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Zabaleen a rischio per l'ingresso delle aziende occidentali (italiane comprese)

Paola Caridi

Sabato 18 Ottobre 2003
Il clacson che strombazza ritmicamente rompe il silenzio dell’ora di pranzo e la calura abbacinante dell’estate cairota. Lungo la strada sterrata caracollano due camioncini ricolmi di sedie, tavoli, mobili ed elettrodomestici. L’intero arredamento di una casa di giovani sposi, mostrato a tutto il quartiere come ancora si usa fare in Egitto. Dove, per poter celebrare il matrimonio secondo tutti i crismi, bisogna prima avere la casa pronta per l’uso. Affacciata al balcone ingombro di panni stesi, la ragazza del primo piano guarda compiaciuta la scena. I capelli neri raccolti, gli orecchini d’oro a pendente, il corpo bello in carne, si sporge da un palazzetto di mattoni rossi che non vedrà mai intonaco o rifiniture.
Tutto normale, come in un qualsiasi quartiere popolare del Cairo, megalopoli da 16 milioni di abitanti, dove strade sterrate e case al limite di qualsiasi regola sono la norma in buona parte della periferia. Se non fosse che, sotto il balcone della ragazza dai capelli neri, insiste una pila di quattro enormi sacchi bianchi. È immondizia riciclata e “confezionata”. Come quella che venti metri più in là si intravvede in un locale buio. Plastica, in questo caso. Ma nella teoria di locali che si aprono sulla strada sterrata c’è di tutto. Come nel corso di una qualsiasi, operosa cittadina, i locali sono in questo caso vere e proprie “officine della monnezza”: metallo, vetro, carta, stoffa, e via elencando. Sino ai rifiuti organici, fondamentali per l’allevamento dei maiali.
Benvenuti a Mansheyet Nasr. Meglio conosciuta come Zabaleen City, il cuore del business dell’immondizia del Cairo. Sotto la montagna del Moqattam, e cioè a pochi passi dalla Cittadella di Mohammed Ali, mèta obbligata del turismo del tutto compreso, ma ben nascosta agli occhi dei vacanzieri, la città dei monnezzai è un mondo a parte. Segnalato, prima che dalla vista, dal fetore di discarica che a un certo punto del percorso prende narici e gola. Un odore secco, persistente, nauseabondo. Al quale però, nel giro di pochi minuti, ci si abitua. Come al rumore di un treno.
“L’immondizia è oro. È il nostro tesoro”, dice Ishak Boulos, portavoce della Garbage Collectors’ Association, uno degli uomini di punta del quartiere in cui vivono – in una singolare dignità – dalle sei alle settemila famiglie. Tradotto in statistiche egiziane, dalle 30 alle 40mila persone. Di cui solo una cinquantina musulmane. Zabaleen City è una enclave copta ortodossa sorta negli ultimi decenni attorno al business del rifiuto. La più importante dei cinque nuclei abitati dagli zabaleen (letteralmente, in arabo, gli “uomini dell’immondizia”) che gravitano attorno alla capitale egiziana. Erano immigrati al Cairo dal sud dell’Egitto circa mezzo secolo fa. Contadini sfuggiti alla fame, insomma. Quelli che in città chiamano saidi, contadini sui quali ancora inventano barzellette gustose e feroci, identiche nella struttura a quelle sui nostri carabinieri. Per campare, i saidi non avevano trovato di meglio da fare se non cominciare a raccogliere rifiuti. Con i quali dar da mangiare ai loro maiali. Poi, da quartieri centrali come quello di Imbaba, furono spinti verso la cerchia esterna del Cairo, in condizioni di vita sempre più precarie. Tanto da far nascere attorno a loro, negli anni Settanta, gruppi di aiuto caritatevole come quello (mitico) di suor Emmanuelle, una vecchia insegnante di francese, con i Pensieri di Blaise Pascal come livre de chevet, trasformatasi per vent’anni nell’angelo delle discariche cairote.
Nessuno, a oggi, sa quanti siano. Forse più di cinquantamila. Tutti sanno, invece, che rischiano di diventare una vera bomba sociale a tempo che potrebbe scoppiare in un giorno non lontano. All’origine di tutto, c’è la rivoluzione in corso al Cairo sulla gestione dei rifiuti, dopo l’ingresso in Egitto dei professionisti della nettezza urbana di marca occidentale. Nella fattispecie, delle quattro aziende che hanno vinto il concorso internazionale da decine di milioni di dollari bandito dalle autorità egiziane per razionalizzare un sistema che, entro breve tempo, avrebbe trasformato la già sporca megalopoli araba in una enorme discarica, visto che delle 10mila tonnellate di rifiuti che la Grande Cairo produce ogni giorno ben il 20% non viene letteralmente raccolto. Della pattuglia, assieme alle due spagnole Enser e Fcc, fanno parte anche due nomi di casa nostra, la Jacorossi-Gesenu di Perugia e la romana AMA, che nel suo pacchetto di affari internazionali ha – oltre all’Egitto - anche il Senegal e l’Honduras.
