (e da altri paesi d'Europa) arrivava sino a Kathmandu (oggetto ieri anche di una puntata di Radio3Mondo)


(nella foto l'autore sul treno Delhi Benares nel 1975. Foto di G. Corradi)

Emanuele Giordana

Giovedi' 2 Agosto 2007


Per noi che si prendeva l'Orient Express da Milano, l'ultimo ritrovo prima di partire in quelle estati un po' torride e di spasmodica attesa per il grande viaggio era una bocciofila sulla Martesana, fiumiciattolo maleodorante non lontano dalla stazione, animata da pensionati comunisti e giovani fricchettoni dove un pasto con ossobuco e barbera di Broni costava 500 lire. A qualche centinaio di metri gli effluvi della cannabis condivano le serate all'Abanella, un cinema di terza visione rilevato da un amante del genere sex, drug, rock'n roll, dove, oltre a “Il laureato” e “Woodstock”, si proiettava anche “Cavalieri selvaggi” con Omar Sharif e Jack Palance, un grande film sull'Afghanistan che alimentava l'epopea del “Viaggio all'Eden”, come Marco Amante e Luigi Buffarini Guidi avevano chiamato la prima guida per freak sulla via che da Istanbul portava a Kathmandu. Non c'era molto altro come viatico letterario.
Anche Ginsberg era stato in India ma alla fine ci passavamo di mano un altro classico dell'epoca, un libro da due lire, pura operazione furbescamente commerciale ma non priva di seduzione, di Charles Duchaussois, un junkie francese che aveva fatto il giro del mondo con un ago infilato nel braccio. Tant'è: descriveva l'Old Gulhane di Istanbul e raccontava di sordidi buchi del bazar di Bombay dove si fumava oppio o di santoni, guru e ashram dove poter allargare la coscienza a colpi di mantra e di “manali”, l'hascisc nero e profumato delle valli del Nord. Insomma la partenza si preparava così. Amuchina e antibiotici per i più paranoici, pile e lamette da barba per i previdenti, “Siddharta” di Hesse e “Sulla strada” di Kerouac per i raffinati, “Autobiografia di uno yogi” di Paramhansa Yogananda per gli spiritualisti. Inseguiti dagli anatemi di quelli che “no, non si può andar via e mollare la lotta di classe”, ci rodeva – sotto la pergola della “Bocciofila Martesana” - il tarlo della strada e ci faceva poco quel refrain di Giorgio Gaber che cantava di una generazione che scappava “in India e in Turchia” fingendo di essere sana. Eravamo malati, come no. Bruciati dalla passione di quel treno maleodorante che partiva dalla Stazione Centrale e veniva da Parigi diretto a Istanbul, dove gli immigrati turchi di ritorno a casa esibivano le coppole d'ordinanza mentre si attraversava la Iugoslavia di Tito fino alla Porta d'Oro aperta sull'Oriente.
Dopo la Martesana, i ritrovi all'occidentale cui eravamo abituati (a Milano il bar Magenta, l'Erika, il baretto a Sant'Eustorgio, qualche vecchia osteria come quella del Pino in Via Cerva) finivano di colpo. Qualche locale a Belgrado dove potevi bere acquavite e l'ultimo espresso ma in cui già trionfava il caffè serbo, che in Grecia è caffè greco e in Turchia caffè finalmente turco.
Con alle spalle ormai i Campari soda e il barbera dell'Oltrepò, passato che avevi l'ultimo confine alcolico bagnato di retzina e Demestika ghiacciati, restava la birra turca e ormai solo quello splendido te servito nei bicchieri stretti stretti con la pancia sporgente e l'orlo striato da una collanina d'oro, trascinati su un vassoio rotondo di metallo martellato ai tavolini all'aperto di Sultan Ahmet. A Istanbul, per dormire, c'era il Gulhane e ancora l'Old Gulhane o il Balikesir – se non erro un ostello che chiudeva a mezzanotte - oppure i tetti per sfuggire all'afa e risparmiare qualche lira turca. E la mattina il Pudding Shop, dove ingozzarsi di pasticceria ottomana, grassa e zuccherina, ammantata di miele e pinoli e di cui avevi già avuto qualche sentore nei Balcani.
L'Iran era un passaggio veloce. Una notte all'Amir Kabir per i più fortunati e sennò il campeggio di Mashad prima del confine afgano. Era lì, alla frontiera di Tayebad, il vero inizio del viaggio. Ed era a Kabul, la città di cui avevamo distillato ogni sapore nei racconti degli amici, il luogo dove esplodeva l'epopea dei ruggenti Settanta on the road. I freak erano così numerosi che si era creata una vera e propria colonia il cui santuario era chicken street, che è oggi l'ombra di se stessa. Quelli con più soldi stavano al “Peace” e lo chiamavano così perché se dicevi “Peace Hotel” voleva dire che eri un novellino. Se avevi i soldi andavi magari a mangiare al Marco Polo dove, mentre la cucina offriva il solito kabuli palau, ti servivano anche un vino d'uva che forse non era granché ma poteva farti evocare i poemi di Omar Kayyam intitolati al vino. Anche