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NUOVA EUROPA, ANCORA SUL GUADO 12/7/07

BALTICI, AL MUSEO DELLA MEMORIA 14/5/07

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A VOLTE RITORNANO. I COMUNISTI IN EST EUROPA 11/4/2005

BALTICI, AL MUSEO DELLA MEMORIA 14/5/07

I conti, difficilòi, col passato. Spesso travisato dietro la cortina del dolore ma anche e soprattutto dell'ideologia. Un viaggio che comincia in Lituania

Lucia Sgueglia*

Lunedi' 14 Maggio 2007


Vilnius (Lituania) - L'ingresso non può sfuggire al turista che si addentri su Gediminio prospektas, cuore amministrativo di Vilnius. Segnalato da stendardi e dai tanti manifesti in inglese sparsi per la città, per 50 anni l’enorme palazzo ospitò il quartier generale del Kgb (Nkvd/Mgb) lituano, e oggi si trova a pochi passi dal parlamento e da Piazza Indipendenza, dove nel 1991 i carriarmati di Mosca si ritirarono accettando per la prima volta l’indipendenza di una repubblica sovietica. Benvenuti al Museo delle Vittime del Genocidio (http://genocid.lt/muziejus), meglio conosciuto (così Lonely Placet lo cita in quanto tappa imperdibile) come “Museo del Kgb”. Istituito nel 1992 con fondi Usa, riorganizzato nel 1997 dal Research Center of Genocide and Resistance of the Inhabitants of Lithuania che ha sede nello stesso edificio, il successo di pubblico arriva nel 2004 dopo l’ingresso nella Ue. Migliaia di visitatori tra stranieri, giovani e scolaresche. Una targa ricorda con gratitudine, tra i donatori, il fondo Soros. Al primo piano, una rapida panoramica storica sul periodo di ‘dominio comunista’, incisa su grandi lastre in vetro che lasciano intravedere poster d’epoca. Ma il clou dell’esibizione è nel sottosuolo: negli umidi e angusti sotterranei dove è allestita una ricostruzione delle prigioni per oppositori che secondo le didascalie erano ubicate qui. Sulle pareti grandi pannelli fotografici, senza lesinare dettagli macabri, raffigurano uccisi, torturati, mutilati, tra cui molti religiosi. Dai bui corridoi fiancheggiati da pesanti porte metalliche si accede alle celle di detenzione, isolamento, esecuzione: c’è anche l’ufficio del personale, arredato con telefoni d'antan, centralina di spionaggio, tavolino degli interrogatòri. Infine le “stanze della tortura”: supplizio dell'acqua, letto di costrizione, costume da incappucciato munito di mazza ferrata, un’immagine che pare ricalcare gli orrori mediatizzati di Abu Ghraib. Dal 1941 al 1944 il sito ospitò anche gli uffici della Gestapo: la maggioranza della popolazione accolse positivamente la “occupazione tedesca” dopo il passaggio sovietico nel 1940, sperando che gli avrebbe restituito l’indipendenza. In quel periodo 200mila ebrei locali furono uccisi, anche con la collaborazione dei lituani. Ma se il turista volesse inseguire quest’altra memoria, molto più arduo sarebbe scovare il minuscolo Museo dell’Olocausto, parte del Museo Ebraico gestito dalla comunità nell’ex ghetto. Defilato dal centro, è alloggiato in una malferma casupola di legno verde incastrata nel cortile-parcheggio di un condominio. A indicarlo solo una freccia dipinta sul muro. All’interno didascalie scritte a penna, matita o vecchia macchina da scrivere sbiadiscono dietro vetrine polverose. Nella città un tempo nota come Gerusalemme dell’Est manca ancora un museo nazionale dedicato alla Shoah, più volte promesso dal governo.

