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SARO' PRESIDENTE. CIOE' NO. ANZI SI 31/10/03

La Arroyo ci ripensa e si ricandida a presidente delle Filippine

Emanuele Giordana

Venerdi' 31 Ottobre 2003

Mai dire mai. Soprattutto in politica. La massima si può ben applicare a Gloria Macapagal Arroyo, presidente al suo primo mandato nella Filippine. Definendo "velenosa" l'atmosfera politica che la circondava, l’autorevole signora con gli occhi a mandorla, aveva detto l’anno scorso, 23 mesi dopo aver preso il posto di Joseph Estrada, che non si sarebbe ricandidata. Ma ha cambiato idea. E benché la Costituzione vieti un secondo mandato consecutivo, la via d'uscita già c'è: la Arroyo prese il posto di Estrada, travolto da problemi giudiziari e moti di piazza, da vice presidente. E la Carta fondamentale le consente così di potersi presentare alle elezioni previste per il maggio del 2004 e di tentare, nei sei anni che avrà di fronte, di portare a termine un programma di riforma, sbandierato all'epoca della caduta di Joseph agli inizi del 2001, ma che ha fatto pochi passi.
Tanto quanto gli osservatori rimasero sorpresi dalla sua decisione di non candidarsi, altrettanto sono rimasti colpiti da questa rapida marcia indietro, giustificata come un "sacrifico" necessario per il bene dell'arcipelago. E a sottolineare il fatto che la sua campagna non sarà una passeggiata, sono arrivate soltanto cattive notizie: l'ennesimo rapimento di turisti nei mari al confine con la Malaysia, dove sono forti i gruppi secessionisti islamici e un'endemica pirateria, e le dimissioni di alcuni grossi esponenti del governo e del partito di maggioranza. Ma la signora di Palazzo Malacañang, la magione presidenziale che ospitò Ferdinando Marcos, Cory Aquino, Fidel Ramos e Joseph Estrada, sembra aver accusato il colpo senza battere ciglio. Del resto è sopravvissuta a un colpo di stato in luglio, superando i problemi che la vicenda aveva suscitato sia nell'esercito che tra diversi parlamentari.
Il suo curriculum conferma per altro un carattere solo apparentemente dolce e remissivo. In realtà Gloria, 56 anni, se non è Imelda Marcos, la tentacolare moglie dell'ex dittatore Ferdinando, non è neppure Cory Aquino, la timida signora che divenne il primo capo dello stato della fragile neo democrazia filippina e che la "velenosa" politica di Manila fece rapidamente fuori. Figlia di un ex presidente ancora molto popolare, Diosdado Macapagal, Gloria è esattamente l'anti Estrada: ex attore, giocatore, non estraneo al fascino femminile il primo, sobria e moralista la seconda. Joseph era un populista grossolano, che amava rivolgersi alle folle nell’idioma locale; Gloria è il tipico modello per la classe media: tailleur con colori morbidi e ottimo inglese. La Arroyo viene dalla classe colta e da quel regno ristretto di famiglie che ha fatto la storia economica dell'arcipelago. Estrada aveva sposato amicizie pericolose, alleandosi soprattutto coi cinesi della diaspora, un potentato economico che i filippini tradizionalisti vedono con sospetto. Eppoi gli Usa. A Joseph non piacevano e fece chiudere le basi stellestrisce. Gloria è stata compagna di università di Bill Clinton ed è, al momento, uno dei più fedeli alleati di Bush in Asia. Ha permesso infatti ai marine, sollevando un putiferio di polemiche, di sbarcare in assetto di guerra nel Sud del paese per contrastare la guerriglia islamica. Infine può contare sulla Chiesa (retta fino al mese scorso dal potentissimo cardinal Sin appena sostituito da Gaudencio Rosales), che aveva condannato Estrada e santificato Gloria. Nel paese più cattolico dell'Asia non è poco.
Quanto alle riforme, questo è il vero tasto dolente. L'economia langue, la guerriglia, al contrario, gode buona salute e i negoziati col governo non fanno passi avanti. Corruzione e criminalità restano emergenze senza risposta. Se vince le elezioni Gloria Macapagal Arroyo avrà altri sei anni per dimostrare di essere stata la scelta giusta.

Questo articolo è uscito nella edizione odierna del Diario della settimana



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