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Scontri nelle aree tribali pachistane. Come cambia la guerra in Afghanistan. e in Pakistan. Il fantasma del Pashtunistan

Emanuele Giordana

Sabato 31 Marzo 2007

Quando il 19 marzo scorso mullah Nazir, un comandante talebano che godrebbe del pieno appoggio di mullah Omar, ha attaccato la zona di Azam Warsak e Kalusha, nell'agenzia tribale pachistana del Waziristan del Sud, non era la prima volta che in quelle zone si dava la caccia agli uzbechi. Detta così sembra una storia bizzarra: gli uzbechi di solito stanno in Uzbekistan, i talebani in Afghanistan e Azam Warsak e Kalusha, due amene località del Waziristan meridionale, stanno nelle aree tribali pachistane o Fata (Federally Administered Tribal Area).
Il fatto è che le Fata, territori abitati da circa tre milioni di pathan (la dizione pachistana per pashtun), territori di larga autonomia e giurisdizione che raccolgono sette agenzie tribali, sono diventati una sorta di ostello per diversi tipi di guerriglia, più o meno jihadista. I talebani afgani vi hanno fatto ricorso dopo il 2001, quando i bombardamenti anglo americani e l'Alleanza del Nord li cacciarono dall'Afghanistan. Gli uzbechi invece fanno parte di una diaspora che ha origini lontane. Molti di loro, sia con passaporto uzbeco che con passaporto afgano (in Afghanistan vivono nella zona di Mazar-i Sharif), sono lì da molto tempo e si sono sposati con donne locali. Alcuni tra questi, fedeli al leader afgano Rashid Dostum, signore di Mazar, disertarono quando quel controverso personaggio buttò a mare l'alleanza col governo filosovietico di Najibullah nel 1991, passando armi e bagagli con l'alleanza fra mujaheddin. Quella per intendersi che nel '92 entrò a Kabul mettendo fine all'era sovietica. Non furono gli unici. Altri, e di tutt'altra ideologia, arrivarono in seguito nelle Fata. Appartenevano al Mui, o Movimento islamico dell'Uzbekistan, un gruppo islamista che piaceva ad Al Qaeda. Uno dei suoi leader, Tahir Abdouhalilovitch Iouldachev, un uomo dal passato burrascoso nel jihadismo internazionale, aveva cercato rifugio in Waziristan, anche perché al suo paese rischia la pena capitale. I waziri, in omaggio al principio della melmastia, il sacro dovere dell’ospitalità, l’avevano accolto.
Come che sia, gli uzbechi si sono stabiliti, assieme ad altri “stranieri” nelle Fata, un posto ideale per nascondersi e dove in qualche modo dovettero valere i buoni uffici sia di Osama che di mullah Omar. Il primo aveva stazionato a Peshawar, il bazar di riferimento delle Fata, durante il jihad afgano antisovietico e certo intratteneva buone relazioni con i pathan della frontiera, già allora retrovia della guerra afgana. Il secondo è un pashtun della pianura afgana (di Kandahar) che ha rapidamente legato con i fratelli della montagna di là dal confine che divide Afghanistan da Pakistan. La stima nel 2004, secondo fonti locali, era che , nel solo Waziristan del Sud, si trovassero circa 600 ospiti: un paio di centinaia di uzbechi e per il resto ceceni, arabi, uiguri, che sono popolazioni musulmane dell'estremo occidente cinese. Ma adesso si tratterebbe di circa mille se non duemila persone: uzbechi per la stragrande maggioranza. Tra questi, ci sono gli uomini di Tahir. E sono proprio loro a essere finiti nel mirino di mullah Nazir e di alcuni capi tribali locali. Come dicevamo non è la prima volta.
Il primo incidente è del 2004 quando è l'esercito pachistano a entrare in Waziristan per dare la caccia agli stranieri. Tahir viene ferito ma riesce a darsela a gambe. Ma nel marzo 2007 c'è un incidente di altro tipo. A quanto si sa, Tahir e la sua gente sono appoggiati da una tribù wazira, i Yargulkhel. Per motivi che non sappiamo, a un certo momento, il 6 marzo scorso, uzbechi e Darikhel, altra tribù locale, si scontrano e lasciano sul terreno quasi venti morti. I Darikhel però hanno degli alleati, i Tojhkhel, e con loro meditano probabilmente di dare una lezione agli uzbechi e forse anche ai loro anfitrioni. Il pashtunwali, il codice etico-tribale di pathan e pashtun, prevede oltre alla melmastia, il concetto di onore – nang – e, dunque, la vendetta.
L'occasione arriva il 19 marzo quando milizie tribali locali, questa volta col supporto del capo talebano mullah Nazir, partono per dare il foglio di via agli uzbechi. Che non ne vogliono sapere. La battaglia infuria e, nel giro di una settimana, lascia sul terreno oltre cento vittime. Anche l'esercito pachistano interviene (al terzo giorno) per sparare salve contro gli uzbechi. Una bizzarra alleanza tra taleb, milizie tribali e regolari delle forze armate.
