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Sette donne contro i veli della sharia

Paola Caridi

Sabato 11 Ottobre 2003
I figli di Amal Basha le hanno chiesto, una volta, di non venire più accompagnati a scuola. Perché si sentivano un po' a disagio, davanti ai loro compagni, quando la loro mamma arrivava guidando una macchina a capo scoperto. A Sana'a, Amal Basha è una delle sole undici donne (sic!) che ha scelto di non indossare il velo che, in Yemen, trasforma le donne in ombra. La sua scelta, racconta, l'ha presa quand'era ancora adolescente grazie all'appoggio di suo zio, uscendo di casa a capo scoperto e facendosi vedere da tutto il quartiere. Un gesto semplice che, nella vita quotidiana, le è costato e continua a costarle caro, visto che è diventata uno dei nomi più importanti nella difesa dei diritti delle donne in Yemen.
Come Amal Basha, l'esercito delle donne che nel mondo islamico hanno deciso di combattere per i loro diritti individuali e di genere è fatto di persone che si sono rese, in questo modo, la vita un po' più complicata delle altre. Per femminismo, si tradurrebbe in termini occidentali. Per poter vivere appieno un'esistenza fatta non soltanto di ruoli tradizionali, ma anche di un'adesione critica alla modernità fatta di diritti e di rispetto per la persona, aggiungerebbero probabilmente loro.
La loro lotta, comunque, è una di quelle che si combatte in ogni momento dell'esistenza, da quelli pubblici sino alle scelte più private, intime che invece, nel mondo islamico, diventano anch'esse parte dello spazio pubblico. Ne sa qualcosa Nawal el Saadawi, egiziana, anche lei a capo scoperto. Psichiatra, figlia di un teologo sufi di Al Azhar, è prima stata messa in galera da Anwar el Sadat, per poi ritrovarsi sulla lista nera dei fondamentalisti islamici per aver parlato della situazione delle donne nel suo paese. Fin qui, è una storia simile a quelle di altre attiviste. Se non fosse che gli integralisti sono andati oltre, entrando con tutte le scarpe nella sua vita privata e chiedendo a un tribunale di rompere il suo matrimonio con Sherif Hetata, scrittore e medico. Un matrimonio felice che dura da decenni, e che invece un giudice avrebbe dovuto rompere nel caso avesse trovato la Saadawi colpevole di apostasia, come argomentato da un avvocato islamista famoso per i suoi coup de theatre. La vicenda giudiziaria, che ha sollevato un polverone anche fuori dai confini dell'Egitto, è finita bene per la coppia di sposi. Ma ha anche mostrato a chiare lettere quanto possa diventare pesante, nel mondo islamico, essere una voce fuori dal coro.
Come lo è Fatima Mernissi, sociologa marocchina, piuttosto malvista dai fondamentalisti per i suoi libri sulla condizione delle donne nel Nord Africa. O come Khalida Messaoudi, scrittrice algerina di origine cabila, a cui è andata anche peggio: sul suo capo pende da oltre dieci anni una condanna a morte degli integralisti che l'ha costretta a nascondersi, uscire dal suo paese, rifugiarsi in Francia e, finalmente, ritornare in patria. Una condanna a morte che gli estremisti hanno provato a eseguire, per fortuna senza riuscirci, ma che non l'ha per niente convinta a smettere di parlare. Come non ha smesso di parlare Toujan Faisal, primo deputato donna nella storia parlamentare della Giordania, finita in galera due anni fa per aver accusato il governo di corruzione. Uscita prima della fine della pena per volere di re Abdallah II, la Faisal non ha però potuto presentarsi alle elezioni che si sono svolte lo scorso giugno. Suscitando le reazioni severe di Amnesty Internazional.
Essere donne nei paesi islamici, insomma, continua a essere difficile per molte. A prescindere dalla controversa questione del velo. Il capo di Ayesha Imam era coperto quando ha ricevuto, nel dicembre scorso, il premio John Humprey per il suo impegno per la difesa dei diritti delle donne in Nigeria. Musulmana hausa, avvocato, la Imam è il punto di riferimento per le donne nigeriane che - nel nord del paese - vivono sotto la sharia, la legge islamica. La sua associazione, Baobab, è stata in prima fila per il caso di Amina Lawal, sfuggita pochi mesi fa alla lapidazione per adulterio.
Ma c'è anche chi ha dovuto scegliere di vivere all'estero per continuare a essere un'attivista per i diritti delle donne. Nahid Toubia si sposta tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non vive più in Sudan, dove pure aveva raggiunto il traguardo di essere la prima donna chirurgo del suo paese. Ora, da quando è in Occidente, non esercita più la professione medica, perché la considera noiosa. Continua, invece, una strenua battaglia contro le mutilazioni genitali femminili assieme all'associazione che presiede, Rainbow, che opera nella zona centrale dell'Africa. E che in alcuni paesi, nonostante sia una pratica tribale, si è tentato di legare ingiustamente all'Islam.
La lista potrebbe continuare, con alcuni nomi altrettanto famosi nell'ambiente come quello della Ebadi e delle sue sorelle. E con una miriade di personaggi sconosciuti, il cui lavoro di collegamento tra diritti della persona e diritti civili e politici ha almeno avuto, per un giorno, grazie al Nobel, l'attenzione di un mondo altrimenti molto distratto.






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