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NEGOZIATO PACHISTANO 29/3/07

Chi ha ucciso il 26 marzo quattro 007 pachistani? Gli epigono di Al Qaeda? I neo talebani? O è un regolamento di conti interno all'Isi? Ipotesi su un fatto solo apparentemente secondario
(nella foto il presidente Musharraf)

Emanuele Giordana

Giovedi' 29 Marzo 2007

Nell’agenzia tribale del Bajaur, nel Pakistan occidentale, quattro agenti dell’Isi, il servizio segreto pachistano, hanno appena ricevuto il benservito da due killer in motocicletta che hanno teso loro un’imboscata mentre, da Peshawar raggiungevano l’area nelle tribal belt, la cintura tribale che costeggia il confine afgano. Notizia apparentemente di secondo piano per chi osserva la crisi afgana. Già perché quest’omicidio multiplo ha molto a che vedere con la crisi afgana e non è, in realtà, per nulla una vicenda secondaria. Perché ? Perché le aree tribali pachistane (le Federally Administered Tribal Area) sono il santuario dei neo talebani, la “nuova” forza col turbante che da qui muove per andare a far la guerra alla Nato nell’Helmand, a Kandahar e in tutte le zone dove il bollettino quotidiano fa stato del conflitto in Afghanistan. Ma se il nostro occhio cerca di andare un po’ al di là delle vicende afgane, o a quanto ci sta dietro, è necessario cercare di capire cosa accade nelle Fata e perché il killeraggio degli 007 pachistani è così importante. Ma dobbiamo fare un passo indietro.
Nel 2004 scatta un’operazione dell’esercito pachistano concordata con Washington. Gli americani fanno pressione perché le Fata, sette agenzie tribali dotate di larga autonomia e che godono in Pakistan di uno statuto amministrativo speciale da vecchissima data, vengano ripulite, sia di quel che resta di Al Qaeda – arabi, ceceni, uzbechi, gli “stranieri” in buona sostanza – sia del rinnovato battaglione talebano che, dopo la disfatta del 2001 sotto le bombe di Enduring Freedom e l’avanzata dell’Alleanza del Nord, ha trovato rifugio nella cosiddetta tribal belt pachistana. Trasformandosi in un nuovo soggetto: i neotalebani. Ma la campagna militare pachistana fallisce, benché Musharraf impegni qualcosa come 80mila uomini da corpi differenti dell’esercito. Il fatto è che in quelle impervie montagne, dove le forze armate non hanno basi logistiche e dove Islamabad non gode dell’appoggio della popolazione locale, tradizionalmente poco incline a fare favori al governo centrale, non si può combattere una guerra convenzionale. Già ai tempi del British Rule sull’India, quando il Pakistan ancora non esisteva, i ranger inviati da Calcutta dovevano fare i conti con i cecchini patahan. E anche per i britannici dominare quest’area della frontiera occidentale del Raj costò caro al governo della British India e si risolse poi con un negoziato che, in sostanza, barattava la pace con la Corona di Sua maestà contro la piena autonomia delle aree tribali pathan (le stesse popolazioni che in Afghanistan si chiamano pashtun). Quando il Pakistan dopo il ’47 inglobò le aree tribali nel nuovo stato sorto dopo la Partition dell’India, l’accordo venne rispettato. Sino al 2004 con l’invio dell’esercito. E la sua sconfitta. Dati non ufficiali, e che la diplomazia pachistana si rifiuta di confermare nel dettaglio, parlano di diverse centinaia di morti. Settecento pare. Senza contare le diserzioni e gli scontri interni sia nell’esercito che nei servizi segreti. Musharraf dà quindi l’incarico di trattare a Mohammed Orakzai, un uomo il cui cognome ne segnala l’origine tribale. Bisogna che ottenga un cessate il fuoco tra esercito e milizie, sia tribali che talebane, in cambio di una serie di promesse tra cui quella che vengano cacciati i residenti non pathan (arabi, uzbechi, uiguri aggregati ad Al Qaeda o arrivati in seguito direttamente nelle Fata). Si comincia dal Waziristan del Nord in autunno. E ci si prova poi a Bajaur anche se in quell’agenzia le cose non funzionano. Il fatto è che nel 2006 due raid aerei americani fanno strage di civili. E il negoziato si ferma.
