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L'OMBRA DI WINOGRAD SU GAZA 18/5/07

Le decisioni del governo legate alle conclusioni del rapporto sulla guerra in Libano. Olmert è debole, mentre i militari premono per una operazione in grande stile

Paola Caridi

Venerdi' 18 Maggio 2007
I carriarmati di Tsahal sono penetrati solo per poche centinaia di metri dentro il confine nord della Striscia di Gaza. Dalle parti di Beit Lahya, da dove si erano ritirati circa sei mesi fa, quando era stata raggiunta la tregua tra israeliani e palestinesi almeno su Gaza. Anche le batterie di artiglieria sono state di nuovo dispiegate, appena oltre la frontiera: sono ritornate nella zona da cui erano partiti i lanci che avevano provocato la strage di Beit Hanoun. Per ora, comunque, niente di più ci si aspetta dall’esercito israeliano. Nessuna operazione di terra in grande stile. Nessuna profonda incursione dentro Gaza. Perché sui politici israeliani aleggia pesante l’ombra del rapporto ad interim della commissione Winograd, e quell’altro pezzo di relazione conclusiva che dovrebbe essere resa pubblica a giugno.
Il giudice a riposo Elyahu Winograd era stato chiaro. I vertici politici non avevano cercato altre alternative se non una rapidissima escalation militare, in Libano. E il premier Ehud Olmert, di fronte alla crisi di Gaza, ha scelto di seguire – almeno parzialmente – i consigli della commissione governativa chiamata a elencare gli errori della guerra col Libano. Nessuna rapida escalation, dunque, per rispondere alle decine di razzi Qassam lanciati dalla Striscia verso le città del Negev. In prima fila Sderot, dove gli abitanti non sono più disposti a pazientare, e – in molti – hanno deciso di approfittare della proposta di Arkadi Gaydamak, ricco businessman in attesa di entrare nell’agone politico: un soggiorno gratis in albergo a Beersheva.
A entrare sulla scena militare, per ora, è stata solo l’aviazione israeliana. Con un bombardamento che ha praticamente sbriciolato un palazzo della Forza esecutiva, la milizia legata a Hamas ma anche ai Comitati di resistenza popolare, creata quando il governo palestinese era un monocolore di Hamas e al ministero dell’interno sedeva Siad Siyyam. Di nuovo omicidi mirati, dunque, col carico di quelle che in gergo si chiamano “vittime collaterali”, e che nella fattispecie erano una quarantina di feriti, tra cui donne e bambini. Omicidi mirati verso Hamas soprattutto, ma ‘limitati’ al braccio militare, senza sconfinare verso i settori politici del movimento islamista.
La risposta di Israele, insomma, non sembra andare per ora oltre i raid dell’aviazione. Nonostante i vertici militari, scrivono gli esperti di Tsahal, abbiano chiaramente mostrato il loro disappunto, visto che premono da mesi per un’operazione molto più imponente per fermare i razzi Qassam e, dicono, il rafforzamento di Hamas in armi e in potere politico. Olmert e Peretz non vogliono, però, rischiare, in un momento in cui il governo israeliano attraversa la fase più debole della sua esistenza. A confermare le cautele del premier e del ministro della difesa, è stata anche la presenza, alla riunione con i vertici della sicurezza che mercoledì sera ha deciso la dura ma limitata risposta su Gaza, del ministro degli esteri Tzipi Livni. Come richiesto esplicitamente dalla commissione Winograd. D’altro canto, questa coda di maggio è per Olmert e Peretz la più difficile. Olmert continua a essere penalizzato dal calo di consensi, mentre Benyamin Netanyahu spinge anche stavolta per la linea dura, chiedendo addirittura la chiusura dei rifornimenti di acqua ed elettricità a Gaza, che da Israele dipende per gli approvvigionamenti. Peretz, dal canto suo, attende il comitato centrale laburista, in cui le sue azioni sono in deciso ribasso, a vantaggio di quelle di Ami Ayalon, candidato alla guida del partito, che ha già detto che – se eletto – chiederà al Labour di abbandonare la coalizione di governo.
Decidere strategie militari ad alto costo, soprattutto per la vita dei soldati israeliani, non è insomma semplice per il governo di Tel Aviv. Neanche semplice è pensare alle alternative politiche, accennate da Tzipi Livni nelle dichiarazioni di ieri, in cui aveva messo accanto alla dura risposta militare anche la necessità di risposte diplomatiche parallele. Di quale natura, non si sa, ma è stato Haaretz in un commento a indicare precise alternative politiche che riguardano il rapporto con i palestinesi. La sola risposta militare non serve a fermare i Qassam, e dunque occorre capire come si riesce a fermare lo stillicidio dei razzi su Sderot (quindi, l’insicurezza di Israele) attraverso una pianificazione del futuro politico dell’area, Israele e Palestina compresi. C’è qualcuno, persino dentro Israele, che comincia a guardare con interesse all’ipotesi di una forza multinazionale a Gaza. La proposta lanciata da Massimo D’Alema poco meno di un anno fa.

Leggi l'articolo a pag.7 del Riformista



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