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FUOCO SUI REPORTER. ANDY CERCA ANCORA VERITÀ.

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L’Ucraina dalla crisi politica al caos, sull’orlo di guerra civile e colpo di stato. Le notizie allarmanti giunte ieri in mattinata da Kiev, prospettano uno scenario drammatico per il paese ex sovietico alle porte dell’Europa, da mesi attraversato da una profonda crisi istituzionale.

Lucia Sgueglia

Domenica 27 Maggio 2007
L’Ucraina dalla crisi politica al caos, sull’orlo di guerra civile e colpo di stato. Duemilacinquanta poliziotti antisommossa dei reparti speciali del ministero dell’Interno, fedeli al presidente Yushchenko, marciano verso Kiev guidati dal comandante Kikhtenko. Lo fanno contro gli ordini del ministro degli Interni Tsushko, leale al premier Yanukovych, che ammette di non controllare più le proprie truppe. I colloqui tra i due leader contendenti si risolvono ripetutamente in un nulla di fatto. Queste le notizie allarmanti giunte ieri in mattinata da Kiev, prospettando uno scenario drammatico per il paese ex sovietico alle porte dell’Europa, da mesi attraversato da una profonda crisi istituzionale.
Ieri il cordone militare dispiegato nella capitale intorno ai palazzi del potere dal Consiglio di Sicurezza Nazionale "per monitorare la sicurezza delle istituzioni, l'ordine pubblico e la sicurezza dei residenti" evocava un clima ben diverso dalle colorate dimostrazioni di piazza degli ultimi anni. La città rischia di divenire teatro di scontro tra diversi corpi militari e polizieschi, nazionali e regionali. Nel pomeriggio arrivano conferme e smentite sulla marcia dei duemila: per alcuni, supporter del Partito delle Regioni e polizia stradale delle regioni dell’est li avrebbero bloccati sulla via verso Kiev; per altri, i militi sono fermi alle porte della capitale, indecisi sul da farsi e sui referenti cui obbedire. Il ministro dei trasporti Rudkovski aggiunge confusione vietando i trasporti di ‘formazioni armate’ sui mezzi ferroviari verso la capitale, “per evitare scontri”. Il ministro della Difesa Gritzenko si schiera col presidente, sotto la cui autorità è posto l’esercito di 300mila uomini; ma i vertici militari non si pronunciano.
È l’epilogo, potenzialmente esplosivo, della crisi che da mesi vede contrapporsi premier filorusso e presidente arancione filo-occidentale. Acuitasi ad aprile, quando il governo si oppone allo scioglimento del parlamento (Rada) decretato da Yushenko, innescando un braccio di ferro sull’ipotesi di elezioni anticipate. I giudici della Corte Costituzionale, incaricata di dirimere la crisi, denunciano pesanti pressioni politiche. Venerdi tutto precipita: il procuratore generale della Corte Piskun rifiuta di dimettersi come ordinato da Yushchenko (che pure lo aveva nominato il 26 aprile); il presidente con un decreto avoca a sé il comando delle forze armate dipendenti dal ministero degli interni (circa 40mila unità) per “minacce alla sicurezza nazionale”. Mossa ardita, che il governo azzurro bolla come “incostituzionale”. Il giorno precedente, reparti antisommossa di Tsushko avevano difeso Piskun presidiandone gli uffici, scontrandosi con gli uomini di Yushchenko. Questi grida al colpo di stato, Yanukovich rinvia l’accusa al mittente: “la democrazia ucraina è a rischio”. Per il presidente arancione responsabile di ‘forzature legislative’, piovono accuse di abuso di potere e autoritarismo; l’avversario ha gioco facile nel presentarsi campione della legittimità istituzionale. Alla radice della paralisi il dibattito sulla riforma della Costituzione riguardo la divisione dei poteri statali: da ‘rivoluzionario’ proprio Yushchenko aveva promesso una svolta parlamentarista, poi da presidente ha frenato.
Mosca sceglie ancora il basso profilo. Sempre più preoccupata la Ue: ad aprile aveva preferito non intervenire, ora sollecita le parti a risolvere la crisi con negoziati, evitando il ricorso alla violenza, e accordarsi sulle elezioni. Yushchenko vorrebbe si tenessero entro l’estate, non prima dell’autunno per Yanukovich. Il Parlamento europeo invierà nel paese una delegazione, un’altra è partita per Mosca.
Dopo brevi e irrisolti colloqui pomeridiani, in serata riprende l’incontro tra gli sfidanti a porte chiuse. Non è certo se vi partecipi la pasionaria Tymoshenko, tutt’altro che estranea alla crisi; di certo ci sono il socialista Moroz passato con gli azzurri, e il capo del potente Consiglio per la Sicurezza Nazionale Plyushch. Fuori tutti si chiedono come si schiereranno forze armate e polizia in caso di conflitto. Kikhtenko conferma a fedeltà al presidente, ma aggiunge che i suoi uomini ''non applicheranno nessun ordine criminale'', e che si trovano là per vegliare sulla celebrazione della “giornata di Kiev” in calendario oggi. Supporter dei partiti a parte, la piazza resta titubante, in preda alla delusione per una lotta che appare tutta interna alla politica.

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