Con l’arrivo di quelli che a loro appaiono colossi, gli zabaleen temono di perdere non solo il lavoro. Ma un business di tutto rispetto: poco meno di un terzo dell’immondizia che il Cairo produce, ossia 3mila tonnellate di rifiuti raccolti quotidianamente da un piccolo esercito di netturbini “fai-da-te”, armati di improbabili mezzi che vanno dai carretti tirati da asinelli o cavalli (quando non da cammelli) ai più moderni pick-up che usano, al posto delle paratie, pareti di cartone dentro alle quali vengono affastellati sacchetti su sacchetti sino a un’altezza che va anche oltre i tre metri. E sulla montagna di sacchi, spesso un ragazzo o un bambino siede a controllare che nulla cada durante il tragitto. Il “prezioso” carico viene poi portato nei quartieri zabaleen, veri e propri centri di raccolta dove entra in azione il resto delle famiglie. Per selezionare e successivamente per riciclare, con un percentuale di riuso che arriva addirittura all’80 per cento. Ma in condizioni igienico-sanitarie ancora molto precarie, nonostante l’intervento di organizzazioni non governative e associazioni di volontariato di mezzo mondo.
Un complicato sistema, quello degli zabaleen, destinato a finire nel giro di pochissimi anni. Anche se il popolo dell’immondizia egiziano è diventato, ormai da tempo, una sorta di modello endogeno per la “via verde” alla soluzione del problema dei rifiuti. Una esperienza di cui si erano accorte le organizzazioni internazionali, e anche le stesse autorità del Cairo, che avevano concesso sin dal 1996 agli zabaleen la licenza di ritirare i rifiuti e gestirli a loro modo. Sino all’arrivo delle aziende spagnole e italiane che, comunque, sempre con gli zabaleen hanno dovuto trattare. Non solo perché la loro estromissione dal sistema di nettezza urbana avrebbe fatto scoppiare la bomba sociale. Ma anche per la loro pluridecennale esperienza sul campo. E così, in questi ultimi mesi, tutt’e quattro le aziende (italiane comprese) si sono trovate nel mezzo di un braccio di ferro tra autorità egiziane e zabaleen per integrare i monnezzari cairoti nei loro ranghi. Una contrattazione lunga e difficile, dicono molte voci raccolte nella capitale egiziana, anche per la presenza dei caporioni che gestiscono la complicata comunità degli zabaleen. E che rischiano di fare la cresta sui salari che le aziende versano alle cooperative di ‘monnezzari’ create allo scopo.
Alla fine del negoziato, ognuna delle aziende ha dato vita a diversi tipi di contratto. Vuoi servendosi a tempo determinato degli zabaleen per continuare il porta-a-porta, vuoi consentendo loro – in una prima fase – di selezionare e riciclare i rifiuti. Un compromesso che, però, non soddisfa per ora nessuno. Né gli zabaleen che continuano a protestare perché sostengono di guadagnare meno di prima, visto che con il nuovo regime non lavora l’intera famiglia ma, in genere, solo il padre o uno dei maschi del nucleo. Né gli utenti che, da mesi, protestano perché vorrebbero continuare con il vecchio sistema, che vedeva il pagamento diretto agli zabaleen per il ritiro dell’immondizia. A nessuno piace, infatti, la novità prevista dalla nuova regolamentazione: e cioè, per la prima volta, l’imposta sui rifiuti inserita nella bolletta dell’elettricità, calcolata in sostanza sulla ricchezza dell’utente. Più elettricità consumi, più paghi per l’immondizia.
Per le aziende italiane, insomma, l’avventura al Cairo si sta rivelando più difficile di quanto previsto. Per gli zabaleen ma non solo, visto che tutti lamentano, palesemente o a mezza bocca, le lungaggini della burocrazia e la mannaia della dogana per importare i macchinari necessari a metter su tutto. L’imbarazzo è palese, perlomeno all’AMA, dove le bocche sono cucite sino a che il sistema non va a regime. Ai Cantieri Esteri Jacorossi, invece, il clima sembra più sereno. Nel quartiere popolare di Imbaba la gente risponde bene ai cambiamenti, dice l’ingegner Ivo Coli, che ha fatto partire anche la raccolta nel vicino quartiere di Agouza. Quello, per capirci, dove ancora vive il premio Nobel per la letteratura Naguib Mahfouz. “La gente ha messo per strada gli striscioni per ringraziarci”, dice con una punta di orgoglio. E nelle vie commerciali della downtown cairota, ormai, gli automezzi bianchi della spagnola Enser non sono più una novità.
A Zabaleen City, però, la paura non è affatto passata. La globalizzazione sta arrivando anche tra le stradine sterrate a ridosso del Moqattam. E nessuno è sicuro che la modernità in versione occidentale sarà, per il popolo delle discariche, un buon affare.


L'articolo è stato pubblicato sul numero del 18 ottobre 2003 di "D - La Repubblica delle Donne"



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