Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PALESTINA, AFFARI DI FAMIGLIA O AFFARI DEL MONDO? 22/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

TERRA E LIBERTA' 15/9/11

I FRUTTI DELLE RIVOLUZIONI: STRETTA DI MANO HAMAS-FATAH AL CAIRO 28-4-11

PALESTINE PAPERS. STORIA DI UNA CAPITOLAZIONE 24/1/11

"MA CHE CI STA SUCCEDENDO?". ISRAELE VISTA DAGLI ISRAELIANI 17/1/11

HUMOUR ALLA GEROSOLIMITANA 11/1/11

BIDEN E RAMAT SHLOMO 10/3/10

OXFAM, GAZA WEEKLY UPDATE 14/01/10

JERUSALEM BLUE 21/11/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

IL PRIMA E IL DOPO GAZA NELLE CONSTITUENCY DI HAMAS 6/10/09

GERUSALEMME, SEGNALI PERICOLOSI

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

TRANS E CIS DI NUOVO UNITE? 24/5/07

A corto di idee, torna in auge il fantasma della federazione tra Giordania e West Bank

Paola Caridi

Giovedi' 24 Maggio 2007
L’idea non è nuova. Anzi, circola a intervalli regolari da poco meno di un ventennio. Per la precisione, da quando i legami amministrativi e giuridici tra la Giordania e la Cisgiordania furono rotti da re Hussein nel 1988, con il famoso discorso del 31 luglio. Da allora, l’idea di una federazione/confederazione che riunisca le due rive che si affacciano sul Giordano torna in auge di tanto in tanto nel dibattito politologico, e poi viene travasata nei pourparler dei consiglieri politici.
Così, anche nell’anno di grazia 2007, così com’era già successo nei tre anni precedenti, e poi prima ancora tante volte, anche nei giorni scorsi si è tornato a discutere della terza via. Non ai due stati per due popoli, non alla soluzione di un unico stato (israeliano) che inglobi i palestinesi. Bensì la Cisgiordania unita alla Giordania, ma solo dalla figura del monarca hashemita che dovrebbe guidare due entità indipendenti attraverso il suo ruolo di discendente del profeta Maometto.
La notizia è stata rilanciata dal quotidiano israeliano Maariv, secondo il quale emissari di re Abdallah II avrebbero incontrato politici di Tel Aviv, per rendere noto il nuovo piano confederativo e cercare appoggi. Ancora una volta, è sempre l’anziano ex premier giordano Abdul Salam al Majali a promuovere un’idea che lui stesso, nella veste di consigliere ascoltato a palazzo reale, aveva proposto già molti anni fa a re Hussein. E ad ascoltarlo, dice anche Debka, il sito legato all’intelligence israeliana, sono stati politici i più diversi, da Yossi Beilin ad Avigdor Lieberman, passando per esponenti di Kadima.
La linea di fondo sarebbe quella di superare l’impasse sull’affidabilità o meno di un partner palestinese per riavviare il processo di pace, facendo gestire possibili negoziati di pace a re Abdallah e al presidente dell’Anp Mahmoud Abbas. Nulla di più di questo, però, si sa su di un piano che lo stesso re hashemita ha sostanzialmente smentito, una settimana prima delle indiscrezioni di Maariv, in una intervista al giornale egiziano governativo Al Ahram. “E’ prematuro parlare di confederazione o di federazione con i palestinesi – aveva detto re Abdallah – prima della creazione di uno stato indipendente palestinese”. No comment confermato anche dal premier, Marouf Bakhit, proprio negli stessi giorni in cui l’attesa visita di re Abdallah a Ramallah – evento raro – è stata prima annunciata e poi rinviata a data da destinarsi per avverse condizioni atmosferiche.
I primi commenti israeliani non sono così positivi verso l’idea federativa. Alcuni, per esempio quelli citati da Debka, temono che la federazione sia un modo per ritrovarsi come partner Hamas. Ci sono, però, altri settori in Israele ai quali l’idea non dispiace affatto, nella destra religiosa e soprattutto tra i coloni, dove si pensa che i palestinesi di Cisgiordania dovrebbero eleggere i propri rappresentanti al parlamento di Amman. Vi sono, poi, altri circoli che pensano che israeliani e giordani abbiano interessi convergenti, per esempio sul terrorismo. E vista l’attuale debolezza dell’ANP, l’ipotesi che il monarca hashemita riguadagni il suo ruolo di patron, almeno in Cisgiordania, non dispiace affatto. Perché risolverebbe il punctum dolens di Gerusalemme, dove gli hashemiti continuerebbero a rivestire il loro ruolo di custodi di Al Aqsa e della Spianata. E perché avrebbe, come ipotesi collaterale, l’idea che sia l’Egitto, ancora una volta, a occuparsi di Gaza.