Non solo statue, monumenti, cippi e lapidi: nei paesi baltici la battaglia intorno all'eredità del comunismo si combatte anche al museo. Luoghi di memoria fioriti un po' ovunque a Est intorno all’ultimo allargamento dell'Unione, che scelgono denominazioni inequivocabili: nel cuore di Tallinn, sulla collina di Tonismagi che ha visto la rivolta per il Liberatore, c’è il Museo dell’Occupazione (http://www.okupatsioon.ee/). Aperto nel 2003, ha fatto gridare Mosca all’atto ostile o «pregiudizio politico» per l’equiparazione proposta tra nazismo e comunismo. Nell’atrio, su due locomotive che alludono alle deportazioni («migliaia»), campeggiano una svastica e una stella rossa. Ma all’interno, come negli altri musei dell’est teoricamente dedicati “a entrambi i totalitarismi”, il focus è sul comunismo. Una scialuppa in legno ricorda i coniugi statunitensi Ritso-Kristel, lei estone figlia di un deportato fuggita via mare durante la guerra come molti concittadini, che con una faraonica donazione hanno dato vita al museo. Interviste ai testimoni, materiali d’archivio audiovideo, centinaia di fotografie e manufatti appartenenti a ex prigionieri in Siberia, una teca sulla letteratura antisovietica. Sul sito della fondazione si legge: «vogliamo trovare risposte ad alcune domande essenziali sulla storia recente estone: Chi sono i nostri eroi? Chi sono gli amici? Chi i nemici?». Sugli eroi non v’è dubbio: tutti questi musei presentano come tali i “combattenti per la libertà” e i “movimenti di resistenza partigiana” anticomunisti, respingendo il “mito dell’adesione spontanea all’Urss”. Nel caso estone parlano persino di ‘pulizia etnica’ e ‘apartheid sovietico’ verso le culture locali, assolvendo i comunisti che alla fine si schierarono per l’indipendenza. Su gruppi paramilitari antisovietici che in alcuni casi collaborarono con i nazisti come i Fratelli della Foresta, l’ex premier estone Mart Laar ha pubblicato un volume, War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1945-1956. Spesso non si fa differenza tra filonazisti e antisovietici, rischiando la riabilitazione dei primi a danno della memoria degli ultimi. Sul museo ha protestato l’ex presidente Lennart Meri, famiglia di deportati, che avrebbe preferito chiamarlo Museo della Libertà. Nel 1998 Meri ha convocato la Commissione Internazionale Estone per l’indagine sui Crimini contro l’Umanità. Tra gli scopi, “chiarire i crimini di genocidio commessi durante le occupazioni” anche dopo la guerra, e valutare eventuali richieste di compensazione. Qui entra in gioco Mosca - che naturalmente non ci sta. Nel 2004 la commissione, che non si arroga funzione giuridica, ha reso noti i primi risultati relativi al periodo 1940-44, in un rapporto in cui il quadriennio nazista viene incrociato alle “due invasioni sovietiche” (1940-41 e 1944-1991). Tallinn intende catalogare (file desecretati, nomi e cifre alla mano) le violazioni dei diritti umani commesse sulle “ethnic national victims”, “martiri” a fronte degli “oppressori russo-sovietici”, provando a ottenerne un riconoscimento giuridico internazionale. Per l’Estonian Repressed Persons Records Bureau, “collaborazionisti” sono perlopiù i comunisti estoni: le informazioni raccolte su 94mila persone mirano a verificare colpe e responsabilità, e «argomentare la politica interna ed estera estone attuale, inclusa l’attitudine verso gli organizzatori del genocidio».
Poco più a sud, nella lettone Riga dove metà degli abitanti parla russo, una contestata commissione governativa cerca di calcolare i costi dell’occupazione sovietica in termini umani e finanziari. Che ricadrebbero sull’erede legale dell’Urss: la Russia. Al Museo dell’Occupazione intanto viene mostrata la vita ai tempi sovietici, grazie agli oggetti personali che i cittadini continuano a consegnare. Nel 2006 alcuni parlamentari nazionalisti proposero, senza successo, di rimpatriare i “russi sleali”, la minoranza che da anni denuncia discriminazioni nei propri confronti. Russofoni erano anche molti ebrei lettoni, fucilati dalle SS e dai loro aiutanti locali, nel dicembre 1941, sull’orlo di un fosso nel bosco di Rumbula, alle porte della città. Oggi un memoriale lo ricorda. Fino al 2004 il ghetto cittadino restava abbandonato alle proprie rovine, ora è in via di ricostruzione. Fino a due anni fa ogni 16 marzo i veterani lettoni della famigerata Ventesima divisione SS potevano sfilare per la capitale (una settimana fa un monumento ai loro colleghi olandesi è stato abbattuto da ignoti), e la presidente Vyke-Friberga ventilava una Giornata del Ricordo riconciliatoria, “per le vittime su entrambi i fronti”.
Politiche della memoria, uso politico della storia, giovani stati europei alla difficile ricerca di una nuova identità post-sovietica: tutto si coagula nello spazio museale, luogo pubblico per eccellenza dove la nuova visione storica nazionale ufficiale viene volgarizzata e offerta al pubblico dei cittadini. Coscienza storica collettiva ancora in via di elaborazione, che spesso scivola nell’antirussismo: Mosca, erede dell’Impero che “non ammette i propri errori” e al proprio Museo della Grande Guerra Patriottica ostenta una retorica diametralmente opposta, diventa Nemico, l’odiato altro da sé indispensabile per autodefinirsi. Rinviata è, per il momento, ogni riflessione sui processi di rimozione, negazione, omissione, selezione o sovraesposizione della memoria.

NUOVI MUSEI A EST, ECCO LA LISTA
Il più imponente è Terror Haza (Casa del Terrore) di Budapest, aperta nel 2002 dall’allora governo di centrodestra di Fidesz: costosi effetti speciali, uso massiccio di strumenti multimediali, atmosfera spettrale che rasenta il kitsch, cospicue donazioni internazionali e polemiche. Tra i primi il Museo del Comunismo di Varsavia, nei lugubri sotterranei dello staliniano palazzo della Cultura. Poi Praga, Bucarest, Sofia, ma anche Tbilisi e presto Kiev. Musei accomunati da un’estetica sorprendentemente simile: richiamo a un immaginario horror, sistemazione in spazi angusti (scantinati, labirinti, segrete) e storicamente simbolici, prevalenza di testimonianze orali, spettacolarizzazione della storia. Nessuno spazio per l’Ostalgie modaiola alla berlinese.

*sta lavorando a un libro sui nuovi Musei dell’est europeo dedicati al passato comunista e alla memoria dell'Olocausto

Uscito ieri anche su ] il manifesto



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