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TURCHIA AL VOTO, ERDOGAN VUOLE STRAVINCERE 22/07/07

Due visioni della Turchia si confrontano oggi alle urne. Da una parte il partito di ispirazione islamica del premier Recep Tayyip Erdogan, che cerca di conciliare tradizione e ingresso in Europa. Dall’altra i difensori della Turchia laica, sostenuti dalle gerarchie militari. (a sin, il fondatore della Turchia moderna Kemal Ataturk)

Gabriele Carchella

Domenica 22 Luglio 2007

L’esodo dai luoghi di vacanza è cominciato da molte ore. A queste elezioni anticipate i turchi non vogliono mancare: secondo le previsioni, l’affluenza sarà alta. Due visioni della Turchia si confrontano oggi alle urne. Da una parte il partito di ispirazione islamica del premier Recep Tayyip Erdogan, che cerca di conciliare tradizione e ingresso in Europa. Dall’altra i difensori della Turchia laica, sostenuti dalle gerarchie militari. Il voto anticipato è l’unica soluzione tirata fuori dal cilindro in un paese in crisi d’identità. Una nazione che guarda all’Europa con diffidenza crescente e teme di perdere i valori a cui tiene di più. Con le elezioni si tenta di sciogliere il nodo intricato del nuovo presidente. Abdullah Gul, ministro degli Esteri e candidato dell’Akp, il partito di governo, è visto dall’opposizione come il simbolo di una deriva verso una politica sempre più soggetta ai dettami dell’islam. Gul nega definendosi un modernizzatore, mentre i suoi avversari sono preoccupati dal velo che sua moglie è solita portare sul capo. Guerra di simboli che si mescola alla lotta di potere, lasciando facile gioco alla propaganda. Sta di fatto che proprio sullo scoglio dell’elezione del presidente si è arenato il parlamento, che ha più volte bocciato Gul. Sulla questione sono anche intervenuti la Corte costituzionale con una sentenza e l’esercito con un comunicato dai toni duri. Ma in gioco, questa domenica, ci sono anche le riforme proposte da Erdogan. Tra queste l’elezione diretta del presidente, che sarebbe così scelto dal popolo. I sondaggi danno per favorito l’Akp di Erdogan, con percentuali che si aggirano intorno al 40%. Sulla sponda opposta, nelle fila poco compatte dell’opposizione, spicca il Chp, il partito popolare repubblicano e nazionalista che fu di Kemal Ataturk. Che però non è riuscito a unire il fronte anti-governativo. Meglio hanno fatto i Lupi Grigi dell’Mhp, il partito nazionalista anti-europeista. Gli osservatori lo danno in crescita dopo che nel precedente test non era riuscito a superare lo sbarramento del 10% per entrare in parlamento. Ci sono poi i candidati curdi, che per aggirare la soglia del 10% si presentano come indipendenti. Sperano di ottenere almeno 20 seggi per formare un partito una volta messo piede in parlamento. Non è ben chiaro quali alleanze potrebbero formarsi dopo il voto. Di certo, per superare la paralisi istituzionale serve un segnale forte dell’elettorato. A questo proposito, Erdogan non nasconde le sue ambizioni: in un’intervista televisiva ha detto di puntare ai due terzi dei seggi parlamentari per poter eleggere il presidente senza dover chiedere favori a nessuno. Il premier ha così smentito precedenti dichiarazioni, in cui si era detto pronto a un metodo di “conciliazione” per la scelta del nuovo capo dello stato. Una carica che gli oppositori vorrebbero ricoperta da una figura di garanzia. Spetterà ai 42,5 milioni di elettori turchi (su una popolazione di oltre 72 milioni) decidere, anche se in modo indiretto, quale delle due soluzioni è la migliore. A suo favore, il partito del premier può rivendicare cinque anni di crescita economica, alcuni progressi in materia di diritti umani e l’apertura dei negoziati per l’ingresso nell’Ue. Ma proprio sull’Europa sembrano essersi raffreddati gli entusiasmi dei turchi, che cinque anni fa erano per il 90% favorevoli all’adesione. Ora pare che i consensi siano scesi sotto al 30%. Il che spiega perché l’ingresso nella Ue sia quasi scomparso dalla campagna elettorale. Tra le tante questioni aperte nella Turchia che va al voto, c’è anche quella curda. Secondo Ankara, circa 2mila guerriglieri del Pkk sono attivi in Turchia e altri 3mila oltre confine, in Iraq. Proprio ieri, Erdogan ha minacciato di nuovo un intervento militare nel nord dell’Iraq per reprimere la resistenza curda. Gli scontri tra esercito e indipendentisti, dalla primavera, avvengono con regolarità. Solo quest’anno si contano oltre 60 vittime tra i soldati turchi. Eppure potrebbero essere proprio i candidati indipendenti curdi l’ago della bilancia di queste elezioni. Si prevede che una ventina di loro potrebbe farcela. In tal caso, sarebbero in grado di negoziare il loro appoggio in cambio di concessioni per la loro causa.

Pubblicato oggi sul Mattino



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