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Conversazione a Ramallah col mediatore dell'esecutivo di unità nazionale, dopo la liberazione di Alan Johnston

Paola Caridi

Giovedi' 5 Luglio 2007
“Non so se la liberazione di Alan Johnston potrà influenzare i rapporti tra Fatah e Hamas, ma è certo che è comunque una cosa molto positiva. I giornalisti potranno tornare a Gaza senza la minaccia di essere sequestrati. C’è ora la sensazione che ci sia ordine, lì nella Striscia. Se poi il rilascio del corrispondente della BBC riesca a influenzare in senso positivo il confronto tra Fatah e Hamas, beh, lo spero. A beneficiare di una situazione così drammatica com’è quella che si vive in Palestina, è solo l’occupazione israeliana”. Mustafa Barghouthi, l’ex ministro dell’informazione del breve governo di unità nazionale palestinese, per Alan Johnston si era battuto con costanza, chiedendo la sua liberazione praticamente ogni giorno: ne aveva lodato le qualità professionali, aveva sostenuto i giornalisti palestinesi che erano scesi in piazza a protestare contro la sua cattura, più dei loro colleghi internazionali.
La notizia del suo rilascio, rimbalzata alle quattro di notte per tutta la Palestina, è giunta dunque come la liberazione da un peso. Il sorriso timido di Alan Johnston non è comunque riuscito sinora a far avvicinare i fratelli in guerra tra Gaza e Ramallah, neanche quando ha sostenuto che proprio il programma di Hamas, che ha tra i suoi punti “legge e ordine” nel caos della Striscia, è stato importante per il suo rilascio. Insomma, mentre a Gaza Hamas esultava per l’indiscutibile successo d’immagine, a Ramallah i primi commenti erano severi. Uno per tutti, quello di Yasser Abed Rabbo, consigliere del presidente Mahmoud Abbas: “il rilascio è stato un film messo in piedi da Hamas”.
“Abed Rabbo è stato sempre contro l’unità nazionale. Persino quando stavamo negoziando il governo con Fatah e Hamas”, commenta Barghouthi, che dell’esecutivo di unità nazionale è stato l’infaticabile mediatore. Nel suo ufficio della Palestinian Medical Relief Society a Ramallah, il leader dell’Iniziativa Nazionale Palestinese indica in Abed Rabbo uno degli avversari più strenui dell’avventura di cui è stato protagonista. “È un’avversione di principio, la sua – commenta Barghouthi -. Io, invece, penso che bisogna affrontare queste cose in chiave politica, non ideologica. Certo che Hamas ha fatto degli errori. Ma adesso l’Autorità Nazionale sta compiendo i suoi”. Il governo di emergenza guidato da Salam Fayyad, per esempio, è un esecutivo a tempo. “Entro un mese scadrà – ricorda Barghouthi -. Senza una ratifica del parlamento, non potranno andare avanti. Chiunque voglia essere leale verso la causa palestinese, deve dare una possibilità agli sforzi per la riconciliazione. Mi chiedo come mai questa gente sia così astiosa verso l’idea stessa dell’unità…”.
La ricetta per uscire da una “crisi così profonda”, dice Barghouthi, è “un governo indipendente di transizione su cui si abbia l’accordo di tutte le fazioni. Per poi prepararsi ad andare alle elezioni”. E qualche prospettiva d’accordo ci potrebbe essere: “questa è una situazione in cui nessuna delle due parti può riuscire a ignorare l’altra”, nonostante “il livello attuale di frazionismo sia disgustoso, duro, ideologico, estremo”.
Barghouthi glissa sulla domanda se proprio lui possa di nuovo trovarsi a riconciliare le posizioni di Fatah e Hamas. E preferisce parlare del “fallimento” della comunità internazionale. “Non è mai stata tanto prevenuta, o resa incapace di agire dalla politica israeliana, quanto lo è adesso. La storia del governo di unità nazionale è un buon esempio. Dopo la sua costituzione, dopo tutte le promesse che ci erano state fatte, non avremmo mai pensato di doverci affrontare le difficoltà in cui ci siamo trovati. Avevamo avuto un’accoglienza diffusa, calda da parte di molti paesi europei. Subito, Israele ha cominciato la sua campagna, prima mobilitando gli Stati Uniti, che hanno poi esercitato la loro pressione sul Quartetto e infine sull’Unione Europea. La UE, a sua volta, non è stata capace di trovare una posizione: se avesse riconosciuto il governo di unità nazionale, non ci sarebbe stato il collasso”.
Il tempo sembra a favore di una frattura sempre più profonda tra Gaza e Cisgiordania. Ma Barghouthi crede che a lungo andare “la realtà politica non potrà far ignorare che ci sarà sempre una pressione oggettiva per tornare di nuovo insieme”. “Non bisogna mai consentire agli alberi di coprire la vista della foresta – dice -. E la foresta è chiara: è l’occupazione, è Gerusalemme, sono i confini, sono le colonie, è il Muro. Abu Mazen può incontrare Olmert decine di volte, e parlare dei fondi da sbloccare, di rimuovere dieci check-point per crearne poi altri venti, di liberare 250 prigionieri dalle prigioni israeliani quando ne vengono arrestati duecento al mese, e in carcere ce ne sono ormai 11mila. Ma nessuno può cambiare i fatti: che siamo sotto occupazione, e che c’è una nazione che si chiama Palestina che vuole essere libera e indipendente. Ora siamo in crisi, ma non durerà per sempre”.

Leggi l'intervista a p.7 del Riformista



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