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L'AFGHANISTAN DI SIMONE 26/4/07

Passione e lavoro duro a Kabul. La storia di un giovane cagliaritano sulla linea del fronte
La foto è di R. Martinis: bimbi afgani della capitale


Emanuele Giordana

Giovedi' 26 Aprile 2007


Kabul – Per Simone Pettinau il battesimo del fuoco sono stati due tra i paesi più difficili del pianeta: l'Afghanistan e il Sudan. Così che adesso, nel suo ufficio a Kabul della Cooperazione italiana nel cuore della capitale afgana a Sahr-e naw, è l'immagine della serenità. “I miei amici a casa, quando parto per l'Afghanistan, mi ricoprono di raccomandazioni. Ma io sono tranquillo anche perché – scherza – se dico solo due parole o sto zitto, mi prendono per afgano!”.
Quando nel 2004, finiti gli studi di Scienze politiche a Cagliari (con una tesi sul conflitto in Kashmir) si è trasferito a Torino per seguire un master in Peacekeeping Management (in altre parole l'arte della risoluzione dei conflitti), forse Simone non pensava che avrebbe trovato subito lavoro e su un “fronte caldo”. “L'occasione – spiega – arrivò dopo il corso a Torino con uno stage di tre mesi proprio in Afghanistan”. Ci lavora con una Organizzazione non governativa, il Coopi, per poi passare un breve periodo all'ambasciata italiana. Da quando poi l'ambasciata lo ha richiamato nel luglio del 2006 e gli ha poi affidato i servizi logistici della Cooperazione, un lavoro delicato e che richiede precisione e competenza, Simone è uno dei due sardi “sulla linea del fronte” assieme al nostro ambasciatore Ettore Sequi, l'uomo che, tra l'altro, ha avuto il difficile compito di gestire la vicenda del sequestro Mastrogiacomo con tutto quel che ne è seguito.
Si trova bene a Kabul Simone, ma ricorda volentieri anche il Darfur. Dopo i tre mesi in Afghanistan, e prima di tornarci, il Coopi infatti lo richiama per spedirlo in Sudan: “Esperienza difficile ma bella e, per certi aspetti, fortunata. Nonostante tutto quel che accade in quella martoriata regione, capitai nel periodo dei negoziati di pace. Una situazione tutto sommato tranquilla”. Che voleva dire però passare continuamente check point e vivere in una situazione che per molti si può tradurre con la parola “genocidio”. Anche l'Afghanistan è stato difficile. “La prima volta capitai durante il sequestro di Clementina Cantoni (la cooperante milanese che fu sequestrata da una banda di banditi e poi rilasciata ndr). Momenti di tensione, certo, e stai sempre con l'occhio vigile. Ma quel che più mi pesa – dice – è la mancanza di libertà. Andarsene a fare un giro in moto o passare la sera al bar. Qui ci sono dei limiti che invece vanno rispettati”. A Kabul, in questa seconda missione, Simone ci si trova ormai da un anno e mezzo.
A guidarlo, dietro un'apparente scorza dura che il suo ruolo gli impone (per cui ogni parola va soppesata e ogni gesto va dimensionato su l'istituzione che rappresenta) si intuisce però una grande passione, maturata durante gli studi, il perfezionamento a Torino e, infine, il lavoro “on the field”, sul campo. “Se è un lavoro che consiglierei? Se ti piace può dare molte soddisfazioni che compensano restrizioni e sacrifici. E' difficile, ma quando funziona ti fa sentir bene. E poi conoscere mondi diversi ti aiuta ad essere più flessibile culturalmente, ad accettare gli altri e la loro diversità”. E con i rischi come la mettiamo? “Paradossalmente a volte si corrono più rischi a casa propria che nelle aree di conflitto dove, bene o male, si sta molto più attenti a quel che si fa. Invece a casa tua può capitarti il furto, l'episodio di microcriminalità, la rissa in discoteca... ”. Il rapporto con gli altri? “Ottimo con l'equipe della cooperazione e con il mio staff (di autisti afgani ndr), più difficile con un mondo che è diverso ma che va accettato proprio per la sua diversità. Se la globalizzazione ha un rischio, per altro, è proprio quello dell'appiattimento. La diversità invece è una ricchezza”.
Senza Simone molto del lavoro della Cooperazione italiana in Afghanistan si fermerebbe. E' lui che deve organizzare i trasporti, far girare le vetture, controllare conti e orari, far si che tutto sia a posto. Nel garage della casa a due piani di Shar-e naw, dove ha sede la cooperazione, le macchina non hanno insegna. Una scelta dell'ambasciata per coniugare prudenza a basso profilo. Ma le cose e si fanno eccome. Senza fanfare, forse, ma con buoni risultati, specie nel settore sociosanitario coordinato da Pietro De Carli un “veterano” arrivato, dopo quattro anni, a fine missione. Andrà all'aeroporto per lasciare il paese su una macchina di Simone.



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