Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Presidio contro la guerra a Milano

VIGILIA DIFFICILE PER IL WARGAME DELLA NATO

A TRIESTE DIVISI DA UNA DATA, 1 MAGGIO O 12 GIUGNO?

21 OKTOOBAR, I MISTERI DI MOGADISCIO

CASO BOSIO, LA FARNESINA LO SOSPENDE 8/4/14

MADEINITALY/RANAPLAZA, IL SENATO CHIEDE CONTO 4/4/14

CARO SINDACO TI SCRIVO. I DUBBI SULLA NUOVA MOSCHEA DI MILANO 17/2/14

AL VIA IL "SISTEMA PAESE IN MOVIMENTO" 17/11/13

LA GRANDE MUTAZIONE. AL VIA IL QUINTO SALONE DELL'EDITORIA SOCIALE 31/10/13

ALLA SAPIENZA ASPETTANDO IL 19 OTTOBRE 16/10/13

AMNESTY: DIRITTI AL CENTRO DEL DIBATTITO PARLAMENTARE, MA TRA VECCHI VIZI E TABÙ 27/9/13

MANCONI SUL GIALLO DEL CABLO SHALABAYEVA 21/7/13

ITALIA/KAZAKISTAN, ASPETTANDO ALMA 14/7/13

KAZAKISTAN, MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO 13/7/13

ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

CAMERI, NOVARA PROVINCIA DI F-35 8/2/07

Dov'è il sito deputato alla costruzione dei caccia di ultima generazione che l'Italia si è impegnata a costruire. Come reagisce la città

