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"IL DIO DELLA GUERRA" DI LETTERA22 19/11/02

AFGHANISTAN, IL CROCEVIA DELLA GUERRA ALLE PORTE DELL'ASIA

Emanuele Giordana

AFGHANISTAN

Editori riuniti 2007

euro 10

in libreria dal

Domenica 1 Luglio 2007


Conosciuto sin dai tempi dell’Impero britannico in India come paese indipendente e guerriero, l’Afghanistan ha una lunga storia che si dipana nei secoli. Una storia di appetiti, quasi sempre insoddisfatti, dei suoi potenti vicini. Crocevia dell’Asia centrale, «porta» tra il Medio Oriente e il subcontinente indiano, l’Afghanistan si trova infatti da sempre al centro di conflitti che arrivano ai giorni nostri. In questo testo Emanuele Giordana ripercorre gli ultimi quarant’anni della storia del paese: la caduta della monarchia e la nascita della repubblica, l’«epoca d’oro» dell’invasione pacifica degli hippy, l’occupazione russa e le guerre tra mujaheddin, la caccia a Osama bin Laden e ai talebani, la creazione artificiale di una democrazia minacciata da antichi rapporti tribali e dalla potente economia dell’oppio. Oggi, sotto tutela Nato, in uno scenario di guerra che continua a scatenare polemiche, l’Afghanistan sembra condannato a vivere un dramma di cui continua a pagare le conseguenze la popolazione civile.



Emanuele Giordana, direttore dell’agenzia Lettera22 e vicepresidente dell’Osservatorio italiano «Asia Maior», è stato in Afghanistan la prima volta nel 1974. Tra i suoi libri sull’Asia: La scommessa indonesiana (2002) e diversi saggi in volumi collettivi tra cui Asia Maior (2005-2007), Il Dio della guerra (2002), Geopolitica dello tsunami (2005), A Oriente del Profeta (2005)

Segnalato da

Radio3Mondo
Afgana.org
Ascolta da Radio Radicale la presentazione del volume di Patrizia Sentinelli, Alfredo Mantica e Graziano De Franco








Ne hanno detto

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AMISNET intervista di F. Diasio all'autore

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LIBRI: L’”AFGHANISTAN” DI GIORDANA, DAGLI HIPPY AI TALEBANI

(AGI) - Roma, 15 giu. - Gli afghani si coprono il capo col turbante per proteggersi dalla polvere, non perche’ sono talebani. Sono un popolo fiero e di parola, con un’identita salda e ricca che oggi deve fare i conti con una poverta’ estrema ma anche con la voglia di riprendere in mano il proprio destino. ‘Afghanistan’ (Editori Riuniti, 119 pagine) di Emanuele Giordana, direttore dell’agenzia ‘Lettera22′ e e vicepresidente dell’Osservatorio italiano ‘Asia Maior’, ripercorre gli ultimi quarant’anni della storia del Paese dell’Asia centrale e del suo popolo. Una storia di appetiti, quasi sempre insoddisfatti, dei suoi potenti vicini. Dalla caduta della monarchia all’epoca d’oro’ dell’invasione pacifica degli hippy, dall’occupazione russa e le guerre tra mujaheddin alla caccia a Osama bin Laden e ai talebani, fino alla creazione artificiale di una democrazia minacciata da antichi rapporti tribali e dalla potente economia dell’oppio, il vero ‘oro nero’.
La prima parte del libro scorre veloce nel racconto, puntuale e di piacevole lettura, del giornalista Giordana, ma e’ la seconda, forse, la piu’ interessante. Si chiama ‘Le parole per conoscere’ ed e’ un utile vocabolario afghano che, dalla ‘A’ di Alessandro Magno alla ‘V’ di vittime civili, analizza per lemmi storia, tradizioni e protagonisti del Paese che il docente di peacekeping, Gianni Rufini, ha definito “il paradigma dell’instabilita’ e delle crisi umanitarie degli ultimi anni”.
Presentando il volume, l’esperto di aiuto umanitario, e’ tornato sulla discussa questione del rapporto tra intervento militare e cooperazione civile, nel cui ipotetico confronto quest’ultima esce battuta, per quantita’ di stanziamenti della comunita’ internazionale, per 200 a 1. “Oggi le priorita’ dell’Afghanistan”, ha sottolineato Rufini, “sono acqua, cibo, ospedali e strade”. Nella classifica dello Sviluppo umano stilata dall’Onu, l’Afghanistan si piazza al 173esimo posto suo 178, unico Paese non africano degli ultimi trenta della lista.
Per Rufini, ma anche per Giordana, la sola via d’uscita all’attuale crisi si gioca sulla ricostruzione. Dove il termine, ha evidenziato Arif Oryakhail, medico afghano della Cooperazione italiana, deve essere inteso nel suo senso piu’ ampio e includere anche il concetto di cultura. Da qui, il suo suggerimento di tradurre in persiano il volumetto di Giordana per farlo leggere agli studenti universitari di Kabul. “Sarebbe un ottimo inizio”, ha commentato Oryakhail, “per uscire dalla palude afghana”. (Gaia Vendettuoli/AGI)



