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LA VERGOGNA DI RAFAH 2/7/07

Migliaia di palestinesi, in pieno deserto, attendono di ritornare a Gaza (una foto di Amr Abdallah, fotografo egiziano, da Flickr)

Paola Caridi

Lunedi' 2 Luglio 2007
Sono ormai seimila, secondo l’ex ministro dell’informazione del governo palestinese di unità nazionale, Mustafa Barghouthi, i palestinesi costretti a rimanere dalla parte egiziana del confine di Rafah. Il confine è chiuso da settimane, da quando le autorità israeliane non hanno più consentito il passaggio tra Gaza ed Egitto. Ma anche prima che Hamas vincesse lo scontro nella Striscia contro la forza di sicurezza preventiva guidata da Rashid Abu Shbak, l’uomo di Mohammed Dahlan a Gaza, il valico di Rafah aveva lavorato a singhiozzo, nonostante la presenza degli osservatori europei, guidati dai nostri carabinieri, che dovevano supervisionare il passaggio del confine. Solo pochi giorni di apertura, rispetto a una chiusura quasi totale di un valico vitale per i gazani, visto che si tratta dell’unico contatto con il resto del mondo. Hamas ha affermato, alla fine di giugno, di aver avviato un negoziato con gli egiziani per poter riaprire il passaggio di Rafah.
Da settimane, dall’altra parte del valico, in territorio egiziano, sopravvivono migliaia di palestinesi che erano andati in Egitto, vuoi per trovare i parenti vuoi (in buona parte) per motivi di salute, e che non possono rientrare a Gaza. Migliaia di persone vivono in situazioni impossibili, con temperature superiori ai 40 gradi, in pieno deserto, senza i soldi necessari per mangiare, con estrema difficoltà di reperire cibo e acqua. Sono bambini, donne, anziani, tutti civili, dimenticati dal mondo.
Una tragedia annunciata, che il primo luglio ha avuto la sua prima vittima: Taghreed Mohammed Al Abed, una donna di 31 anni, malata di cancro. Era andata in Egitto, dal campo profughi di Jabalia, per curarsi. È morta per le condizioni impossibili di vita al confine di Rafah. Sembra una riedizione di quello che sta succedendo da mesi al confine tra Iraq e Siria, nella terra di nessuno in cui sono confinati i profughi palestinesi assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. Non possono tornare indietro, non possono entrare in Siria: vivono sotto tende di fortuna, assistiti dall’Unhcr, senza nessuna speranza. Anche loro, dimenticati e invisibili.

Di seguito, il comunicato emesso il 29 giugno da Luisa Morgantini, Vicepresidente del Parlamento Europeo, su Rafah “scempio di umanità”: "Anziani, ammalati, bambini, donne e uomini in tutto 4000 palestinesi sono bloccati al valico di Rafah, confine meridionale della striscia di Gaza con l'Egitto, sotto un sole cocente, con una temperatura di 42 gradi, senza soldi, e con cibo e acqua centellinati.
A queste 4000 persone non arriva nessun aiuto umanitario e nessuna assistenza dalle organizzazioni internazionali o nè dal Governo Egiziano. Le condizioni igieniche e logistiche sul posto sono del tutto inadeguate e la situazione è ancora più drammatica se si pensa che tra questi molti sono degli ammalati di ritorno dagli ospedali de Il Cairo che chiedono solo di tornare alle proprie case.
Chi di loro può permetterselo, passa le notti negli alberghi più vicini, pagando dei prezzi altissimi, gli altri sono abbandonati a loro stessi e non possono più neanche comprare le medicine.
Il confine, dopo il ritiro di Israele dalla Striscia nel settembre 2005, era controllato dalle forze dell'Autorità nazionale palestinese, con l'ausilio di una settantina di osservatori europei. Dal giugno 2006, quando e' stato rapito a Gaza il soldato israeliano Ghilad Shalit, Israele ne ha permesso l'apertura solo un quinto del tempo, 74 giorni su 365. Dopo i recenti scontri inter-palestinesi, che hanno portato alla vittoria di Hamas a Gaza, Israele ha deciso di aggravare ulteriormente la crisi, con raid indiscriminati nella Striscia e la chiusura dei valichi sia per le persone che per le merci.
Questa situazione deve finire, ma l'Egitto si dice pronto ad aprire la frontiera, l'unica porta sul mondo per il milione e mezzo di palestinesi che vivono a Gaza, soltanto quando tornerà il gruppo di osservatori europei con l'incarico di sorvegliarla dalla parte palestinese, ignorando come fa Israele e la Comunità Internazionale che ci sono migliaia di persone che da due settimane vivono in condizioni disperate.
Rivolgo questo appello all'Unione Europea e all'intera Comunità Internazionale affinché non rimangano inerti di fronte all'ennesimo strazio inferto alla popolazione palestinese, facendo anzi pressioni sul Governo israeliano perché riapra immediatamente tutti i valichi di confine della Striscia di Gaza, che rinchiudono arbitrariamente e unilateralmente in una gabbia la popolazione civile, costretta a sopravvivere senza cibo, acqua e con servizi sanitari al collasso.
Infine ritengo che far proprio questo appello, da parte del neo-eletto inviato speciale del Quartetto, Tony Blair, sia un segnale estremamente importante, un primo passo per ridare credibilità alla sua figura presso l'opinione pubblica palestinese e araba, scettica sull'imparzialità di uno dei fautori principali della catastrofe irachena e accanito sostenitore dell'aggressiva politica estera statunitense.
La soluzione della tragedia palestinese che non è una questione solo umanitaria è nella fine dell' occupazione militare israeliana, ma intanto si agisca subito sulle condizioni di vita quotidiana".



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