Viste le premesse, lo scenario è chiaro. Cisgiordania e Gaza, sempre più distanti tra di loro, sarebbero rappresentate dagli unici due paesi che hanno riconosciuto Israele, e dai due migliori amici degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa. La Cisgiordania sarebbe più governabile di Gaza, che diventerebbe sempre più Hamasland, seppur controllata a distanza dal Cairo. Allo scenario, però, fa difetto l’analisi della realtà sul campo, sia riguardo agli attori internazionali in gioco, sia riguardo alla situazione interna alla politica e alla società palestinese. Intanto, da questo quadro manca l’Arabia Saudita, e manca soprattutto l’iniziativa di pace uscita dalla Mecca, che ripropone il nodo fondamentale: terra in cambio di pace, ritorno ai confini del 1967 e rimessa in discussione delle colonie che da oltre trent’anni continuano a fiorire in Cisgiordania. E poi lo spettro politico, culturale e sociale palestinese è altro da una visione in bianco e nero di quello che sta succedendo da poco meno di un ventennio.
Dal 31 luglio 1988, giordani e palestinesi cisgiordani (altra storia è addirittura quella dei palestinesi di Gaza) sono sempre più divisi da quelle che in inglese si definiscono narratives: due storie, due quotidianità, due percorsi identitari sempre più distanti, come larga è diventata quella frontiera che alla periferia di Gerico, ad Allenby, in territorio cisgiordano ma gestita completamente dalle autorità israeliane, divide Cis e Trans, West e East Bank, al di qua e al di là del Giordano.
Da anni, ormai, i bambini e i ragazzi palestinesi non studiano neanche più sui libri di testo giordani. Hanno i loro programmi, decisi dal ministero dell’istruzione a Ramallah. La propria storia, la propria letteratura, la propria educazione civica. Per i palestinesi, Amman è diventato con gli anni solo una specie di hub. È l’unico aeroporto che si può usare per andare per il mondo, visto che quello di Tel Aviv è riservato a casi eccezionali (in genere, di salute). È la porta verso il resto del mondo arabo. È la nuova patria di parenti, cugini, fratelli che attraversarono il Giordano nel 1948 o nel 1967, dove andare soprattutto d’estate per la teoria di matrimoni che svuotano le tasche delle famiglie. È il passaggio obbligato per gli emigranti palestinesi, sulla via del ritorno in Cisgiordania, appena finiscono le scuole, dai paesi del Golfo. Niente di meno. Ma allo stesso tempo niente di più.
Per il resto, la vita quotidiana di questi quarant’anni di occupazione ha reso la Cisgiordania un posto molto diverso dalla Transgiordania. Un mondo piccolo e chiuso, frammentato dai check-point che ora dividono Ramallah da Nablus, Nablus da Jenin, Betlemme da Hebron. Tra qualche anno, dicono molti intellettuali palestinesi, saranno le rispettive narratives dentro la Cisgiordania a essere diverse l’una dall’altra. Sempre più localistiche, sempre meno nazionali.
Dall’altro lato, “l’interesse giordano di sostenere la creazione di uno stato palestinese indipendente, è prima di tutto per poter mantenere la Giordania come Giordania”, ha detto nel 2004 uno degli studiosi israeliani che più si è occupato della materia. Per Asher Susser, la “stessa decisione di Israele a favore del disimpegno da Gaza aveva una motivazione simile. Per la destra israeliana, o per parte di essa (di certo Ariel Sharon), voleva dire riconoscere l’interesse israeliano a vedere la creazione di uno stato palestinese per mantenere Israele come Israele. Nel 2004, Israele era dov’era re Hussein nel 1988”.


Leggi l'articolo nell'inserto Diplomatique del Riformista



Powered by Amisnet.org