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HAMAS, EGITTO E GIORDANIA MENO DURI 6/7/07

Dopo il sostegno ad Abbas, il Cairo e Amman ammorbidiscono i toni. Sullo sfondo, anche la preoccupazione per la situazione in casa, e la forza dei Fratelli Musulmani

Paola Caridi

Venerdi' 6 Luglio 2007
Non ci sono solo gli occidentali, tra i destinatari del colpo mediatico inferto da Hamas a Fatah, con la liberazione di Alan Johnston e la conferma che a Gaza, l’anarchia ha lasciato il posto a “legge e ordine” in versione islamista. A ricevere il messaggio, prima di tutti, ci sono Egitto e Giordania, gli sponsor arabi dell’ultimo rimescolamento di carte in casa palestinese. E il messaggio dice: ci siamo anche noi, e il nostro controllo di Gaza lo dimostra.
Il rilascio del corrispondente della Bbc, a dire il vero, arriva in una fase in cui le frasi ultimative lanciate dal Cairo e da Amman, all’indomani della presa del potere di Hamas a Gaza, hanno già lasciato il posto a toni più conciliatori. All’inizio, Egitto e Giordania avevano deciso di riguadagnare il terreno perduto a favore di Riyadh (al tempo ormai lontano dell’accordo della Mecca per il governo di unità nazionale palestinese), sostenendo la linea di Stati Uniti, Unione Europea e Israele: sì ad Abu Mazen, senza se e senza ma. Una posizione da cui è nato il summit a quattro di Sharm el Sheykh, i cui deludenti risultati – però – hanno fatto emergere i regali avvelenati che la divisione tra Gaza e Cisgiordania sta regalando non solo al sogno di uno stato palestinese, ma anche agli equilibri della regione. Così, dopo un primo, fermo sostegno ad Abbas e al suo piccolo governo di emergenza a guida Salam Fayyad, cominciano in questi giorni i distinguo di Egitto e Giordania. Gli unici due paesi arabi che hanno firmato un trattato di pace con Israele.
Ed è proprio la piccola Giordania il bersaglio più vulnerabile, invischiata com’è nella tipica fase confusa di un paese ai margini di una guerra (in Iraq) che dura ormai da quattro anni. La tensione in Cisgiordania arriva come il fiato sul collo sulla monarchia hashemita, impegnata in un anno elettorale (municipali e parlamentari) in cui le chance dei Fratelli musulmani giordani sono alte. In più, il pericolo di uno scontro aperto tra Fatah e Hamas in Cisgiordania, che non va escluso a priori, non può non influenzare la Giordania, e non solo per il 60% della popolazione di origine palestinese.
La vecchia e trita idea di una confederazione giordano-cisgiordana riguadagna ogni giorno che passa sempre più consensi in Israele. Dove il paradigma “due popoli/due stati” comincia a ricevere colpi pesanti. Come quello assestato ieri da Moshe Arens sulle colonne di Haaretz. Il re Abdallah II, invece, non vuole sentire parlare dell’idea della confederazione, che sconvolgerebbe irrimediabilmente il già precario equilibrio giordano. Nell’intervista di tre giorni fa al quotidiano indipendente Al Ghad, il monarca hashemita aveva addirittura definito l’idea della confederazione una vera e propria “cospirazione” ai danni di giordani e palestinesi. Quasi contemporaneo, il messaggio a Hamas: rinunciare al potere a Gaza per l’unico obiettivo importante, quello di riunire la Striscia alla Cisgiordania, e dare legittimità all’Autorità Nazionale..
Anche l’Egitto ha ammorbidito le posizioni, dopo aver repentinamente spostato la sua rappresentanza diplomatica da Gaza a Ramallah, indicando in questo modo il pieno sostegno ad Abu Mazen contro il governo di Ismail Hanyeh. Ora, anzi da Sharm, Mubarak parla di dialogo tra le fazioni come l’unico percorso possibile, e le indiscrezioni prevedono un incontro interpalestinese dopo la metà di luglio al Cairo, nonostante Mahmoud Abbas non ne voglia sapere di riaprire i canali con Hamas. Soprattutto dopo la liberazione di Johnston, che ha rinfocolato l’idea, in alcuni ambienti israeliani, che non si possa solo sostenere Abu Mazen e l’ala di Fatah a lui legata, ma si debba anche aprire un canale con Hamas per ottenere il rilascio di Gilad Shalit, in cambio di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Il confine di Gaza, però, è una spina nel fianco, per Il Cairo. Non solo per i circa seimila palestinesi accampati da un mese ad al Arish, nel Sinai, in condizioni umane e sanitarie insopportabili, con una temperatura che supera abbondantemente i quaranta gradi, in attesa che qualcuno riapra il confine per rientrare nella Striscia. Il Sinai è un territorio che l’Egitto governa con sempre più difficoltà: difficile dal punto di vista della sicurezza anche per l’ormai sfilacciato rapporti tra il centro e gli abitanti del governatorato dove c’è Sharm el Sheykh. E sul Sinai si rovescia la tensione che fuoriesce da Gaza, sempre più un campo di concentramento che il mondo ha isolato. I commentatori egiziani parlano di Hamastan, di un emirato islamista al confine con l’Egitto, indicando tra le righe la paura dell’establishment: che Gaza entri in pieno nelle dinamiche politiche interne, complicando ancor di più la confusione degli ultimi mesi, in cui il regime di Mubarak ha reso operativa la linea dura contro la Fratellanza musulmana. Il timore, sempre più diffuso, è che la deriva degli eventi a Gaza dia sostegno a quanti, nel magma islamista, non vogliano più seguire la linea sinora prevalente nella Fratellanza musulmana: far parte appieno del gioco elettorale, entrare nella cornice democratica, scegliere la strada dell’inclusione politica.

Leggi l'analisi a p.7 del Riformista



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