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In paesi come la Nigeria, il petrolio può essere protetto solo coinvolgendo le popolazioni locali.

G.C.

Mercoledi' 27 Dicembre 2006
Povertà, diritti violati, comunità dimenticate. In una società in perenne emergenza come quella nigeriana, il furto di petrolio è per molti la soluzione più facile. Anche se si tratta di una medicina che offre solo un sollievo temporaneo. A farne le spese sono le compagnie straniere e il governo centrale, che per anni hanno affrontato la sicurezza degli oleodotti con un approccio di respiro limitato. In paesi come la Nigeria, il petrolio non può essere protetto solo con gli stratagemmi tradizionali. Se non si coinvolgono le popolazioni locali, a poco giova far passare le condutture sottoterra e addestrare squadre di agenti armati. Lo stesso vale per gli avanzati sistemi di sorveglianza elettronica e le recinzioni, che da soli non offrono certezze. Negli Stati uniti, nell’Unione europea e in Giappone, si adotta da tempo un approccio integrato, che prevede l’attenta selezione del personale, ma soprattutto una continua comunicazione con le popolazioni che abitano lungo il percorso degli oleodotti. In Nigeria, tuttavia, aprire un canale di comunicazione con gli abitanti è molto più difficile. Decenni di dittatura militare e di economa centralizzata hanno fatto perdere al cittadino comune il rispetto per la proprietà pubblica e quella altrui. Agli errori del governo nigeriano, si sono aggiunti quelli delle compagnie straniere. Queste ultime investono parte dei profitti per programmi di sviluppo in loco, ma ciò non è bastato per cancellare l’immagine negativa che i nigeriani si sono fatti delle società petrolifere. L’assenza di iniziative governative efficaci, inoltre, fa sì che i nigeriani si guardino bene dal proteggere il petrolio in quanto “bene comune”. La protesta sociale per l’ineguale distribuzione della ricchezza si esprime così nel furto di petrolio. Le reti di oleodotti nigeriani, note come 2E e 2Ex (commissionati rispettivamente nel 1980 e nel 1995) vengono attaccate con una frequenza impressionante. Uno dei segmenti più vulnerabili è quello tra Aba e Enugu. Alcuni tratti passano sulle terre di comunità rurali, che vivono in quei luoghi da secoli. Gli abitanti con più anni alle spalle hanno preso parte alla costruzione delle condutture e avevano risposto grandi speranze nella nuova era del petrolio. Il giudizio degli osservatori è unanime: solo coinvolgendo chi abita dove scorre l’oro nero si può sperare di porre fine ai furti e alle tragiche esplosioni che questi causano.

Pubblicato oggi sui quotidiani locali del Gruppo Espresso



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