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FINANZIARIA TALEBANA 18/1/07
Come, chi, quando, attraverso quali canali si alimenta la guerriglia jihadista in Afghanistan? Non solo oppio e nemmeno conti cifrati. Tutto cash, bazar e legami tribali
(nella foto una rara immagine di mullah Omar)
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Emanuele Giordana
Giovedi' 18 Gennaio 2007
A Darra, un pugno di chilometri da Peshawar, la capitale della Provincia pachistana della frontiera NordOvest, c'è sempre un gran da fare. Se la curiosità vi spinge in uno dei tanti negozi affacciati sulla via principale, la merce è sempre quella: Ak47 di fabbricazione artigianale, imitazioni di Beretta, Rpg e via discorrendo. Per quel ribrezzo forse un po' ideologico delle armi che caratterizza qualche cronista, l'ultima volta che ci abbiamo messo piede, non abbiamo chiesto i prezzi che comunque non sono elevati. Né preteso che il negoziante ci facesse sentire e vedere la precisione del kalashnikov tirando in aria nel bel mezzo della via principale di questa cittadina pasthun dove si vende praticamente una sola merce: le armi. Il fatto è che vicino c'è l'Afghanistan, una manna per chi deve acquistare armi al mercato nero; a Darra nemmeno tanto, esposto com'è alla luce del sole. Ma la domanda vera è da dove vengono i quattrini che rendono prosperi i negozietti di Darra e un fiorente mercato che, a partire dall'invasione russa dell'Afghanistan, non ha mai smesso di funzionare.
In una corrispondenza dell'agosto scorso, David Montero del Christian Science Monitor descriveva come si passa la frontiera tra Pakistan e Afghanistan per una manciata di centesimi di euro. Dieci, qualche volta quindici. Il prezzo di una tazza di tè, scriveva Montero, che è poco anche in Pakistan. Il passaggio avviene spesso sulla grande strada che collega Quetta, nel Belucistan pachistano, a Kandahar, in Afghanistan. Strada maestra che passa da Chaman, nella zona pachistana, e poi si dirige a Spin Boldak, al di là della frontiera. Ma questi due centri gemelli, attraverso cui passano, tra mediatori e doganieri compiacenti, indocumentati di vario genere (contadini, commercianti e guerriglieri), sono anche uno snodo commerciale di tutto rispetto. E i loro mercati sono anche gli anelli economici attraverso cui si dispiega il sistema di finanziamento occulto e informale dei talebani. Che agiscono in Afghanistan ma che hanno più di un santuario nelle aree tribali pachistane e che non disdegnano, oltre ai valichi montani, di passare via Quetta dalla strada carrozzabile principale tra il sud pachistano e il meridione afgano.
Benché la Nato tenga sotto tiro i mujaheddin in Afghanistan, i soldati di Islamabad cerchino di controllare le aree tribali e i santuari della zona pashtun pachistana e l'intelligence di mezzo mondo dia la caccia ai talebani e ai loro soldi, i risultati al momento non sono granché. Un sistema per bloccare la loro jihad sarebbe anche quello di congelare i finanziamenti. Già, ma se è facile farlo con una banca dove c'è un conto intestato, molto più difficile è bloccare il flusso di cash che passa, si ricicla e produce reddito tra i bazar di Chaman e quelli di Spin Boldak. Un flusso che poi si trasforma in armi e vettovaglie per la guerriglia.Ma come si fa a controllare i movimenti finanziari di un bazar?
I mercati di Chaman e Spin Boldak, spiega il giornalista asiatico Syed Saleem Shahzad, che scrive sul quotidiano telematico AsiaTimes, sono sotto il controllo tribale soprattutto di due grossi clan: i Noorzai, considerati senza mezzi termini filo talebani, e gli Achakzai, considerati moderatamente amici degli uomini in barba e turbante. Queste due tribù sono una vera potenza economica che non solo controlla il mercato frontaliero e buona parte dell'economia delle aree tribali pachistane, ma che è strutturata come una vera e propria holding con amicizie, uffici e contatti nei paesi del Golfo, soprattutto a Dubai. Ma anche in Europa e in Giappone. Shahzad ha anche raccontato di aver assistito a una sorta di colletta pubblica tra alcuni maggiorenti pasthun (l'etnia maggioritaria nelle aree tribali pachistane) a Karachi, dove la comunità pashtun conterebbe la sua realtà più numerosa (1,5 milioni di persone) e che ha il suo centro urbano nella Banaras Colony della città meridionale pachistana. La colletta pro jihad ha fruttato, dopo un breve discorso e un giro di cappello, oltre 11mila dollari, che non sono una bazzecola in questa parte del mondo. A tutto ciò va aggiunta la solidarietà pashtun nei villaggi afgani. Difficilmente monetizzabile, ma che costituisce un'altra fonte di sostentamento della guerriglia.
Questa economia informale si salda ovviamente a quella più nota del narcotraffico, ricorda Elisa Giunchi, docente di storia e istituzioni dei paesi islamici a Milano, e che sulla storia dell'Afghanistan sta scrivendo un saggio per Carocci in uscita a febbraio ("Afghanistan: storia e società nel cuore dell'Asia").
La confluenza di questi due fiumi di denaro sostiene la guerra talebana senza che ci sia modo di fermare un traffico che si fa in moneta sonante e senza assegni al portatore. Agire almeno sul commercio dell'oppio (c'è chi ha proposto di legalizzarlo, comprando la merce alla luce del sole e sottraendone il controllo ai trafficanti) sarebbe un modo per tagliare almeno una parte dei fondi di cui godono i talib.
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