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IL VATICANO E IL CASO SOBRINO 15/03/07

Il Sant'Uffizio ha ieri condannato con "procedura d'urgenza" il gesuita spagnolo Jon Sobrino (nella foto tratta dal sito www.uni-muenster.de) per le sue riflessioni su Cristo e sulla "chiesa dei poveri"

Mimmo De Cillis

Giovedi' 15 Marzo 2007

E’ una chiesa che sembra muoversi a suo agio solo fra condanne, divieti e censure quella di papa Ratzinger. Il caso del giorno è quello del gesuita spagnolo Jon Sobrino che ieri ha incassato, con “procedura d’urgenza”, la condanna del Sant’Uffizio per le sue riflessioni, considerate eterodosse, su Cristo e sulla “chiesa dei poveri”. Sobrino, 68 anni, uno dei fondatori della teologia della liberazione, è l’unico sopravvissuto alla strage dei gesuiti dell'Università del Centro America (Uca) di San Salvador, uccisi il 16 novembre 1989 da alcuni militari a causa del loro impegno sociale e culturale al fianco del popolo salvadoregno. Furono assassinati, quel giorno, il rettore Ignacio Ellacuría, spagnolo, uno dei più grandi teologi della liberazione, i suoi confratelli Segundo Montes, Ignacio Martín Baró, Amando López, Juan Ramón Moreno, Joaquín López-López. Sobrino si salvò solo perchè era all’estero. Da allora, segnato dalla morte dei suoi compagni, Sobrino ha proseguito la sua ricerca teologica e la sua elaborazione soprattutto sul tema della “chiesa dei poveri”, sviluppata nell’alveo di quella che è stata definita “teologia della liberazione”, fortemente avversata nel papato wojtyliano da Ratzinger in persona, quando era a capo del dicastero per la dottrina della fede. L'inchiesta su Sobrino, infatti, l’ha iniziata proprio lui nel 2001: oggi la conclusione tirata dal cardinale William Levada, a poco meno di due mesi dalla partenza di papa Benedetto per il Brasile, in un viaggio – prima visita extraeuropea del pontefice – proprio nel continente che è stato culla di quella corrente teologica. Ratzinger pubblicò nel 1984 e poi nel 1986 due differenti documenti che condannavano la teologia della liberazione, accusata di essere, in alcune sue diramazioni, legata al marxismo e di aver trasformato il cristianesimo in ideologia.
Ieri la riprova che la longa manus vaticana non ha smesso di tenere alle briglie i teologi troppo progressisti o avanguardisti. La “Notificazione” del Sant’uffizio spiega i motivi della procedura d’urgenza: non lasciare che idee corrotte da “gravi difetti metodologici e di contenuto” possano influenzare o deviare i fedeli dell’America Latina. Contestata è soprattutto l’affermazione per cui “la chiesa dei poveri offre l'orientamento fondamentale alla cristologia”. Sobrino, insomma dice che Cristo si incontra soprattutto nel povero, nell’oppresso, nell’emarginato – attendendosi fra l’altro al dettato evangelico. La congregazione gli rimprovera così di “sminuire il valore delle affermazioni del Nuovo Testamento e dei grandi concili della Chiesa antica”. Così facendo, il suo discorso giungerebbe, secondo il Sant’uffizio, anche “a conclusioni non conformi con la fede della chiesa riguardo a punti cruciali, come la divinità di Gesù Cristo, l'incarnazione del figlio di Dio” e ad altri punti che emergono da opere messe all’indice, come Jesucristo liberador. Lectura historico-teologica de Jesus de Nazaret e La fe en Jesucristo. Ensayo desde las victimas.
Il provvedimento appare una mannaia esemplificativa per le avanguardie teologiche latinoamericane ma anche per quelle asiatiche e africane. Paradossalmente è stato il confratello di Sobrino, il gesuita Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, a dover spiegare l’atteggiamento del Vaticano: “Non si tratta di una condanna – ha detto. Sobrino ha vissuto da vicino l'esperienza drammatica del suo popolo; per questo ha teso a sviluppare una cristologia dal basso, coltivando una sintonia spirituale profonda con l'umanità di Cristo”. Tuttavia le sue teorie hanno messo troppo in rilievo l’umanità di Cristo, tralasciandone la parte divina. Il Sant’uffizio non ha dato a Sobrino la consegna del silenzio, né gli ha proibito di svolgere attività di insegnamento, ricerca o pastorale: saranno i singoli vescovi a giudicarne l’opportunità.
Sobrino è stato anche fedele collaboratore di un altro vescovo inviso in Vaticano, il salvadoregno Oscar Romero, ucciso nel 1980 mentre celebrava messa, un martire della fede il cui processo di beatificazione langue sotto i faldoni della congregazione per le cause dei santi. Probabilmente Sobrino avrebbe preferito essere al suo fianco o accanto ai suoi confratelli dell’Uca.



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