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Di nuovo guerra, di nuovo prove di guerra civile. Chi ha interesse a far finire l'esperimento del governo di unità nazionale palestinese?
(nella foto, Alan Johnston, il reporter della BBC rapito a Gaza, di cui non si sa più nulla. E' stato l'unico giornalista occidentale a vivere a Gaza negli ultimi anni)

Paola Caridi

Giovedi' 17 Maggio 2007
Al confronto di quelle del ministro degli interni palestinese, l’indipendente Hani al Qawasmeh, le dimissioni rassegnate ieri dal capo della polizia di Rafah Zuheir Shahin sono poca cosa. Salvo che sono state decise e consegnate il giorno dopo l’ingresso, dal valico che dovrebbe unire Gaza all’Egitto, di 450 miliziani di Fatah, proprio nel pieno dello scontro che lo sta contrapponendo a Hamas. Uomini in armi addestrati dagli egiziani, ai quali è stato permesso di entrare nella Striscia con il consenso delle autorità israeliane, attraverso un valico che in un anno e mezzo è stato quasi sempre chiuso. Il caso dei miliziani, insomma, è stato una eccezione, per un passaggio in una sola direzione, dall’Egitto verso Gaza.
È solo coincidenza, forse. Ma il capo della polizia ha motivato le sue dimissioni proprio con l’incapacità di governare la sicurezza a Rafah, che è sotto il diretto controllo della guardia presidenziale di Abu Mazen. Così come il ministro dell’interno Qawasmeh, dopo aver paventato di andarsene, ha rimesso infine lunedì scorso il suo mandato nelle mani del premier, Ismail Hanyeh. E ha poi lanciato accuse durissime a tutti quanti, premier e presidente Mahmoud Abbas compreso, per non avergli dato il potere necessario a risistemare la sicurezza a Gaza, sopra e oltre le singole fazioni armate.
Accuse, dunque, non solo a Hamas, ma anche a Fatah. Con tanto di nome e cognome. Nella fattispecie, Rashid Abu Shbak, capo della forza di sicurezza di preventiva, e soprattutto luogotenente di Mohammed Dahlan, consigliere tra i più stretti di Abu Mazen. Abu Shbak avrebbe ordinato agli uomini armati di Fatah di dispiegarsi la settimana scorsa per le strade della Striscia, senza preavvisare la Forza esecutiva al comando di Hamas, e di conseguenza alzando di molto la tensione sopita dopo la creazione del governo di unità nazionale. Una decisione cruciale, quella di far vedere gli uomini armati per strada, che è stato criticata anche da circoli vicini ad Abu Mazen, che ne hanno visto subito la pericolosità. E a rendere ancor più ingarbugliata una situazione già tesa, ci sarebbe stata anche la posizione assunta da Abu Shbak e Dahlan, che - dice uno dei migliori analisti israeliani, Danny Rubinstein - si sarebbero opposti alla richiesta-base di Qawasmeh, di avere il controllo su tutte le forze di sicurezza interne.
Così, nella complicata trama dei rapporti di forze dentro la Striscia di Gaza, sempre più a rischio anarchia, Rashid Abu Shbak è diventato il bersaglio da colpire per il braccio militare di Hamas. L’obiettivo più alto, quello che si attacca quando la battaglia si fa durissima. E il bersaglio è stato attaccato ieri mattina, da un commando che è entrato dentro la sua abitazione e ha ucciso almeno quattro guardie del corpo. Abu Shbak e i suoi familiari non sono stati colpiti. Si dice che fossero in un’altra località, così come i familiari di Dahlan – dicono i giornali israeliani – sarebbero ora in un posto più sicuro, al Cairo.
Le possibilità di mediazione, a questo punto, sono sempre più esigue. Gli egiziani non vengono più considerati super partes, dopo la decisione di far entrare 450 miliziani di Fatah attraverso il valico di Rafah. E un segnale che conferma le difficoltà del Cairo viene anche dal ferimento di un funzionario egiziano, colpito in mezzo alla strada mentre si trovava in compagnia di due alti dirigenti delle due fazioni contrapposte. La palla torna, dunque, ai vertici di Fatah e Hamas, Abu Mazen e Khaled Meshaal, così come successe alla vigilia dell’accordo della Mecca.
La domanda da porsi, però, è a chi convenga far fallire l’esperimento del governo di unità nazionale, faticosamente partorito e ancor più faticosamente sostenuto in questi due mesi perché superasse la fase delicata del periodo in incubatrice. Gli scontri di Gaza, i quasi quaranta morti in quattro giorni, gli oltre cento feriti, il confronto militare tra Fatah e Hamas avvengono proprio nelle settimane nelle quali alcuni dei più importanti ministri dell’esecutivo palestinese stavano costruendo una sottile rete di relazioni internazionali per rompere il boicottaggio economico e politico. Proprio quando alcuni governi, europei, africani, asiatici, avevano ripreso contatti con il governo dell’Anp attraverso i ministri non appartenenti a Hamas. Una trama lieve, come quella di un ragno, che aveva bisogno di tempo e di calma per essere tessuta. E che può essere rotta con un semplice soffio, soprattutto da tutti quelli che a Gaza imbracciano mitragliette e Rpg.

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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