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L'organizzazione di Gino Strada chiude i suoi ospedali

(sulla prima pagina de il manifesto la foto di R. Martinis

Emanuele Giordana

Venerdi' 27 Aprile 2007

Di ritorno da Kabul – L'ultima visione dell'ospedale di Emergency a Kabul è una sala d'attesa vuota: il guardiano di turno che ci fa aspettare mentre qualcuno chiede della responsabile, in riunione con lo staff internazionale. Nessuno però ci riceve. E' già tardi quel mercoledi 11 aprile, l'ultimo giorno dello staff internazionale in Afghanistan. Fuori c'è una camionetta della polizia, così che nell'ora del tramonto, quella in cui il muezzin invita alla preghiera, l'atmosfera si fa più cupa rispetto a quanto accade normalmente, quando i raggi del sole spariscono dietro le montagne e la città precipita nel buio. Non è un modo di dire a Kabul, perché la luce è ancora patrimonio di pochi. Il giorno dopo, il 12 aprile, verso le 10 del mattino, lo staff lascia la capitale afgana per Dubai. Davanti all'ospedale ormai orfano, Romano Martinis, il fotografo che con uno scatto documenta l'ultimo giorno del nosocomio di Emergency, viene allontanato bruscamente. Niente foto, grazie. Ruba un'immagine che racconta tutto: un padre che esce col suo bimbo in braccio, segno che l'ospedale è ancora in attività, ma non il piccolo assembramento che eravamo abituati a vedere di fronte al cancello. E nel fotogramma un afgano in primo piano fa segno di andar via. Niente foto grazie. Il gesto è mosso, in un movimento che sembra segnare l'epilogo consumatosi ieri.
Oggi sappiamo che in realtà qualche expat, qualche internazionale, era rimasto. L'altro ieri infatti, recita una nota di Emergency, “funzionari di polizia afgani si sono presentati all'ospedale intimando allo staff internazionale presente - tre cittadini italiani, un belga e un elvetico - di consegnare i passaporti”. La cosa poi finisce lì per l'intervento dell'ambasciata. Ma insomma, il clima resta quello che abbiamo visto a metà aprile. Forse ancor più cupo.
Dal 1999 Emergency ha fornito assistenza medica e chirurgica di alto livello e gratuita a oltre un milione e mezzo di cittadini afgani nei centri chirurgici di Anabah, Kabul e Lashkar Gah, nel centro di maternità e medicina in Panjshir, nelle 25 cliniche e posti di primo soccorso e nelle 6 cliniche delle prigioni afgane. Un lavoro importante anche se i critici hanno spesso messo in luce i rischi di un'attività parallela a quella – disastrata -della sanità pubblica. Ma Emergency ha anche fatto altro. Pur se sempre fedele allo spirito della neutralità, profilo richiesto ad ogni organizzazione umanitaria, si è spesa molto per favorire ipotesi di pace. Accade ad esempio durante un governo di centrosinistra dove Ugo Intini ricopre, come adesso, la carica di sottosegretario. Il che spiega perché abbia recentemente sempre gettato acqua sul fuoco delle polemiche tra Gino Starda e il governo nei giorni turbolenti seguiti all'arresto di Rahmatullah Hanefi. Appoggia, siamo in epoca talebana, cioè tra il 1996 e il 2001, la scelta di Gino Strada di avere due ospedali nelle due aree in cui è di fatto diviso il paese: il 90% del territorio è nelle mani di mullah Omar, una piccola fetta è sotto la guida di Ahmad Shah Massud, il leone del Panjshir che, dalla sua enclave, resiste ai turbanti. I due ospedali, che curano i feriti senza chiederne la provenienza, sono un piccolo tentativo di tentare quella diplomazia sanitaria che, proprio in quegli anni, diventa una parola d'ordine dell'Organizzazione mondiale della sanità (in Bosnia da esempio) con la parola d'ordine “Health as a bridge for peace”, la salute come ponte di pace. Passi che vengono poi travolti dalla guerra in Afghanistan scatenata dopo l'11 settembre e la strage delle torri gemelle.
Emergency, come che sia, resta in Afghanistan e resta presente anche nelle aree più conflittuali, come Lashkar Gah e Grishk, nel Sud devastato dai talebani e dai bombardamenti anglostatunitensi e della Nato. E', sia ben chiaro, una presenza scomoda. Testimoni di una dramma quotidiano che, oltre le ragioni della guerra, racconta l'identità di chi arriva in quegli ospedali di frontiera: bambini maciullati dalle mine, anziani colpiti da una scheggia, donne e uomini vittime di attentati kamikaze o feriti dalle macerie prodotte da un bombardamento.
Adesso che Emergency ha deciso di chiudere le sua attività – pur lasciando aperta la porta della “ricerca di condizioni” per riaprire – in tanti si chiedono, non solo chi curerà le vittime della guerra ma anche chi ne sarà testimone. Testimone scomodo per gli uni e per gli altri. Quel ponte di pace per adesso non c'è più. E' sbarrato sul fiume della guerra il cui colore maledetto è rosso sangue.

Anche su il manifesto



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