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MUSTAFA, IL GRAN COMUNICATORE 28/5/07

Ritratto di Barghouti, ministro dell'informazione del governo palestinese, che usa modelli comunicativi occidentali mentre fa da ponte tra Fatah e Hamas

Paola Caridi

Lunedi' 28 Maggio 2007
Le indiscrezioni sono arrivate da uno degli autorevoli quotidiani d’Israele, il Maariv, all’indomani degli arresti eccellenti in Cisgiordania che hanno colpito la leadership di Hamas. Dopo la retata in cui sono finiti 33 dirigenti di Hamas, compreso il ministro dell’educazione Nasser Shaer, sembra che dentro le forze armate israeliane non tutti siano d’accordo con l’aumento della tensione in Cisgiordania. “Ci saranno pressioni internazionali per farli rilasciare. E al posto di una pressione internazionale diretta verso Hamas, ce ne sarà una diretta verso Israele”, hanno detto fonti riservate al Maariv.
La questione della pressione internazionale potrebbe diventare, in effetti, una cosa seria, per Israele. Non solo per le prime reazioni, comprese quelle “preoccupate” del dipartimento di stato americano. Ma anche perché c’è un elemento nuovo dentro la pluridecennale crisi israelo-palestinese. La comunicazione, l’informazione, da queste parti, è sempre stata una parte non irrilevante del conflitto. E da qualche mese, nei palazzi del governo palestinese a Ramallah, è cambiato veramente qualcosa. Grazie a Mustafa Barghouti.
Quando Barghouti, classe 1954, è stato designato ministro dell’informazione nel nuovo governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas, qualcuno ha magari pensato che si potesse trattare di un contentino per il vero protagonista delle trattative. L’uomo ponte, dentro la Palestina, tra il movimento nazionalista di Abbas e la leadership islamista. Niente di tutto questo. Barghouti fa parte, in tutto e per tutto, del vero cambiamento nel linguaggio politico palestinese: è l’uomo che deve spiegare soprattutto agli europei, ma anche agli americani, com’è cambiata la Palestina e cosa chiedono i palestinesi. Più di un ministro dell’informazione, quasi un ministro degli esteri ombra, che già incontrato un congruo numero di leader europei, spingendo per la fine del boicottaggio verso il governo dell’Anp.
Non è un cambio di poco conto. E non si basa solo sui rapporti con gli occidentali che il dottor Mustafa Barghouti, studi in medicina a Mosca e una specializzazione economica a Stanford, si è creato in questi decenni di lavoro dentro le Ong e la società civile. Benvoluto dai donatori internazionali, per la sua attività sulla sanità pubblica palestinese, il laico Barghouti fa anche parte a pieno titolo di quella intellighentsjia raffinata palestinese che ha avuto in Edward Said la sua punta di diamante. Non è un caso, insomma, se proprio con Edward Said e col vecchio Haidar Abdul Shafi, l’attuale ministro dell’informazione ha fondato l’Iniziativa Nazionale Palestinese, che propone una terza via tra Fatah e Hamas.
Vecchie conoscenze a parte, l’atout di Mustafa Barghouti sta proprio nell’impersonificare quella generazione cresciuta sulla prima intifada, e che ha un rapporto stretto col territorio e con i militanti, tutto diverso da quello dei “vecchi” di Tunisi. Barghouti (che con il leader di Fatah in Cisgiordania Marwan condivide solo una lontana parentela) vuole andare oltre il mito e descrivere – soprattutto agli europei – ciò che realmente sta succedendo ora sul terreno. E sta usando una strategia comunicativa innovativa.
Un esempio per tutti. Da quando è arrivato al dicastero, il ministero dell’informazione usa i moduli che usano i “colleghi” israeliani: cifre, documenti, statistiche e materiali per sostenere le proprie tesi politiche. Così è successo nell’ultima conferenza stampa sugli arresti della leadership di Hamas in Cisgiordania, in cui ai giornalisti è stato consegnato un cd, e dati sulle vittime dei raid aerei israeliani a Gaza. Nonché le statistiche (indipendenti) di Amnesty International: il rapporto tra israeliani e palestinesi uccisi è cresciuto in maniera esponenziale. 4 palestinesi e un israeliano, durante i cinque anni della seconda intifada. 30 a uno nel 2006, sino a 67 a uno, più del doppio, nei primi mesi del 2007. Il ministero della sanità, poi, ha cominciato a usare dati simili a quelli forniti in Israele: non solo morti, non solo feriti, ma anche traumatizzati da choc. A Gaza, nell’ultima settimana in cui ci sono stati i raid israeliani, se ne sono registrati 442, di cui la metà donne e bambini.
Numeri, ma non solo. Segnalano che la strategia diplomatica, tra Ramallah e Gaza, si è fatta molto più raffinata di prima. E può dare filo da torcere a quella israeliana, che in questi giorni è impegnata a difendere gli abitanti di Sderot sotto i Qassam che arrivano dalla Striscia.

Leggi l'articolo sul Riformista



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