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Un giudice rimosso, uno scandalo nel mondo del cricket, la tensione nelle aree tribali, le vicende della guerra afgana. E un presidente generale che cerca di tenere il punto. Ricognizione su un paese sull’orlo di una crisi di nervi preparata per CartaMensile in edicola

Emanuele Giordana

Lunedi' 9 Aprile 2007

Cosa lega una palla rossa di pelle di cervo, un giudice della Corte Suprema e una comunità di uzbechi rifugiati in una remota regione dei monti Sulaiman? Il presidente della Corte suprema si chiama Iftikhar Mohammad Chaudhry e vive in Pakistan, a Islamabad, dove è stato sospeso un paio di settimane fa d'autorità dal presidente Musharraf che, accusandolo di abuso di potere, lo ha messo agli arresti domiciliari. Anche la comunità di uzbechi si trova in Pakistan, nelle montagne del Waziristan del Sud, una delle sette agenzie tribali delle Fata (Federally Administered Tribal Areas), tra i luoghi più singolari del pianeta. Si trova a ridosso della frontiera con l'Afghanistan, e, dal tempo del Raj britannico, quando India e Pakistan erano le stessa cose, gode di una larga autonomia amministrativa e giurisdizionale, regolata da una legge che ha oltre un secolo – la Frontier Crimes Regulations del 1901 - e da un corpus di regole consuetudinarie note come pashtunwali, la legge dei pashtun. Che, sia detto per inciso, in Pakistan vengono chiamati pathan. La palla di cervo infine è invece al centro del gioco del cricket (è di cervo per evitare tabù religiosi). Quella che ci interessa si trova in Giamaica dove, sempre un paio di settimane fa, il Pakistan ha perso la partita con l'Irlanda che ha espulso la squadra del subcontinente, una delle più forti del mondo, dai mondiali di cricket. La sera dopo la partita l'allenatore della squadra, l'inglese Bob Woolmer, è passato a miglior vita. Strangolato.
Benché tutte queste vicende appaiano lontane, diverse e scollegate tra loro, avrete capito che c'è un unico denominatore: il Pakistan. E che questo paese, uno dei maggiori protagonisti della guerra afgana, sta praticamente implodendo. Attraversato da spinte radicali fondamentaliste alimentate dal conflitto afgano, in crisi sul piano istituzionale dopo l'espulsione di Chaudhry dalla corte suprema, con il peso di una storia complessa e dominata dalla casta militare, il Pakistan si trova sull'orlo di una crisi di nervi. Molti guardano alla repubblica islamica di Islamabad come alla vera causa della crisi afgana. Ma pochi indagano quanto il conflitto afgano stia al contrario bruciando la miccia di una crisi che sta portando il paese sull'orlo di un collasso socio-istituzionale. Cosa c'entra il cricket in tutto questo? Se si considera che in Pakistan è lo sport nazionale e che una partita persa può scatenare una crisi emotiva incontrollabile (o facile da manipolare), tutto si tiene nelle due settimane più bollenti della storia recente di questo paese. Per rendervi la vita più difficile, e farvi meditare su una complessità che la vulgata liquida in due parole, abbiamo deciso di raccontarvi queste tre storie: cricket, uzbechi e giudici. La miscela è esplosiva. Anche perché tutto si gioca appunto in una quindicina di giorni del mese di marzo. Le fila provate un po' a tirarle da voi.

Il mistero della palla di cervo

La morte a Kingston il 18 marzo di Bob Woolmer, mitico allenatore della squadra pachistana di cricket, sulle prime viene presa per accidentale. Ma il 22 i test post mortem confermano che non è stato affatto un malore e nemmeno un suicidio. Bob è stato strangolato in camera sua. E ha aperto la porta ai suoi aggressori che conosceva bene, visto che non ci sono segni di effrazione. Cos'è successo? Bob se l'era presa perché i pachistani hanno perso con l'Irlanda, l'equivalente del Costarica in una partita dei mondiali di calcio dove giocano l'Argentina o l'Italia. Forse mangia la foglia amara del trucco. E cioè della longa manus della mafia dei bookmaker, fortissima in Pakistan e in grado di comprarsi partita e giocatori. Il cricket come ogni altro sport ha il suo giro sporco. Che può arrivare, in un solo giorno, a totalizzare un miliardo di dollari di puntate quando si giocano i mondiali o partite importanti, come sostiene l'International Cricket Council's corruption unit. Pakistan-Irlanda è una partita di quelle. Il Pakistan perde. Bob la prende male e forse si lascia andare a qualche minaccia. Viene ucciso. La squadra però il 27 marzo è già a casa e tra Pakistan e Giamaica non c'è l'estradizione. Guai per la magistratura inquirente che sta visionando i video del circuito interno piazzati nei corridoi del Pegasus Hotel di Kingston dove Bob ha passato, depresso, la sua ultima notte. E in Pakistan? Il Pakistan ha perso i mondiali e un mucchio di gente ha perso soldi. Trasferite gli scenari da stadio Olimpico a Karachi e Lahore e immaginate qual'è può essere l’attuale scenografia pachistana e come può essere facile accendere un cerino in un clima così teso. Teso anche per altri motivi.