gli afgani, che sono di lingua iranica, conoscono bene la sua poesia mentre noi, lo ammetto, cercavamo il sapore di casa in un liquido senza retrogusto e tratto da un frutto ottimo per l'uva sultanina ma pessimo – a quelle latitudini - per la vinificazione. Nel percorso verso la Posta, il luogo sacro - prima dell'avvento degli Internetcafé - per un vero viaggiatore (ricevevi la corrispondenza al Poste Restante che sarebbe il P.O. Box inglese e il nostro Fermo Posta ma che ovunque si declinava in francese), c'era la possibilità di un frullato di mele o di carote, unica chance vitaminica in un paese dominato da riso e montone e dove mangiare pomodori e insalata era tuo rischio e pericolo. Meloni quelli si, quelli di Kunduz, dolci e bianchi, promessa di frescura nelle estati torride e polverose della capitale afgana.
Sul passo Kyber avevi giusto il tempo di ragionare del fatto che tra l'Afghanistan e il Pakistan esisteva una sorta di terra di nessuno dove comandavano pastori barbuti col fucile in spalla. Col senno di quei viaggi abbiamo capito poi cosa sono le aree tribali pachistane e perché i mujaheddin sparavano a Jalalabad ma dormivano a Peshawar e perché anche adesso quella frontiera porosa è attraversata senza passaporto dai talebani pashtun, che oltre confine si chiamano pathan. A Peshawar, che era ancora una città marcata dall'urbanistica del Cantonment britannico – la città coloniale dell'Impero di Sua maestà – c'era il primo impatto con la geografia umana del subcontinente indiano perché, e lo capivi dopo, la spartizione dell'India aveva diviso a metà il Punjab e dunque, di qua e di là della frontiera indo-pachistana, la gente era la stessa. Comprese le mucche che pascolavano tra gli scoli dei bazar anche nell'islamico Pakistan. A Peshawar potevi stare al Rainbow, famoso perché affacciato sull'acquitrino formato dai residui del cambio dell'olio di un'enorme officina meccanica per camion colorati. Rumore assordante già alle prime luci. Se avevi meno rupie andavi al National, un antico e fatiscente palazzo moghul dove ai prezzi delle stanze corrispondeva anche l'ubicazione in elevazione della stanza. Ma al contrario. Pagavi bene e stavi al primo piano, ombreggiato e ventilato. Meno rupie e salivi a quello superiore. E, infine, se quattrini non ne avevi proprio, passavi la giornata su un terrazzo liquefatto, in stanzette che erano bugigattoli in lamiera caldi come forni. Erano per lo più abitati da junkie all'ultimo stadio per i quali il futuro più prossimo era una sostanza grigiastra derivata dallo sbriciolamento di pastiglie di morfina della Merck. La vulgata raccontava che Peshawar fosse diventato, vai a sapere come, il deposito delle scorte di morfina fin dalla fine della seconda guerra mondiale. Costavan nulla e quei ragazzi finivano il loro viaggio esotico crecandosi le vene nel caldo poco mansueto della terrazza del National. Che ne ricordava un'altra, qualche duemila chilometri più a Est: il Crown Hotel.
Alla fine di Chandni Chowk, nella vecchia Delhi, il Crown aveva la stessa struttura gerarchica verticale del National. E la stessa fauna. Viaggiatori scandinavi dalle gote rosse e i capelli biondo quasi bianco, junkie francesi che imitavano Duchaussois, sfilati britannici dall'aria spiritata che ti raccontavano di questo o quel guru, spacciatori napoletani col passaporto contraffatto, signorini milanesi con kurta e pijama (mediati dal costume locale) su cui, col calar dei primi freddi, esibivano maglioncini di cachemire. Made in England però, anche se la lana veniva dall'India.
Ma l'appuntamento vero era a Kathmandu dove la colonizzazione hippy aveva ribattezzato una strada “freak street”, che ovviamente c'è ancora. Ma oggi è un buon posto per contattare e intervistare giovani maoisti in via di integrazione. Allora era il ritrovo di giovani maoisti occidentali disintegrati che invece che a Pechino erano approdati a Kathmandu. Lì finiva la grande epopea che si risolveva in un biglietto dell'Air India prepagato da casa. O in un ritorno con epatite, pidocchi e un corpo spaventosamente smagrito a dispetto di un'overdose di sensazioni che ti riempivano l'anima appena raffreddata dal gelo che intanto era sceso in Anatolia o lungo l' “autostrada degli studenti” di Tito. E' che poi quel grande calore dell'anima andava di nuovo riscaldato. Alla Martesana e all'Abanella, sognando il prossimo viaggio. Chi non era ancora partito, abbeverandosi ai racconti che si facevano sogno e desiderio, risparmiava sull'aperitivo per comprare la prima tratta del viaggio all'Eden sino a Istanbul. L'estate prossima.

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