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L'ondata terroristica che ha colpito Algeria e Marocco occupa i titoli dei giornali anche a Rabat. Ma qui già da mesi era in atto un'impressionante “operazione preventiva”, a onore e vanto di un sistema di sicurezza osannato dalla stampa governativa. Anche a scapito delle libertà.

Ornella Tommasi

Sabato 21 Aprile 2007
TANGERI – Sul treno che di notte collega Tangeri a Casablanca i viaggiatori sono scarsi. La grande diaspora verso i quattro angoli del paese si è conclusa con la fine delle feste del Maulid, l'anniversario della nascita del profeta in cui tutti tornano in famiglia. Nello scompartimento l'unico passeggero alterna brevi sonnellini al canto salmodiato dei versetti del Corano, poi ripone il foglietto su cui è scritto il testo, sorride e attacca discorso. Non è entusiasta di abbordare il tema del giorno: l'ondata terroristica che colpisce Algeria e Marocco e occupa i titoli dei giornali. L'unico commento che si riesce a strappare è un accorato “Yallahtif!”, una sorta di “Dio ce ne scampi!”. Preferirebbe parlare del suo viaggio, della vecchia madre che è appena andato a trovare, della pioggia che non è mai abbastanza. In Marocco non si ama parlare di politica, soprattutto con gli stranieri, e le reazioni a fatti come questi sono segnate da un malcelato imbarazzo, quando non proprio da un tentativo di scusarsi, come per una catastrofe collettiva di cui si sa che saranno loro stessi, i marocchini, i primi a pagare le conseguenze.
La cronaca accomuna sotto il segno delle bombe due paesi associati di solito per le reciproche “relazioni pericolose”: il problema del Sahara Occidentale e le politiche anti immigrazione subsahariana. Per una volta, nessuna insinuazione si nasconde sotto le condoglianze reciproche tra Mohamed VI e Bouteflika mentre la questione del Sahara, argomento tabù nei rapporti tra i paesi fratelli-nemici, resta in sordina.
In Marocco l'allarme rosso si avvertiva ben prima degli ultimi fatti di sangue di Casablanca: un mese fa, l’11 marzo, un primo kamikaze si è fatto saltare nel cybercafè di Sidi Moumen, il quartiere degradato della città, da sempre focolaio dei germi della miseria e dell'integralismo. E da mesi era in atto un'impressionante “operazione preventiva”, a onore e vanto di un sistema di sicurezza osannato dalla stampa governativa, che ne fa l'argomento portante dei commenti di questi giorni. Controlli a tappeto sulle strade e nei luoghi pubblici, posti di blocco triplicati all'uscita delle città, cittadini che fanno buon viso col fatalismo paziente che li contraddistingue. Parola d'ordine: rassicurare, sottolineare la “stoltezza criminale di violenze di musulmani isolati contro la grande comunità islamica” e, per quanto possibile, escludere legami con i ben più gravi attentati in Algeria, peraltro allineata sulla posizione ufficiale di Rabat.
Il Marocco seppellisce i suoi morti e tira avanti con decisione: solennità particolare per l'ispettore di polizia Mohamed Zinbiba, sotterrato pochi giorni fa, entro le 24 ore dalla morte, come prescrive l'islam. L’agente è morto durante il tentativo di cattura dei quattro kamikaze che il 10 aprile hanno seminato il panico a Casablanca, facendo detonare le bombe che portavano addosso. Ed è stato promosso “ufficiale” sul campo con l’onorificenza concessa dal Re in persona: stavolta la qualifica di “martire” è andata al servitore dello stato.
Ma il relativo sospiro di sollievo, c’è da scommettere, non durerà. Al di là della minaccia costituita dai “tre o quattro individui”, (il comunicato stampa del ministro dell'interno Benmoussa non precisa oltre) tuttora in libertà, con tanto di corredo esplosivo a seguito, l'operazione sicurezza si farà sentire nella vita quotidiana dei cittadini. Con gli sconfinamenti prevedibili e già sperimentati nel recente passato. Come per le celebrazioni del Maulid, quando i fedeli usano riversarsi nelle strade tra canti e danze iniziatiche: a Tangeri la polizia, in via precauzionale, ha disperso un manipolo di aderenti al movimento “Adl Wal Ishane” (quello dello sceicco Yassine e della molto mediatica figlia Nadia), gruppo integralista ma da sempre estraneo ad ogni incitazione alla violenza. Prevedibile il malcontento degli interessati, mentre si rafforza il dubbio che questo tipo di repressione non finisca per alimentare derive estremistiche più minacciose.
Da un lato l'incremento della pratica religiosa è sotto gli occhi di tutti: le moschee non riescono più a contenere i fedeli per la preghiera del venerdì e l'uso del jiab tra le ragazze è in aumento; ma associare questi fenomeni al rischio terroristico rischia di essere operazione arbitraria, oltre che pericolosa. Valga per tutti l'esempio del velo, su cui tanto si concentra l'attenzione dei media occidentali: scelta religiosa, simbolo identitario, ma anche semplicemente accessorio che se usato con civetteria – e la cosa non è affatto infrequente – accompagna la grazia femminile e la esalta. Basterà aspettare l'estate piena per assistere a variazioni sul tema, da rivista di moda: foulard con una banda lasciata libera a svolazzare sulla spalla, arrotolato e poi annodato dietro la nuca, sormontato da berrettino stile Nike con visiera, e via interpretando.
Eppure anche questa banale abitudine del look ha cominciato a creare qualche problema alle donne, che non vogliono rinunciarvi: lavorare in una banca, in un ufficio postale o in un'azienda che si pretenda “moderna” implica spesso, come clausola contrattuale, la rinuncia alla testa coperta. In compenso il foulard è scelto sempre più spesso dalle prostitute per mantenere un'aria di rispettabilità al di fuori del luoghi di lavoro, e a loro non si può vietare. Per inciso sono state proprio le prostitute le prime vittime della campagna per la sicurezza antiterroristica, da quando bar e discoteche sono diventati luoghi ad alta sorveglianza, con frequenti incursioni della polizia e conseguenti, inevitabili retate, al punto che molte di loro hanno rinunciato a “uscire” la sera.
Brutto colpo, questo dei kamikaze, per l'immagine che il Marocco cerca di accreditare in vista degli ambizioni obiettivi nazionali a medio e lungo termine: dieci milioni di turisti per il 2010 e l'elezione di Tangeri a sede dell'Expo 2012, che dà luogo in questi mesi a un incredibile fervore edilizio e a un maquillage diffuso in diverse città. Senza contare l'avvicinarsi delle elezioni legislative, il settembre prossimo, col PJD (Partito Giustizia e Sviluppo), il partito islamico moderato, in odore di vittoria. Ma quali saranno le ricadute dei fatti di Casablanca sull'orientamento degli elettori è una storia ancora tutta da scrivere.

Uscito su il manifesto



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