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DAL 30/7 AL 2/8 IL FESTIVAL DEL CORTO ALL'ELBA 22/7/13

IL CORTO DI ZIAEE VINCE L'ELBA FILM FESTIVAL 4/8/12

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IL PREMIO MARENOSTRUM ANTICIPATO AL 8 OTTOBRE 19/9/11

SOLE INGANNATORE 2, ANTEPRIMA AL CREMLINO 18/4/10

IL GIARDINO INCANTATO DI SHIRIN NESHAT 16/04/2010

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LA "PRATICA" DELLA PACE NELLA BOSNIA ERZEGOVINA 18/7/08

IL TRAILER DI "SANGUEPAZZO" DI MARCO TULLIO GIORDANA 26/5/08

«MY LOVE», IL PRIMO AMORE NELLA VECCHIA MOSCA IN CORSA PER L'OSCAR 21/2/2008

RAZLOGOV: IL DOCUMENTARIO RUSSO è VIVO 25/12/07

LA PROVINCIA RUSSA, AL CINEMA 25/12/07

TUTTA L'ASIA (E L'ATTUALITA') MINUTO PER MINUTO 18/11/07

ECO/CINEMA, IL CINECOLOGISTA AL FILMSTUDIO DI ROMA DAL 3 AL 21/11/07

VENEZIA / CINEMA: UN APPELLO PER INVITARE SHOAIB MANSOOR 30/8/07

L'ECCEZIONE E LA REGOLA, ANCORA SU J-L.GODARD 3/2/07

Viaggio in una foto di Ron Haviv: con un piccolo film di tre minuti, il regista di Je Vous Salue Sarajevo spiega perché, d'après lui, l'Europa non sopporta più le differenze. Una riflessione ai margini della rassegna del Filmstudio

