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Il caso Nichane continua a infiammare infiamma il Marocco
(nell'immagine il Palazzo reale a Rabat)

Ornella Tommasi

Domenica 11 Febbraio 2007

Tangeri - C’è una notizia buona e una cattiva, nel Marocco dei diritti e della libertà d'espressione.
Nel giro di una settimana passa il nuovo codice che permette alle donne di trasmettere ai figli la propria nazionalità, diritto finora riservato ai padri, ed esultano legittimamente i movimenti femministi. Ma l’annuncio è arrivato a soli due giorni dall’epilogo dell’affare "Nichane", il settimanale marocchino accusato di offesa alla religione per aver pubblicato, con tanto di commento a carattere socio-antropologico, alcune barzellette correnti sui temi di sesso, politica e religione. Sul caso Nichane la giustizia si è pronunciata con una sentenza giudicata “soft”’dagli stessi imputati, direttore e redattrice, condannati a “soli” tre anni con la condizionale e a 80mila dirham (circa 8mila euro) d’ammenda ciascuno, mentre il giornale non sarà in edicola per due mesi. Il relativo sollievo degli interessati, che hanno rinunciato a ricorrere in appello per evitare una “deflagrazione sociale” su temi particolarmente sensibili come quelli religiosi, è proporzionato alla pesantezza delle richieste dell'accusa: da tre a cinque anni di prigione, interdizione perpetua alla professione per gli imputati e chiusura definitiva del giornale. Dall'altra parte il pubblico dei lettori, che in queste settimane si è scatenato su blog "innocentisti" in nome della libertà d'espressione, ci ha fatto il callo.
Nel corso dell'ultimo anno incidenti censori di varia natura (diffamazione di esponenti del potere ma anche strascichi dello scandalo delle vignette danesi) hanno riguardato prima l'omologo di Nichane in lingua francese, "Tel Quel", poi l'altro settimanale noto per le sue posizioni controcorrente, "Le Journal Hebdomadaire". In entrambi i casi multe faraoniche, tanto da minacciare la sopravvivenza stessa delle testate: 300mila euro per "Le Journal", il cui direttore ha annunciato in un editoriale la decisione di dimettersi e di lasciare il paese.
In effetti, l’entità della somma è tale da lasciare pochi dubbi sulla reale volontà del potere di rendere la vita difficile alla stampa cosiddetta “scomoda”. E questo solo per citare i due maggiori settimanali francofoni, ma non è andata meglio ad altri giornali in lingua araba come Al Ousbue e Al Alahi, quest’ultimo poi “graziato” dal Re Mohamed VI. Il fatto aveva lasciato sperare in un buon avvio del processo di democratizzazione che il paese ha intrapreso col ruolo determinante della monarchia. Ma l'inversione di tendenza col caso Nichane, anche a non voler pensar male, coincide con l’imminenza delle elezioni legislative in cui il PJD (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, piu’ correntemente Partito Islamico Moderato) è in odore di schiacciante vittoria. E non sembra affatto un bel segnale.




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