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I SEGNI DELL'OCCUPAZIONE 28/5/07

Intervista a Najwa Najjar, a 40 anni dall'occupazione dei territori palestinesi

Paola Caridi

Lunedi' 28 Maggio 2007
GERUSALEMME/RAMALLAH - “In quattro giorni il Muro è stato tirato su. A cinquanta metri di distanza dalla nostra casa. Troppo duro guardarlo con i miei occhi. Allora ho preso la telecamera, ho pensato che, se l’avessi visto attraverso l’obiettivo, non sarebbe stato reale.” Per una donna palestinese di poco più di trent’anni, per una tipica rappresentante della vivace intellighentsjia laica di Ramallah, l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi ha l’aspetto di un muro di cemento alto almeno otto metri. Najwa Najjar, ne parla però solo come dell’ultimo “segno” – fisico – di una occupazione che all’inizio di giugno celebra i suoi quarant’anni.
“Ce ne sono altri, di segni” – dice Najwa, occhi brillanti, e un viso affascinante circondato da una massa di capelli ricci e corti, considerata una delle registe più di talento della nuova generazione del cinema palestinese: quella che viene dopo Hani Abu Assad e il suo Paradise Now. “Le colonie che ci hanno rubato la terra. Lo sradicamento di olivi millenari. Le strade separate per i coloni dentro la Cisgiordania. Il muro è solo l’ultimo mezzo per prenderci ancora più terra, e per mettere i palestinesi in prigione”.
Quel segno, però, è tanto importante, non solo per lei. Il suo corto, Yasmine Tughani, la “Canzone di Yasmine” del 2005, ha fatto incetta di premi, in Europa, compresa una menzione speciale a Locarno, proprio perché parlava del Muro. Venti minuti di romanticismo asciutto, senza indulgenze, in cui i protagonisti – Yasmine e il giovane fioraio Ziyad - tentano di rompere in primis le barriere dentro la società palestinese. Per poi trovarsi, alla fine, di fronte a una barriera ben più alta. Nessuna fuga, in una storia d’amore senza lieto fine: Ziyad da una parte, Yasmine dall’altra. In mezzo, il Muro. “Ho descritto così quello che noi proviamo di fronte al muro. Un paese di favola, con la gente che lavora, si incontra, gioca sulla strada, che tutto d’un tratto diventa vuoto. Il muro porta via la vita”.
Najwa è arrivata a Ramallah tredici anni fa. Era l’epoca di Oslo, e lei – figlia di una famiglia di palestinesi cristiani di Jaffa, in esilio dal 1948, nata negli Stati Uniti – aveva deciso di andare a vivere in Palestina dopo l’università. “Sarebbe stato ipocrita credere da sempre in qualcosa e non venire qui”, spiega. In questi anni, per lei nulla è cambiato nello spirito dell’occupazione. Neanche nella società palestinese, che pure vive in una condizione “speciale” da almeno due generazioni. “I palestinesi sono veramente gente dura”, dice. “Se devi sopravvivere, l’unico modo per farlo è mantenere il tuo senso identitario e culturale, e una forte moralità”.
Lo ha capito, racconta, quando stava girando il suo secondo documentario, nel 2000, su di un cinema – Al Hamra - che stava per essere abbattuto a Gerusalemme est. Si era chiesta come mai i palestinesi avessero pensato di costruire proprio un cinema nel 1952, “ad appena quattro anni dalla più grande catastrofe, la nakba”. La risposta della gente che in quel cinema è andata per decenni, è stata secca. “Era una questione di sopravvivenza. E io ho scoperto che c’è un legame inscindibile che unisce la distruzione della cultura e la rimozione dell’identità di una persona”.
Forse per questo, a Ramallah e non solo, è cresciuta una nuovissima generazione di artisti che appare molto diversa dalle precedenti. “Sì, Ramallah non è male, dal punto di vista culturale”. Molto moderna, si direbbe in termini occidentali. Nonostante tanti, tra questi artisti, non mettano piede fuori dalla Cisgiordania e da Gaza da anni. Internet è, spesso, l’unico sguardo sul mondo. Il cinema, per molti, il mezzo per raccontare quello che non vogliono più far raccontare ad altri.
“Khalas, basta”, dice. “Quello che voglio è che siamo noi a farlo, a metter su una vera imprenditoria del cinema, della cultura. Mi interessa far vedere i palestinesi, la Palestina al mondo, nella nostra lingua. Sono stanca della gente che, da fuori, racconta la nostra storia. Sono io che voglio raccontarla”. Anche se si tratta di una storia in cui l’occupazione resterà. “Ho un vantaggio, rispetto ad altri palestinesi, di avere dentro di me sogni e film. Ma parliamo in termini realistici, perché mai dovrebbero finire l’occupazione? I rapporti di forza sono così sbilanciati, e il mondo è così silenzioso. La Palestina non è più una questione aperta”. Eppure. “Eppure, sa, è incredibile. La gente continua a sperare. Perché per se stessi, per i loro figli, vogliono semplicemente libertà. È molto difficile vedere gli altri, i non palestinesi, arrivare e poi andarsene, liberi. Mentre i palestinesi sono lì a guardare, costretti a vivere in prigione senza conoscere la sentenza, e la pena da scontare”.

Leggi l'intervista sul Domenicale del Sole24Ore



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