Il magistrato scomodo

Il clima è molto teso da quando Chaudhry è stato sollevato dall'incarico. E’ il 16 marzo, poco prima che il Pakistan inizi a giocare con l'Irlanda in Giamaica, e la piazza esplode. Polizia e agenti speciali della sicurezza non lesinano colpi e proiettili di gomma per impedire che avvocati, oppositori del regime, islamisti – tutti uniti contro Musharraf – marcino sulla Corte suprema, dove si deve tenere una seduta che ha il compito di decidere il destino dell’alto magistrato. Botte da orbi, centocinquanta arresti e una protesta che continua e dilaga anche nei giorni a seguire. Ma perché Musharraf se l'è presa con Chaudhry chiudendo studi televisivi, mettendo il bavaglio alla stampa e riuscendo a coalizzare persone molto diverse tra loro, dai liberali agli islamisti, dai giudici agli avvocati? Chaudhry aveva fama di persona onesta ma soprattutto di aver preso alla lettera l'autonomia della magistratura, cercando di vederci chiaro nelle “rendition” alla pachistana legate alla guerra al terrorismo, su cui Musharraf registra la continua pressione di Washington. Ma c'è di più: il magistrato avrebbe anche annullato una grossa operazione di privatizzazione che riguarda il primo gruppo siderurgico nel paese. Azioni che gli hanno messo contro una parte del Pakistan e, soprattutto, l’Isi, i servizi segreti che non amano si ficchi il naso nei loro dossier. Inoltre Musharraf sta per affrontare le elezioni che si svolgeranno a fine anno e avrebbe la tentazione, dicono i maligni, di non aspettare l'esito incerto delle politiche. Penserebbe il generale-presidente (che nonostante le promessa non ha mai smesso i panni di capo delle forze armate) di farsi riconfermare il mandato dal parlamento uscente, dove ancora controlla la maggioranza. Maggioranza sempre più in bilico.
La mossa del presidente infatti non infiamma solo i partiti tradizionali di opposizione, come il Partito popolare di Benazir Buttho o la fazione della Lega musulmana che fa capo all'ex premier Nawaz Sharif. La mossa suscita anche la protesta della potente coalizione di partiti islamisti Muttahida Majlis-e-Amal, al potere (FINO AL 2006)in due province del paese: nella Provincia della Frontiera (contigua tra l’altro alle Fata) e in quella del Belucistan, dove la Mma è al governo proprio col partito di riferimento del generale, la Lega musulmana (Pml Quaid-e-Azam) e da cui però ha dato le dimissioni nel 2006 dopo l'uccisione del combattente indipendentista Bugti. Sia detto per inciso, anche tra i sodali di Musharraf la mossa del generale suscita quantomeno indignazione. Viene giudicata inopportuna. Gli animi sono caldi.