Enzo Mangini

Giovedi' 8 Febbraio 2007

L’aeroporto militare è stato costruito nel 1910 e ospita oggi la linea di manutenzione degli Eurofighter e dei Tornado. Per l’Aviazione militare è il «principale centro logistico nazionale della Forza armata». Nonostante ciò, quando nel luglio scorso la stampa locale ha riferito del progetto di installare in questa cittadina di diecimila abitanti anche la linea di assemblaggio del Joint strike fighter, a Cameri sono scoppiate le proteste.
Il Tavolo di lavoro «Cacciabombardieri a Cameri: quale futuro?» ha incrinato l’apparente consenso costruito attorno a un’operazione che – a detta della stampa locale – avrebbe creato nella zona diecimila posti di lavoro per quarantacinque anni. Cifre tanto esorbitanti da rendere necessaria una verifica.
«Abbiamo fatto le nostre indagini e abbiamo scoperto che i posti di lavoro reali, a Cameri, sarebbero al massimo duecento, più forse altri ottocento nell’indotto», dice Paolo Rizzi, del Tavolo anti-Jsf. Anche questi mille posti, peraltro, sono in gran parte virtuali.
Le notizie di luglio erano infatti frutto del viaggio negli Stati uniti del generale Leonardo Tricarico, capo di stato maggiore dell’aeronautica, volato oltre l’Atlantico per incontrare il suo omologo statunitense e soprattutto i responsabili della Lokheed Martin, il colosso dell’industria bellica responsabile del programma Jsf. Non era una visita di cortesia. Da quando l’Italia ha deciso di partecipare al Jsf, il più dispendioso programma militare della storia, come dice con orgoglio il Pentagono, sono aumentati i tempi, i costi e soprattutto i dubbi. La Lokheed Martin ha messo in atto una strategia di «public relations preventive» per evitare che l’Italia, cambiato il governo, potesse decidere di uscire dal Jsf. Un’eventuale uscita di un «partner di livello 2» com’è l’Italia avrebbe fatto crescere anche le perplessità del Congresso, già poco entusiasta del nuovo giocattolo dei militari. Risultato dell’azione di «pr» sono i 139,2 milioni di euro previsti per il Jsf nell’ambito della Finanziaria 2007. Tra i fondi accantonati per gli investimenti del ministero della difesa, ci sono 571,7 milioni di euro catalogati come programmi di «area interforze»: il Jsf è il principale di questi.
Il Jsf, però, non è affatto farina berlusconiana. L’intenzione italiana di partecipare alla fase di sviluppo di quello che dovrebbe essere «il» cacciabombardiere del futuro, risale alla fine del 1998, quando al governo c’era l’attuale ministro degli esteri Massimo D’Alema. Anche allora il marketing del Pentagono fu determinante per convincere, oltre all’Italia, anche la Gran Bretagna, l’Olanda, la Norvegia, l’Australia e il Canada a finanziare con risorse proprie un aereo concepito, progettato e in gran parte costruito negli Stati uniti. In origine, il Jsf avrebbe dovuto essere un aereo relativamente economico, che puntava sulle economie di scala per abbattere i costi. «Joint», cioè unificato, vuol dire che un solo modello base avrebbe dovuto, con poche variazioni tecniche, fornire le linee di volo dell’Air force, della Us Navy e dei Marines. Più quelle dei britannici e degli altri.
L’Italia, per esempio, prevede i acquistare 131 aerei, destinati sia all’aviazione che alla nuova portaerei Cavour [22 esemplari]. Solo che nemmeno l’onnivoro bilancio della difesa Usa riesce a tenere il passo con l’aumento dei costi e con la concorrenza di altri programmi altrettanto ambiziosi. Anno dopo anno, il numero di velivoli che il Pentagono aveva in mente di acquistare si è ridotto. E se nei progetti originari si dovevano costruire complessivamente 2700 aerei, di cui quasi duemila per gli Usa, secondo le ultime stime il quantitativo finale ordinato dal Pentagono potrebbe fermarsi a mille unità. Il costo, di conseguenza, salirebbe di molto. Il più dettagliato rapporto italiano sul programma Jsf, pubblicato a settembre del 2005 dal Centro militare di studi strategici [Cemiss], ricorda che i costi dell’altro nuovo aereo statunitense, l’F22 Raptor, sono quadruplicati tra la fase di progettazione e l’ingresso in servizio. Peraltro, già la progettazione e lo sviluppo del Jsf si sono rivelati ben più complessi e costosi di quanto la Lokheed Martin avesse previsto. Il Jsf avrebbe dovuto entrare in servizio all’inizio del 2008, ma uno slittamento di due anni è oggi nell’ordine delle cose.
L’esca che il Pentagono e poi Lokheed avevano usato per attrarre le imprese e i governi europei era quella della ricaduta tecnologica: trasferimento di «know how», dicevano, e partecipazione paritaria. Tutto falso, tanto che perfino la BAe Systems, il colosso britannico che è l’unico ad avere lo status di «partner di primo livello» si è lamentato, nella primavera scorsa, dello «scarso spirito collaborativo» degli statunitensi. Gelosi dei propri segreti militari, soprattutto per il software e le componenti elettroniche del radar, nonché per la tecnologia «stealth» [anti-radar] del nuovo caccia, gli Usa non trasferiscono tecnologia, né appalti, se non in una misura irrisoria rispetto alle [presunte] dimensioni del programma. Il viaggio di Forcieri negli Usa, dove ieri ha siglato l'accordo, è stato l’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie di pellegrinaggi, tanto dei manager delle industrie belliche europee quanto dei rappresentanti dei governi, per richiamare gli Usa al rispetto dei patti. Solo che, tempi e modi del progetto vengono negoziati tra Congresso e Pentagono senza nemmeno consultare i «partner» internazionali.
Allora, come si fa a credere ai diecimila posti di lavoro a Cameri? È la domanda che quelli del Tavolo contro il Jsf hanno girato in una lettera aperta alle istituzioni locali: dal comune, guidato da Maria Luisa Crespi, un’indipendente vicina ai Ds, alla provincia, presieduta da un altro Ds, Sergio Vedovato. Ricorda Laura Bergomi, dell’Associazione per la pace di Novara, che «il primo punto del programma elettorale della coalizione di sinistra che strappò alla destra la provincia era proprio la pace. Come si concilia quell’impegno con l’approvazione del progetto Jsf?».
Nell'ottobre scorso, il Tavolo ha organizzato un dibattito per rilanciare oltre alla protesta, anche la proposta. In Piemonte, come nella vicina Lombardia, è pronta una legge regionale per la riconversione dell’industria bellica. «Si dovrebbe partire da lì – dice Laura – per parlare anche della qualità dei posti di lavoro che ci vengono proposti». A Roma qualcuno è in ascolto?



Powered by Amisnet.org