Quanto è successo è forse l'effetto, oltre che di rivalità e ruggini interne, della tregua concordata tra leader tribali, talebani e autorità pachistane nell'autunno del 2006. Il negoziato (concluso per la verità in Nord Waziristan, a Miramshah) aveva stabilito una tregua in cambio dell'espulsione degli stranieri, un primo accordo da estendere alle altre sei agenzie tribali. Forse a marzo è arrivata la resa dei conti. Ma gli uzbechi di Tahir Iouldachev, come abbiamo detto, non avrebbero voluto sentir ragioni. E così si è passati alle armi. Alla fine c'è stata una mediazione, di capi islamisti locali e nazionali, ma non è chiaro come la cosa sia finita. Né è esattamente chiara l'area compresa nell'accordo di Miramshah e se la cacciata degli uzbechi sia o meno e l'effetto del negoziato che Pervez Musharraf, il presidente del Pakistan, ha deciso di mettere in campo quando ha capito che, benché avesse mandato nelle agenzie tribali per “ripulirle” da stranieri e talebani - 80mila soldati - non ne avrebbe avuto ragione (un altro accordo tra capi tribali e Islamabad è appena di qualche giorno fa, nell’agenzia di Bajaur). Del resto, come abbiamo ricordato, nel 2004 l'esercito regolare pachistano aveva già provato a cacciare gli dalle agenzie gli “ospiti” scomodi. Senza successo, come sappiamo. Nelle agenzie nulla si fa e si disfa senza un accordo con i capi tribali. E con i talebani, una forza politica ormai, non più solo militare.
Il fatto è che nelle Fata, il potere dei talebani è cresciuto a dismisura negli ultimi anni. Soprattutto dal 2004 quando Islamabad, sotto la pressione insistente degli Stati Uniti, ha messo piede nelle aree tribali per cacciare Al Qaeda e talebani. Ma lo ha fatto in spregio a un antico accordo che risale al tempo del Raj britannico. E che impediva di fatto all'esercito pachistano di entrare in questa sorta di terra pathan, stato nello stato.
A partire da quel momento, i talebani sono cresciuti in peso politico-militare, dando una mano alle popolazioni tribali, accusate di ospitarli e per questo messe alla gogna da Islamabad, centro di potere mai digerito nelle Fata. La guerra nelle aree tribali ha così rafforzato i talebani, costringendo alla fine Islamabad a venire a patti anche con loro, ormai leader sullo stesso piano dei malik tribali, i rappresentanti tradizionali della comunità. Situazione complessa.
La situazione complessa e difficile da decifrare nell'area tribale pachistana si riflette al contempo anche nella madre di tutti i focolai di guerra della regione: l'Afghanistan. E poiché i santuari talebani sono in Pakistan, e precisamente nelle agenzie tribali, si può chiaramente comprendere come ormai i conflitti in Waziristan e quello in Afghanistan siano le due facce di un'identica medaglia. Nondimeno, la vicenda wazira, col coinvolgimento di mullah, milizie tribali e uzbechi, segna anche una novità che sembra cambiare alcune regole del gioco. Se erano proprio i ceceni, gli uzbechi, gli arabi – gli stranieri insomma – a essere le milizie di Al Qaida ai bei tempi di Osama, com'è che adesso sono proprio loro a essere finiti nel mirino? Non è che forse di Al Qaida restano ormai solo i pezzi dispersi da un puzzle senza più un padrino e senza più i ricchi finanziamenti dello sceicco del terrore? La breve guerra del Waziristan sembra raccontare una nuova fase che distingue sempre di più tra l'interesse “nazionale” degli afgani (e dei pathan pachistani) e il grande jihad globale che piaceva a Osama bin Laden. Quel tempo sembra ormai un'icona del passato. Talebani e neo talebani, della grande area pashtun che abbraccia parte dell'Afghanistan e parte del Pakistan, sembrano aver saldato le due antiche anime tribali (non tanto su base etnica dunque, ma semmai su base identitaria), divise dalla frontiera che i britannici disegnarono nell'Ottocento – la Durand Line - e che aveva separato, secondo i criteri della convenienza geopolitica ma non secondo quelli dell’identità tribale di una ampio pianeta “afgano”, una pezzo di terra abitato da genti diverse ma simili. Unite da un'antica comune tradizione. La vecchia distinzione tra pashtun della montagna (i pathan delle agenzie tribali pachistane) e pashtun delle pianure afgane, viene così a cadere in una sorta di jihad globale. Non tanto per la Umma, come piaceva a Osama, ma per una sorta di Pashtunistan, il vecchio sogno che negli anni Trenta attraversò i pathan della frontiera e la dinastia Durrani a Kabul.
Siamo a questo punto? Ancora no, perché i talebani afgani sembrano soprattutto intenzionati a tornare a Kabul e i pathan a starsene nei loro territori. Il Pashtunistan è forse un sogno che non appartiene loro ma semmai un fantasma che agita le cancellerie, come è sempre stato. E’ vero però che nelle milizie di mullah Omar ormai ci sono anche molti giovani montanari attratti da una guerra di “liberazione” che, oltre a liberare l'Afghanistan dagli invasori della Nato, potrebbe anche liberare i pathan dall'abbraccio di Islamabad. In tutto questo Al Qaeda sembra davvero lontana. Anche quello è forse ormai il sogno di un pazzo, che continua a sopravvivere solo negli incubi del Pentagono.

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