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Suoni e ricordi di due anni e mezzo al Cairo. E' l'addio di Paola a questa rubrica dalla capitale egiziana. Tra profumi, rumori, belle sensazioni ma anche la fatica di non essere maggioranza. D'ora in avanti gli articoli sul paese arabo li troverete nella rubrica "Egitto"

Paola Caridi

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I suoni sono quelli che mi mancano di più, dopo aver lasciato il Cairo. Due anni e mezzo di suoni. Di quartiere, dalle urla dei venditori ambulanti, ai clacson sino al ragliare degli asini. E soprattutto il canto dello sheikh, la chiamata alla preghiera che dalla piccola moschea privata di fronte a casa si levava alto. Anche grazie all’altoparlante. Mi manca questo modo antico di scandire il tempo della giornata, dall’alba alla sera che per me – cattolica – raramente è apparso come una prevaricazione. Solo quando l’altoparlante gracchiava in maniera esasperata, talvolta non per devozione, ma per esibire e affermare una fede.
Devo dire che, nella mia esperienza, di campane ne ho sentite ben poche, al Cairo. Eppure, la megalopoli del più importante paese arabo non è solo islamica. È anche la casa di oltre due milioni di cristiani copti: protestanti, ortodossi e cattolici. Ma questo è solo dovuto al fatto che, nel quartiere, di chiese non ce n’erano.
Vita da minoranza, insomma, quella che ho vissuto in Egitto, uno dei centri più importanti per la fede islamica. Tanto per dire che si può vivere da minoranza senza sentirsi un animale raro o sentire la propria fede sminuita. Mio figlio, per esempio, non è andato in una scuola pubblica. È andato in un piccolo asilo retto con estrema serenità e semplicità dalle suore comboniane. Era l’unico straniero in un vociante esercito di bimbi egiziani, né tutti copti né tutti musulmani. Anzi, un bel miscuglio, con un congruo numero di bambini che arrivava a scuola accompagnato da mamme completamente velate dal niqab, che lascia scoperti al mondo soltanto gli occhi. Perché, dicevano, le suore insegnano bene l’educazione e il rispetto per i genitori.
Pochissimi, nel quartiere, sapevano che in quella casa c’erano delle suore. Pur vivendo di fronte a un luogo che faceva parte da parecchi decenni di quella strada. E poi di religione cattolica, nella scuola delle suore, neanche l’ombra. Non si fa proselitismo, in Egitto. Da nessuna parte. Neanche nelle scuole rette da religiosi. In un paese dove l’islam – da quello devoto a quello solo conformistico – è ovunque. Soprattutto ora, durante il ramadan, quando il digiuno influenza anche la vita dei non musulmani: chiusi per tutto il mese sacro all’Islam, per esempio, i rari negozi che vendono alcolici; ridotta all’osso la possibilità di mangiare all’ora di pranzo persino nei buffet degli alberghi.
Certo, abituarsi ai tempi diversi del ramadan implica molta pazienza. E quella capacità di adattamento necessaria per modificare in velocità usi, costumi e orari del pranzo, spesso allungati sino al calar del sole per poter sfruttare appieno l’orario di apertura di negozi e uffici. Ora che sono a Roma, mi capita di ripensare con infinita nostalgia al fanous, alla lanterna che durante tutto il ramadan si lascia accesa sul balcone per illuminare la via. E a quel vecchietto che ogni notte percorreva le strade del mio quartiere, suonando ritmicamente un tamburello e svegliando la gente per ricordare che era ora di consumare l’ultimo pasto della notte, prima della luce dell’alba e dell’inizio del digiuno. Ora che sono tornata a casa penso agli amici che ho lasciato in terra egiziana, e ai quali ho telefonato dopo la prima rottura del digiuno, quando le famiglie si riuniscono per il primo iftar. Quel primo pasto dopo il tramonto che per i musulmani è tanto caldo e intimo quanto il nostro pranzo di Natale.
La mia fede? Si è piegata ai tempi e al luogo. A messa il sabato pomeriggio, per poter sentirla in italiano. La domenica era diventata il primo giorno di lavoro, anche per me. La cristianità, per la gente, una cosa estranea, diventata vicina solo quando il Papa si è schierato contro la guerra in Iraq. Il Natale con la tuia addobbata al posto dell’abete, un po’ di freddo e l’assenza di luminarie per strada. La Pasqua al caldo, con le uova di cioccolata senza sorpresa e ripiene di cioccolatini, sulla tavola un agnellone saporito ma ben più grande dell’abbacchio romano. Niente di trascendentale. Solo la fatica di non essere maggioranza.



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