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Quello che rivelano le macerie di Kabul

di Tommaso Di Francesco Il Manifesto del 19/07/2007

Da Alessandro Magno ai bombardamenti della «nostra» aviazione, passando per gli hippy degli anni '70, la lunga storia di un paese lacerato nel volume di Emanuele Giordana, «Afghanistan, il crocevia della guerra alle porte dell'Asia» uscito di recente per Editori Riuniti

Di quale rovina vogliamo parlare? Siamo in Afghanistan e le macerie accumulate dalle guerre durano da trenta anni. Più del Vietnam, che però alla fine uscì dal tunnel. A Kabul invece tre generazioni di esseri umani hanno davanti agli occhi il materiale di risulta di almeno quattro guerre, una di seguito all'altra e fra loro specchio. C'è da chiedersi: è mai stato diverso in terra afghana? E un percorso critico del passato può aiutare a una rappresentazione del presente che esca dall'agenda del potere e aiuti a immaginare un futuro?
Sono le domande cogenti da cui prende le mosse la preziosa ricerca di Emanuele Giordana nel libro Afghanistan, il crocevia della guerra alle porte dell'Asia (Editori Riuniti, pp. 120, euro 10). Ecco che fin dalle prime battute il testo di Giordana convince e coinvolge. Infatti, più che al solito saggio d'approfondimento sul «grande gioco» internazionale e interimperialistico, la ricerca parte dal coinvolgimento di una generazione occidentale. Per un Afghanistan per troppo tempo luogo delegato alla fuga nell'esotico e nel medioevale e diventato poi un vuoto lontano e sanguinoso. Fino alla presenza in armi nelle alleanze militari dell'emisfero d'appartenenza per interessi economici e strategici. Insomma, l'Afghanistan siamo noi, almeno per quella parte di irrisolto del nostro immaginario e della nostra identità, scisso tra adesione al presente modernizzato e attenzione al passato che non passa e ci attraversa.
Volete sapere davvero che cos'è l'Afghanistan? Il libro di Emanuele Giordana è fuori dai generi e si propone in bilico tra memoria, analisi e tour operator, con cronologie e un formidabile glossario di schede. Che vanno da Alessandro Magno che si spinse fin oltre la catena dell'Hindukush (l'attuale Afghanistan settentrionale) e conquistò quelle terre, al mullah Omar che scappa in motocicletta, dalle vittime civili bersaglio efferato e voluto dei bombardamenti aerei della Nato (la «nostra» aviazione), ai kamikaze nuova eredità della guerra, fino ai viaggiatori politici e agli hippy che negli anni Settanta si avventuravano ad attraversare il posto iraniano di frontiera di Tayerab che «era come attraversare l'inferno», e si aggiravano in quel mondo di antichità a portata di mano, di erbe e droghe. Una realtà che pure avrebbe visto l'arrivo della Coca Cola ma che non avrebbe mai indossato - unico luogo sulla terra - i jeans della modernità mantenendo per le donne la violenza del'esclusione e del burqa. Su su, fino all'arrivo di Emergency, l'unica esperienza di intervento umanitario. Perché l'Afghanistan ha avuto, racconta Giordana, persino le sue età dell'oro - un aspetto questo già raccontato ma poco conosciuto degli scritti del grande iranista Giorgio Vercellin.
«Età dell'oro», a partire dalla svolta impressa dal colpo antimonarchico di Daud, fino alla prima fase della rivoluzione democratica impressa dai comunisti afghani. Tutto naufragato in piena guerra fredda con il conflitto sanguinoso nella risicata quanto litigiosissima, sinistra al potere divisa su quale strategia e quale modello per l'arretrata società afghana restia a ogni trasformazione. Poi con la decisione «strategica», ma tuttora incomprensibile, dell'orso Urss di intervenire massicciamente in un paese di fatto mai ostile agli interessi di Mosca. Ma di fronte ai massacri tra mujaheddin, al premier voltagabbana Hekmatyar che bombarda la «sua» Kabul, agli eccessi dei taleban e alla loro scelta scellerata di ospitare Osama bin Laden - già combattente della Cia e dell'Islam in quella terra - c'è in Afghanistan (come testimoniano anche i corrispondenti dei giornali americani) addirittura chi rimpiange l'epoca fine anni Ottanta di Najibullah. Prima feroce capo della polizia segreta al servizio dei sovietici, poi illuminato mediatore che finirà impiccato dagli studenti coranici taleban che riconquistarono dal 1994 al 1996 il paese grazie a Pakistan, Arabia saudita e Stati uniti.
Una lunga storia arrivata fino a oggi. Fino alla presenza militare dei contingenti occidentali che «culturalmente» continuano la guerra di vendetta Usa dopo l'11 settembre. E che presenta tre elementi su cui riflettere. Tutti e tre di potere. I Signori della guerra (contro la cui corruzione e strapotere, sono nati gli «incorrotti» talebani nei campi profughi pakistani), i Signori della terra, i Signori dell'oppio. Le tre signorie che ben si adattano alla nostra modernità di mercato e all'attenzione al grande crocevia strategico e militare a ridosso della Cina (di oleodotti e di droga). Signorie non diverse fra loro ma intersecate, se non unificate. Come è il caso del «Sindaco di Kabul», l'interlocutore privilegiato dell'Occidente, il presidente Hamid Karzai e la sua famiglia. Nella costante - fatta eccezione per le «età dell'oro» - della esclusione del ruolo della donna, semplicemente cancellata, senza voce, umiliata, minacciata e ridotta comunque alla marginalità. Come andrà a finire, ci dice Emanuele Giordana, è tutt'altro che scontato. E ci riguarda.

