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Il raid Usa nell'ufficio iraniano di Irbil fa salire la tensione tra Washington e Teheran. Anche Baghdad protesta, mentre il Pentagono invia rinforzi nel Golfo Persico.

Gabriele Carchella

Sabato 13 Gennaio 2007

Washington e Teheran tornano a duellare in territorio iracheno. Il blitz di giovedì notte a Irbil, nel nord del paese, potrebbe preludere a un'escalation dalle conseguenze imprevedibili. Nell'operazione, i soldati Usa hanno arrestato sei funzionari iraniani, provocando le ire di Teheran e la condanna del governo iracheno. I soldati Usa hanno perlustrato l'edificio di collegamento iraniano di Irbil, portando via documenti e computer. Dei sei iraniani arrestati, uno è poi stato rilasciato. Baghdad non l'ha presa bene. Ieri, il ministro degli Esteri iracheno, il curdo Hoshyar Zebari, ha detto che gli iraniani operavano a Irbil con il pieno consenso dell'Iraq. Secondo il governo iracheno, i sei arrestati non sono pericolosi fomentatori. Anzi, l'ufficio di rappresentanza iraniano era destinato a diventare un consolato, con annesse garanzie di immunità. Per il Pentagono, al contrario, gli iraniani sono coinvolti in attacchi contro civili e militari. Washington contesta anche lo status diplomatico dei sei: “Gli individui presi in custodia non erano muniti di passaporti diplomatici", ha precisato Sean McCormack, portavoce del segretario di Stato Condoleezza Rice. L'operazione ha avuto ieri un'appendice dai contorni poco chiari. Dopo aver saputo che una persona era sfuggita all'arresto, dirigendosi verso l'aeroporto di Irbil, un gruppo di militari Usa si è lanciato all'inseguimento. Ma al loro arrivo hanno rischiato lo scontro con le forze di sicurezza curde, all'oscuro di tutto. Le voci di uno confronto armato tra curdi e truppe Usa sono state però smentite da un funzionario del Pentagono: “Non sono stati sparati colpi, nessuno è rimasto ferito, è stata solo una situazione tesa”. Il ministro degli Esteri iraniano ha convocato gli ambasciatori iracheno e quello svizzero, che rappresenta gli interessi Usa nel paese degli ayatollah, per “chiedere spiegazioni”. L'incidente di Irbil è stato preceduto da episodi analoghi nelle settimane scorse. In dicembre, diversi iraniani sono stati arrestati in Iraq dalle forza Usa. Due di loro, provvisti dell'immunità diplomatica, sono stati in seguito rilasciati. L'ultima operazione sembra proprio un brutto pasticcio, che potrebbe portare agli Usa più danni che vantaggi. Il raid ha sollevato un coro di critiche. “Non vogliamo che l'Iraq diventi il campo di battaglia per regolare i conti con altri paesi”, ha dichiarato alla Cnn il ministro Zebari. Anche le autorità curde si sono lamentate, perché gli Usa non le hanno informate di nulla. Una dura condanna è giunta poi dalla Russia, che ha definito il blitz “assolutamente inaccettabile”. Ma c'è n'è anche per Siria e Iran. Il portavoce del governo iracheno, Ali al-Dabbagh, ha chiesto ai due paesi di non immischiarsi negli affari interni di Baghdad. “A volte paghiamo il prezzo delle tensioni tra Iran e Stati uniti e tra Siria e Stati uniti”, ha aggiunto. “Perciò è nel nostro interesse, come iracheni, che queste relazioni migliorino”. L'incidente di Irbil può aiutare a capire i nuovi piani di Washington per l'Iraq. Come ha anticipato Bush nel suo discorso di mercoledì, la nuova strategia non prevede solo l'incremento delle truppe, ma anche una politica più aggressiva verso Teheran e Damasco. I due paesi, secondo la Casa Bianca, alimentano il caos e il terrorismo in terra irachena. Per questo è necessario bloccare “il flusso di aiuti dall'Iran e dalla Siria per chi attacca le truppe Usa”. Ma non sarà facile tagliare i ponti tra Iraq e Iran. Troppi sono i legami tra i due paesi, soprattutto tra le comunità sciite, per poterli recidere con il mero uso della forza. Per non inimicarsi gli sciiti iracheni, il 60% della popolazione, gli Usa possono cercare altre strade, come i negoziati suggeriti dal rapporto Baker. Ma la Casa bianca, per ora, li esclude: secondo il “Los Angeles Time”, il Pentagono sta trasferendo nel Golfo Persico nuovi caccia, portaerei e corazzate per lanciare “un messaggio all'Iran”. Da Washington, però, assicurano che i supposti piani di attacco a Iran e Siria sono solo una “leggenda metropolitana”.

Pubblicato oggi anche sul Riformista



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