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La Corte Costituzionale annulla la votazione di venerdì scorso per il nuovo presidente per mancanza di numero legale. La situazione sembra in stallo, domenica si torna a votare in Parlamento mentre Erdogan chiede di andare alle urne il prima possibile

Tiziana Guerrisi

Giovedi' 3 Maggio 2007

La richiesta del partito di maggioranza filoislamico per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del premier Recep Tayyip Erdogan di andare a elezioni anticipate fra il 24 giugno e il 1 luglio, sembra aver ricucito in Turchia, almeno in parte, la frattura con i settori laici della società civile e con l’esercito. Una decisione dovuta alla sentenza della Corte Costituzionale turca che ha dichiarato nulla la votazione presidenziale di venerdì scorso per mancanza del numero legale di deputati, due terzi del parlamento (367 elettori). Ma al tempo stesso rappresenta il tentativo di ridurre il malcontento di parte della società civile, esasperata anche dagli scontri del primo maggio a Istanbul fra manifestanti e polizia che, oltre a un ferito grave, hanno portato all’arresto di circa 600 persone, fra cui alcuni sindacalisti. E non da ultimo una scelta legata alle continue pressioni della giunta militare che da settimane non perde occasione per rimarcare la laicità della repubblica turca e la necessità di un capo di Stato super-partes, gradito alla maggioranza del paese.
L’Akp insomma fa un passo indietro, ma insieme promette battaglia: Erdogan infatti– che continua, nonostante le proteste a caldeggiare come candidato unico Abdullah Gul (attuale ministro degli Esteri) – ha rivelato di voler andare alle urne per eleggere, anche e direttamente, il futuro presidente. Nei piani del premier insomma ci sarebbe un sorta di riforma costituzionale che, però – dicono in molti - non è facilmente realizzabile. Per i tempi - piuttosto stretti - ma soprattutto per questioni politiche: intanto per la possibilità che il presidente uscente si opponga, opzione prevista dalla legge, e si passi allora a un referendum costituzionale, con tutte le conseguenze del caso. Ma anche perché, all’Akp per cambiare la costituzione serve l’ok di due terzi del parlamento, un tetto fuori portata per il partito di Erdogan, la stessa che gli è valsa l’annullamento della precedente votazione. Un cane che si morde la coda, insomma, almeno per il momento. Nel pomeriggio di ieri, comunque, è stato reso noto il calendario per le votazioni del presidente, che a questo punto mantiene più un valore formale che altro vista lo strenuo rifiuto di tutte le opposizioni alla candidatura di Gul: si tornerà in aula, come disposto dalla Corte Costituzionale, domenica 6 maggio e ancora il 12 e il 15.
Se sul fronte dei rapporti con la società civile le cose restano ferme, si fanno largo invece frizioni fra governo e magistrati: Erdogan non ha usato mezzi termini per la decisione della Corte, definendola “una pallottola sulla democrazia”, salvo ritrattare in tarda serata. Dura la risposta di Tulay Tugcu, presidente della Corte, che ha definito le sue parole “irresponsabili oltre ogni limite e incapaci di indicare un obiettivo”. Nel frattempo alla sede dello partito socialdemocratico (Chp), principale forza di opposizione e fautore della richiesta di annullamento alla Corte, si festeggia: Deniz Baykal, leader della formazione, non ha esitato a definite la scelta dei magistrati “una vittoria della democrazia”. Ma anche per lui la doccia gelata arriva con la notizia dell’apertura, da parte del procuratore di Ankara, di un’inchiesta a suo carico: dopo aver paventato rischi e tensioni se la Corte avesse accettato la votazione del parlamento, ora è accusato di indebite pressioni sul massimo organo della magistratura.




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