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LIBRI / L’AFGHANISTAN DI EMANUELE GIORDANA
Analisi Difesa anno 9 numero 89 / giugno 2008

Conosciuto sin dai tempi dell’Impero britannico in India come paese indipendente e guerriero, l’Afghanistan ha una lunga storia che si dipana nei secoli. Una storia di appetiti, quasi sempre insoddisfatti, dei suoi potenti vicini. Crocevia dell’Asia centrale, «porta» tra il Medio Oriente e il subcontinente indiano, l’Afghanistan si trova infatti da sempre al centro di conflitti che arrivano ai giorni nostri. In questo testo Emanuele Giordana ripercorre gli ultimi quarant’anni della storia del paese: la caduta della monarchia e la nascita della repubblica, l’«epoca d’oro» dell’invasione pacifica degli hippy, l’occupazione russa e le guerre tra mujaheddin, la caccia a Osama bin Laden e ai talebani, la creazione artificiale di una democrazia minacciata da antichi rapporti tribali e dalla potente economia dell’oppio. Oggi, sotto tutela Nato, in uno scenario di guerra che continua a scatenare polemiche, l’Afghanistan sembra condannato a vivere un dramma di cui continua a pagare le conseguenze la popolazione civile.
Il libroni Giordana risulta di facile lettura anche per i non addetti ai lavori e ha il pregio di evidenziare in poche pagine gli aspetti storici e attuali della crisi afgana e le ragioni delle difficoltà politiche e militari. Un’ampia appendice e una scheda cronologica completano il testo scorrevole consentendo di approfondire molti punti.





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