Attilio Scarpellini

Sabato 3 Febbraio 2007

Due militari imbracciano il fucile, guardando sulla sinistra dello schermo, come se scrutassero un orizzonte che noi non vediamo. Alle loro spalle un automezzo blocca l’angolo della strada. E’ un particolare di una famosa fotografia di Ron Haviv scattata durante la guerra in Bosnia. Ma nel suo viaggio in questa immagine, sgranata dallo zoom, Jean-Luc Godard attende a svelarci quello che, come avrebbe detto Barthes, è il suo punctum: l’immagine di un terzo miliziano che, di spalle al centro dell’inquadratura, sta per sferrare un calcio al corpo di una donna sdraiata a terra, e per essere più esatti, il dettaglio nel quale il dramma della foto si concentra: la sigaretta che l’uomo (una delle “tigri” di Arkan), con gli occhiali da sole alzati sulla fronte, tiene indolentemente, ed elegantemente, tra due dita mentre infierisce sui civili a terra. Lo scandalo si condensa in una posa plastica, colta nel contrasto con la goffaggine dei corpi schiacciati a terra, disanimati dal terrore, ridotti al minimo dell’energia e della bellezza: i corpi orizzontali di cui lì per lì non riusciamo a dire se siano vivi o morti. Ci sono film lunghi che sembrano brevi, diceva Robert Bresson nelle sue Note sul cinematografo, e film brevi che sembrano lunghissimi: tra le 22 opere di Gordard viste o riviste in occasione della bellissima rassegna che il Filmstudio di Roma ha dedicato al maestro della Nouvelle Vague tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, i tre minuti di Je Vous Salue Sarajevo sono forse i più lunghi possibili. Forse perché, elaborando l’economia di un frammento, ci rivelano il tempo che esso nasconde: la storia che è emersa sulla sua superficie. Forse perché, giungendo in coda a una serie di short-film del cineasta svizzero dedicati al Novecento – tra i quali L’origine du XXI siècle (pour moi) e The old place, le sue “note” sull’arte alla fine del XX secolo – l’insistenza dello sguardo che li percorre, all’interno di un’unica immagine (ma per Godard non c’è mai un’unica immagine…) è quasi un contrappunto del montaggio veloce e della bulimia di accostamenti che li precedono. La voce fuori campo del regista che entra nella musica, nella musica che fin dall’inizio fissa l’immagine sulla parete della memoria, strappandola al repertorio (ai mille scatti che hanno immortalato la guerra in ex Jugoslavia e mille altre guerre passate, presenti e future), va in un’altra direzione ancora. La sua sovrimpressione, dapprima confusa, mormorata in una specie di preghiera diviene un terzo sguardo che guarda dove l’immagine non può guardare, anche perché non la commenta, non la illustra, racconta altro: dice che la cultura è la regola e l’arte l’eccezione, e che se l’eccezione non si scrive (“Dostoevskij, Flaubert…”), non si compone (“Gershwin, Mozart…”), non si dipinge (“Cezanne, Vermeer…”), non si filma (“Antonioni, Vigo…”), allora si vive. E che a Srebenica, a Sarajevo, a Mostar, la cultura europea, il mondo della regola, ha “organizzato” la morte di una certa arte di vivere che era l’eccezione. Col che questo piccolo film “contro l’oblio” (Farassino) scavalca l’attualità in cui è stato realizzato e si ritorce contro il noto che la memoria ufficiale – e la regola della cultura – hanno già archiviato, costringendoci a pensare la guerra in Bosnia al termine di quell’accumulazione di immagini profanate, che sono vertiginosamente ricapitolate in L’origine du XXI siècle (pour moi), cioè come uno spettrale colpo di coda del Novecento, ma anche all’inizio del presunto “scontro tra le civiltà”. Anche in un altro film del 1996, For ever Mozart la guerra serbo-bosniaca, divisa tra teatro e cinema, rappresenta il fallimentare banco di prova di un arte europea che non riesce a essere all’altezza dell’evento perché umiliata dalla grandeur industriale dei suoi apparati, due volte sconfitta: dal sangue e dall’oro, per usare l’icastico stemma che l’ultimo Godard rilancia ormai da un’opera all’altra, da Allemagne Neuf Zéro a The old place. “La storia europea degli anni Novanta – dice Vitalis, il creatore stanco di Mozart For ever – non è che una semplice ripetizione con delle leggere varianti sinfoniche della viltà e della confusione degli anni Trenta.” Con l’eccezione bosniaca l’Europa conclude la propria liquidazione, rifiuta quel tanto di arte di vivere (e di convivere) che le restava, per affacciarsi sull’orizzonte desolato di un ground zero spirituale dove tutto è regola – a cominciare dallo “stato d’eccezione” e dalla guerra - niente eccezione o differenza, nella vita e nell’arte. Nel fulgore cromatico delle sue ultime opere, nelle “collisioni multiple” a cui danno luogo i suoi montaggi anti-narrativi, questo cineasta irriducibilmente sperimentale, che cita e si autocita da un film all’altro, è uno dei pochi al mondo che usi l’aura del cinema per mostrare quel fenomeno che Walter Benjamin definiva “caduta dell’aura”. The old place- some notes regarding the art at the fall of the 20th century, il video realizzato nel 1998 con Anne-Marie Mieville, doveva essere nelle intenzioni del suo committente, il MoMa di New-York, un saggio cinematografico per celebrare un secolo di arte contemporanea. E’ una meditazione filosofica in forma di dialogo che, navigando tra le costellazioni della figurazione di ogni tempo, non sfugge alla tentazione di criticare il conformismo dell’arte moderna. E non è solo la bruciante ironia che fustiga il marketing della creazione artistica, quando si annota che un’agenzia ha preteso 2500 dollari per concedere il permesso di riprendere un’installazione di Boltansky: è la lucida consapevolezza che da un certo momento in poi la “leggenda” dell’arte si separi dalla “realtà” del mondo. Diventando con Warhol “un mercato dove si compra e si vende”, l’arte smette di essere un “rifugio del tempo” per confondersi ad esso, evento tra gli eventi, immagine tra le immagini, merce tra le merci. E’ più la malinconia che l’ironia, allora, ad accostare il catalogo di Christie’s al menu di un ristorante alla moda su cui è riprodotto un quadro di Renoir. Godard denuncia la resa dell’arte come in Histoire(s) du cinéma, (un’opera che non rientrava nella rassegna del Filmstudio), aveva denunciato la resa del cinema che, a dispetto della sua immensa popolarità come espressione della cultura di massa del ‘900, non ha saputo “pensare l’impensabile” e testimoniare dalla parte dei vinti, dei sommersi della Shoah. Il cinema che pure aveva preconizzato i campi è stato risucchiato dalla loro assenza di sguardo, si è assentato davanti all’orrore.“ Ci sono state sei milioni di persone, uccise o gasate, e il cinema non era lì…”. Ma da quel momento, l’immagine rimossa di quella distruzione corrode e deforma tutte le immagini: va e viene nelle Histoire(s) godardiane per indicare, in controtempo sulla sua potenza spettacolare, l’impotenza di un mezzo di espressione che, trionfando come mezzo, è “scomparso” in quanto espressione . Anche in questo caso, solo la regola sopravvive, l’eccezione scompare: risorge tra un’immagine e l’altra nei montaggi “dialettici” di questo virtuoso dell’intreccio auratico tra il vicino e il lontano che, in The old place, accosta la cosiddetta Madonna algerina (la foto di Hocine Zaourar che vinse il World Press Photo nel 1997) all’Estasi di Santa Teresa del Bernini, le pitture rupestri di Lascaux ai quadri di Kandinsky. Che in Liberté et Patrie, la breve e struggente biografia del pittore svizzero Aimé Pache, esalta il gesto di raffigurare fin nella sua fisicità – è la sua stessa mano a stendere il colore sulla tela – proprio nel momento in cui la pittura viene esiliata dalle gallerie di arte contemporanea. Un avanguardista Jean-Luc Godard? Piuttosto, l’ultimo resistente della figurazione…

questo articolo è uscito oggi sul mensile Carta Etc.



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