Intanto Washington continua a fare pressione perché Musharraf faccia di più. L’accordo negoziato salva infatti il Pakistan, che ottiene la tregua, ma non fa smettere l’infiltrazione talebana in Afghanistan, più o meno sostenuta, si dice, da una parte dei servizi “deviati” dell’Isi che, come già in passato, continuano a scommettere sui barbuti. Nondimeno Orakzai si dà da fare e non è un caso se, a metà marzo, talebani e milizie locali, sostenuti dall’esercito, tentano di cacciare una comunità di uzbechi che da tempo si è stabilita e vive nel Waziristan del Sud, sempre nelle Fata. Alcuni fra loro hanno anche sposato donne locali, in barba a chi cerca di leggere le vicende di queste parti con la sola lente delle divisioni etniche. Comunque la battaglia è una cosa seria, visto che sul terreno restano i cadaveri di oltre un centinaio di uzbechi vicini al Mui, il movimento islamico uzbeco che piaceva molto a Osama bin Laden. Infine Islamabad torna alla carica nel Bajaur. L’accordo è di appena tre giorni fa. Con una novità.
Mentre nel Waziristan gli emissari del potere centrale avevano dovuto negoziare sia coi capi tribali pathan (i malik) sia con i talebani afgani di mullah Omar, molto potenti in quell’agenzia, nel Bajaur l’accordo avviene solo con i malik, il vecchio potere laico tradizionale. Niente mullah e turbanti afgani o epigoni di Al Qaeda nell’accordo che mira a ripulire l’agenzia di Bajaur. Ecco allora spiegata la nostra notizia in testa all’articolo. Sembrerebbe il tentativo dei talebani (o neotalebani per meglio dire) di rimettere a posto i tasselli del primigenio negoziato. A mullah Omar e compagni non dev’essere insomma piaciuto che ora Islamabad voglia fare i suoi conti solo con i capi tribali, i legittimi detentori del potere nelle agenzie ma che, nel Waziristan ad esempio, sembrano ormai sottomessi a un altro potere o contropotere che dir sui voglia, quello di mullah e afgani. Storia complicata.
La vendetta dei neotalebani , se la tesi è corretta, nei confronti dell’Isi dice due cose. Che una resa dei conti è cominciata e che la complessità del gioco nelle aree tribali sta diventando il secondo fronte della guerra afgana. Indica poi che l’avvertimento talebano è sia per il governo che per l’Isi stesso, un sevizio di intelligence cui Musharraf sta cercando di mettere pesantemente mano. Ovviamente molte altre letture sono possibili: un regolamento interno ai sevizi, un qualche sgarro tra tribali e pachistani o un’pmicidio ascrivibile agli epigoni di Al Qaeda che ora vedono traballare l’alleanza coi neotalebani. Come che sia, una lettura politica delle vicenda, pur con tutti i dubbi e la confusione che circonda il negoziato nelle aree tribali, non può essere elusa.
Il Pakistan attraversa un momento difficile e Islamabad, già alle prese con la crisi istituzionale innescata dalla rimozione due settimane fa del capo della Corte suprema con una decisione d’imperio di Musharraf, non promette nulla di buono. Ma Islamabad, non meno di Kabul o di Washington, teme la talebanizzazione del Pakistan. Teme cioè che il potere neotalebano che insidia Karzai e che prospera nelle Fata, possa domani insidiare quello di Musharraf. Chi riduce la lettura della crisi afgana a un’equazione nella quale tutte le colpe stanno in Pakistan, pecca fosse di eccessiva semplificazione. A Musharraf troppi turbanti non fanno piacere. Specie se, anziché andare verso il confine afgano, passano quello delle Fata per andare a sobillare gli animi nel nome di Dio a Peshawar, Quetta e Karachi. Come sta già accadendo.

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