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LE RADICI AEREE DI ELIF SHAFAK 7/6/07

Un inedito dell'autrice di "La bastarda di Istanbul" (a sinistra la copertina dle libro) a Massenzio

Emanuele Giordana

Giovedi' 7 Giugno 2007


Roma- Incombe un cielo turgido di pioggia sulla cupola di Massenzio. Nubi pesanti e che preludono ad acquazzoni mediterranei. Non di meno la gente è tanta e si accalca con l'ombrello e la timida speranza che gli Dei risparmino la platea. Elif Shafak, un bella donna dal corpo minuto e dalla voce che ha una sonorità in cui non si percepisce l'accento turco, è una nomade. Non solo della letteratura (scrive in inglese) ma anche dei luoghi fisici. Ha vissuto un po' dovunque anche se, dice prendendo il microfono per il suo reading, “torno sempre a Istanbul”.
L'autrice turca che vive in America e che, in realtà, sembra voler rifuggire da qualsiasi schema identitario, è nota in Italia per un libro che, in Turchia, ha rischiato una condanna. Reato d'opinione per aver parlato, lei come altri (si pensi al nobel Pamuk di cui è buona amica), della strage rimossa degli armeni. Ma non è solo per questo che il suo “La bastarda di Istanbul”, che è un po' dunque lei stessa e la sua scrittura nomade, non è piaciuto alla critica ufficiale. Le hanno contestato il fatto di scrivere in inglese o di usare parole che non si usano più in un paese proiettato dentro la modernità e dove, per molti, le radici e i confini hanno senso soltanto come identità nazionale e non come racconto a tutto campo del bene e del male di un popolo. Le hanno detto che è una donna senza radici.
Elif, leggendo un brano inedito scritto apposta per la performance romana, comincia proprio dalle radici: il sacro Corano, racconta, dice che “in paradiso c'è un albero molto particolare chiamato Tuba. Si dice che cresca capovolto, con le radici rivolte in aria....Proprio come per gli alberi, ciò che permette agli esseri umani di crescere e sopravvivere sono le radici. Ma a differenza di quelle degli alberi, le radici degli esseri umani possono viaggiare”. Proprio come nella metafora del libro sacro all'islam, le radici di Elif sono aeree: Istanbul, Madrid, Amman, Colonia, Boston, ancora Istanbul.
Il suo non avere radici, o meglio averle rivolte all'aria, significa essere liberi. Liberi di raccontare. Elif Shafak ha fatto un grande lavoro sulla memoria, rielaborando molto, racconta, di quello che usciva dalle lunghe frequentazioni con le sue due nonne quand'era bambina. L'una le parlava di un Dio terribile che ci guarda e ci giudica. La sera, andando a letto, Elif aveva dunque vergogna di spogliarsi, pensando a quell'occhio soprannaturale che tutto vede e punisce. Ma l'altra nonna, figlia del mondo esoterico in cui buona parte dell'islam e della tradizione sufi affonda le radici, le diceva che in realtà Allah tutto vede – è varo - ma a volte socchiude lentamente le palpebre e ci permette dunque di vivere, sognare, viaggiare.
Nel raccontare, raccontarsi, con quella voce esile, Shafak non vuole però giustificarsi o difendersi da chi la accusa di essere una cattiva musulmana o una cattiva turca o una cattiva ragazza bastarda. Elif è di quelle donne che si preoccupano di una cultura della paura che si oppone a una cultura dell'amore, rappresentate dalle due nonne, in un certo senso, ma soprattutto dal prevalere di un pensiero corrente, identitario e riduttivo, che vive di contrapposizioni di cui, la più evidente, è quella tra Oriente e Occidente. Schizofrenia e contrapposizione senza senso, aggiunge, se, come è chiaro, oriente e occidente sono solo punti di vista. Un nomade lo sa. Basta cambiare punto d'osservazione.
“E' possibile essere multiculturali – dice – multilingue e si, anche multireligione. Noi scrittori – e questo è il suo messaggio – possiamo fare la spola fra diverse culture”. Facile? “Il mondo non è d'accordo – spiega la sua esile voce – e viviamo in una società sempre più divisa, in cui il numero di persone che crede allo “scontro di civiltà” tra islam e Occidente è in continuo incremento. Prese di posizione rigide e di stampo fondamentalista in un paese provocano il proliferare del fondamentalismo altrove. Le categorie “Oriente” e “Occidente” vengono utilizzate come se si escludessero a vicenda. Definizioni in continuo mutamento diventano statiche, eterne”.
La guerra di Shafak contro l'omologazione culturale comincia da qui. Una guerra combattuta con la penna e il computer e con uno stile che – dice – cerca di essere fluido: come l'acqua. “Non sono certa – aggiunge – di essere riuscita a seguire il sentiero dell'acqua in fatto di amore e di fede ma di certo l'acqua è il modello della mia scrittura”. Già, l'acqua, quella che serve a innaffiare e a nutrire le radici delle piante. Ma quelle di Elif restano rivolte in aria. Metafore. “Un albero con le radici rivolte in aria, una soglia che anela a confondere e a trascendere i confini, e la carovana dell'amore che ha bisogno di identificarsi con l'Altro e di comprenderlo...sono queste – conclude – le metafore che alimentano la mia scrittura”.Alla fine, queste radici aeree appaiono davvero ben salde.

Questo articolo è uscito oggi su La Nuova Sardegna



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