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Gli americani cominciano a costruire la barriera di Al A'dhamiya. E tutti protestano. Il parallelo col Muro che gli israeliani stanno alzando in Cisgiordania e Gerusalemme è troppo evidente (nella foto, un'immagina del muro a Gerusalemme dal sito della campagna StoptheWall)

Paola Caridi

Venerdi' 27 Aprile 2007
Quando la politica muore oppure cerca scorciatoie, meglio alzare un muro. Quando le questioni della sicurezza sono prioritarie, meglio mettere una barriera di cemento in mezzo, pronta a fermare attentatori suicidi, autobombe e tutto quello ciò che la politica non è riuscita a fermare. Perché, dunque, non cominciare a mettere muri anche a Baghdad, dove la politica non ha più asilo? L’ultimo muro le autorità militari americane di stanza nella capitale irachena lo stanno costruendo attorno al quartiere sunnita di Al A’dhamiya, nord di Baghdad, riva orientale dell’Eufrate. Non è il primo, a dire il vero, perché di barriere di cemento, mescolate con cavalli di frisia, filo spinato e check point sono piene le strade di Baghdad.
Qualcosa di diverso, però, ce l’ha, dagli altri muri, quella che gli stessi soldati americani cominciano a chiamare come la ‘grande muraglia’ di Al A’dhamiya. Anzitutto, l’ampiezza: un perimetro di cinque chilometri e mezzo, composto da spessi elementi di cemento alti oltre tre metri e mezzo, e pesanti più di sei tonnellate. E poi il risultato definitivo: una vera e propria fortezza di stampo medievale, con la quale il quartiere a maggioranza sunnita di Al A’dhamiya sarebbe separato dai sobborghi sciiti che lo circondano su tre lati. E dai sobborghi sciiti, spesso, partono le incursioni contro il quartiere considerato una delle roccaforti della resistenza baathista, diventata a sua volta un posto dove si nascondono guerriglieri sunniti e armi.
La sicurezza, dunque, serve a difendere la popolazione, a proteggere sciiti e sunniti, sostengono gli americani, che comunque a quindici minuti da Al A’dhamiya hanno uno dei loro campi, prima chiamato Gunslinger e poi, per questioni d’immagine, Camp Solidarity, accanto al più importante impianto di depurazione delle acque di Baghdad. Nessuna intenzione settaria, continuano a ripetere le autorità statunitensi in Iraq da quando la patata bollente del muro è scoppiata, meno di una settimana fa.
Difficile per gli iracheni e per gli arabi in generale, però, non pensare alle divisioni settarie, o in termini più edulcorati al federalismo, quando i primi, grandi blocchi di cemento son cominciati a comparire, il 10 aprile scorso. A dirlo, per primi, sono stati gli abitanti del quartiere, nelle manifestazioni contro il muro che hanno riempito le strade del sobborgo. No al muro di separazione, no a essere rinchiusi in un ghetto. Sicurezza o non sicurezza. Perché poi muro, jidar, in arabo, è diventata una parola che fa rabbia, e quei blocchi di cemento ricordano troppo da vicino alcune parti del muro di separazione che Israele sta continuando rapidamente a costruire in Cisgiordania e dentro Gerusalemme. Per fermare gli attentati suicidi, dice Tel Aviv. Per difendere le colonie e precostituire il nuovo confine dentro la Cisgiordania, ribattono i palestinesi. La barriera di separazione di Israele verso i palestinesi raggiunge in molti punti i nove metri, per esempio a Betlemme, o nel sobborgo gerosolimitano e arabo di Abu Dis. Ma ci sono punti in cui quei blocchi sono molto simili a quelli di Al A’dhamiya, e il pubblico arabo – iracheni compresi – li sa riconoscere, perché li ha visti e li vede tuttora su Al Jazeera, al Arabiya, su tutte le tv della regione. Sono, per gli arabi, il simbolo della sofferenza dei palestinesi, e l’idea che gli americani, con l’appoggio del governo iracheno, possano costruire una struttura simile a Baghdad, diventa insopportabile.
Se n’è accorto il premier iracheno Nour al Maliki, che il 22 aprile, dal Cairo, ha fatto sapere pubblicamente di aver chiesto agli americani di bloccare il Muro di Al A’dhamiya. Conquistandosi per la prima, lui sciita, le simpatie dei sunniti. Se n’è accorto anche il presidente Jalal Talabani, curdo, che ieri ha stigmatizzato l’idea stessa di un muro. Gli americani sono corsi ai ripari. Hanno mostrato il muro alle telecamere embedded della AP, sostenendo che invece le autorità irachene sono d’accordo.
Ma la Grande Muraglia di Al A’dhamiya, ormai, è diventato il simbolo del disastro iracheno, della separazione in corso, della futura teoria di fortini in cui sarà frammentata l’identità nazionale. E anche del fallimento degli arabi. Scandalo, crimine, violazione, picco del fallimento della strategia americana. Gli opinionisti e l’intellighentsjia araba vanno giù pesanti, negli attacchi al Muro. “Oggi è Al A’dhamiya, domani sarà Bassora, il giorno dopo Mosul e quello dopo ancora Kirkuk, finché l’intero Iraq non diventerà un Bantustan”, ha scritto l’editorialista di punta del quotidiano panarabo Al Quds al Arabi, Abdel Bari Atwan. Ancor più duro Ghassan al Sharbal, sul concorrente al Hayat: “sognavamo di distruggere il muro razzista costruito da Israele, e ora arrivano muri a distruggere le nostre città. Per prevedere il futuro arabo, dobbiamo guardare a Baghdad. I venti del settarismo minacciano una stagione di muri infiniti”

Leggi l'articolo a p.7 del Riformista



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