Fronte tribale

A metà marzo succede anche qualcos'altro e qui siamo al terzo punto del nostro racconto: si svolge una bizzarra battaglia che, nel Waziristan del Sud, lascia sul terreno oltre un centinaio di morti. Gli incidenti durano quasi una settimana e iniziano quando mullah Nazir, un leader religioso locale del Waziristan, cui si dice che in passato il leader talebano Omar abbia affidato la direzione unificata di diversi gruppi guerriglieri locali, cerca di imporre a diverse centinaia di “rifugiati” politici uzbechi di lasciare la zona dove ormai vivono da anni. Forse si tratta dell'effetto del negoziato tra leader locali, talebani e autorità pachistane iniziato nell'autunno del 2006 e che è tuttora in corso. Obiettivo? Scacciare gli “stranieri” arruolati ai tempi di Osama bin Laden o rifugiatisi nelle Fata, lo stato nello stato dei pathan in Pakistan. Ma gli uzbechi, guidati dal leader radicale Tahir Iouldachev, dirigente del Movimento islamico uzbeco (Miu) e condannato a morte dal suo paese, non ci stanno. Ne nasce uno scontro armato che vede anche l'esercito pachistano metterci del suo contro la comunità di “rifugiati politici” uzbechi. Questa strana guerra locale indica che qualcosa si muove in quello che è tutt'altro che un monolite. E cioè il panorama jihadista che si muove nelle Fata diventate, oltre il rifugio per gli epigoni di Al Qaeda, anche la retrovia della guerra afgana. E' qui infatti che mullah Omar, cacciato da Kabul nel 2001, ha riorganizzato la sue truppe. Con una novità: ha cominciato ad arruolare giovani pathan. Così, mentre alla loro nascita i talebani altro non erano che rifugiati afgani (per lo più pashtun) accolti nei campi profughi pachistani, adesso il nuovo esercito talebano – anzi, neo talebano – è riuscito a far leva anche sullo spirito guerriero dei giovani pathan. Nel contempo, se nei neo talebani ormai ci sono anche alcuni fratelli pachistani, fino a marzo erano arruolati a pieno titolo anche uzbechi, ceceni, arabi o cinesi. Ma la guerra di marzo dice che non è più così.
In realtà la presenza degli stranieri, e probabilmente anche dei talebani afgani, è vissuta nelle aree tribali in maniera controversa. Un'ospitalità è dovuta ai fratelli della Umma ma se può funzionare per i pashtun afgani, affini per lingua e costumi ai pathan, con gli stranieri è diverso. E questa è una cosa. Ma a noi interessa qui sottolinearne un'altra.
Durante la guerra con l'Urss, come ha spiegato molto bene l'analista Graham Usher, i giovani pathan non furono molto attratti dal jihad afgano. Certo lo sostenevano e magari ne presero anche parte ma, alla nascita dei talebani negli anni Novanta, non si “talebanizzarono”. La simpatia per i talebani dunque, che avevano reclutato – come abbiamo detto - giovinastri soprattutto tra i campi profughi afgani, non era mai andata molto in là nella cosiddetta tribal belt pachistana, dove – e questo è un fatto importante - vigeva ancora il vecchio sistema retto dai malik, i tradizionali capi tribù, figure laiche e custodi della tradizione, oltreché cinghia di trasmissione tra le tribù pathan e il governo. I mullah, nelle Fata, restavano al loro posto, sotto la catena di comando diretta dai malik. Ma quando nel 2004 la pressione americana spinge Musharraf a intervenire nelle Fata per snidare gli epigoni di Al Qaida e i talebani di mullah Omar, accade qualcosa. I militari inviati da Islamabad vengono infatti percepiti come un tradimento delle antiche regole di non ingerenza nei territori tribali. Così, combattendo contro un obiettivo condiviso (il Pakistan) i legami tra pathan e talebani si rafforzano. Ora non è più solo ospitalità ma guerra comune contro un comune nemico. Tutto ciò rafforza il potere dei talebani e quello dei mullah a discapito dei malik, spesso tacciati di tradimento proprio per il loro ruolo di mediatori col governo. Molti vengono addirittura uccisi mentre i talebani diventano i nuovi eroi delle Fata, i difensori dell'autonomia della regione. Una crescita politica che vede consenso e ammirazione da parte dei giovani pathan delle agenzie tribali.

La talebanizzazione del Pakistan

La svolta è del 2006 quando Musharraf sceglie di negoziare un cessate il fuoco nelle aree tribali in cambio di una serie di promesse tra cui quella di rifiutare asilo agli stranieri. Ma questa volta il negoziato si deve fare sia con i malik che con mullah Omar e i talebani. E' anzi il riconoscimento del loro ruolo politico e del ruolo politico dei mullah. La guerra al terrore ha prodotto un nuovo mostro.
Le Fata sono ormai telabenizzate? In parte si e, quel che è peggio, si va talebanizzando anche parte del Pakistan che sta oltre la cintura tribale. Il potere dei mullah a Karachi o a Peshawar cresce. E cresce il peso della già ricordata Mma, la coalizione di partiti islamisti che ha buone relazioni coi talebani. Anche questo è un sottoprodotto della guerra afgana.
A questo punto dovremmo rimettere assieme tutti i pezzi del puzzle, sempre che abbiate avuto la pazienza di seguirci. Ma il quadro è già abbastanza chiaro. La guerra produce mostri e mostri radicali. Il Pakistan ha avuto la sua parte nel confitto afgano ma adesso gli sta esplodendo in mano. Questo articolo è solo un invito a non semplificare troppo seguendo la voce corrente per cui: guerra in Afghanistan, colpa del Pakistan. Il Pakistan ha le sue colpe - come si vede a Islamabad o forse a Kingston e naturalmente nel Waziristan - ma il gioco è molto complesso. Se il Pakistan sprofonda nel caos, il fuoco afgano diverrà un falò in grado di incendiare anche un pezzo del subcontinente. Che, anche se molti lo ignorano, sta già bruciando.


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