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Negli anni Settanta il conducator rumeno Nicolae Ceausescu decise che la Romania e la sua capitale andavano ridisegnate. Un capriccio che costò al centro di Bucarest la perdita della sua identità storica.Ma qualcuno remò contro, in patria e all'estero, dove intellettuali esuli si appellarono all'Unesco. Che fece orecchie da mercante. La ricostruzione di uno storico che adesso ne racconta la storia con i documenti dell'epoca getta luce su uno dei maggiori scempi edilizi e culturali del secolo scorso. Passato inosservato


Nella foto di Romano Martinis, Razvan Theodorescu a sinistra e, a destra, Adrian Niculescu

Emanuele Giordana

Domenica 3 Dicembre 2006


Bucarest - Il cuore del regime di Nicolae Ceausescu smise di battere a mezzogiorno del 22 ottobre del 1989. Ma fino all’alba nessuno ancora avrebbe potuto scommettere sulla fine della dittatura. Nemmeno gli operai che, a cavallo delle loro ruspe, stavano continuando il diabolico piano di demolizione del centro storico che il conducator aveva deciso. Quel venerdi di dicembre, la fine del regime significò anche l’arresto dei bulldozer che stavano terminando la pulizia architettonica della vecchia Bucarest. Smisero anche in via Mamulari dove oggi si può vedere un tratto della strada abbattuto e il resto ancora intatto, risparmiato dalla furia modernista forse solo per un pugno di minuti.
Se la “rivoluzione” rumena riempì pagine di giornali e palinsesti televisivi, la distruzione del centro di Bucarest, con qualche rara eccezione, non aveva creato troppo scalpore. E se in Romania non se n’era discusso affatto, in omaggio ai diktat e ai capricci di un uomo che, passeggiando sui cantieri, obbligava gli ingegneri a interpretare le sue fantasie, all’estero la notizia rimase confinata nelle curiosità di un regime che, in omaggio allo strappo con Mosca, non era nemmeno ritenuto dei peggiori. Eppure qualcuno aveva parlato, criticato, contestato. Gli esuli rumeni a Parigi, ad esempio. E anche qualche voce fuori dal coro nella stessa Romania.
Lo storico rumeno Adrian Niculescu, per molto tempo esule in Italia e tornato a Bucarest dopo la rivoluzione, ha ricostruito una vicenda passata quasi inosservata che “nel 1984 era già evidentemente visibile a Bucarest dove le ruspe avevano iniziato a lavorare. L’idea di Ceausescu era quella di fare un nuovo centro a sua immagine e somiglianza, dominato dal “suo” palazzo, l’enorme Casa Poporului. “Non era l’unica follia del regime - dice - che aveva in mente di ridurre a settemila i tredicimila villaggi rumeni”.
L’idea nasce nel 1977, scrive Giuseppe Cinà nel suo saggio “Bucarest dal villaggio alla metropoli” (Unicopli), sembra dopo un viaggio in Corea del Nord. L’opera di rinnovamento è affidata ad Anca Petrescu, a capo di 400 tra architetti ed ingegneri che devono demolire un’area lunga oltre cinque chilometri. Ventimila operai lavoreranno solo alla Casa Poporului (adesso sede del Parlamento) che, con una pianta di 220 metri per 240 e un’altezza di 85, è l’edifico più grande al mondo dopo il Pentagono.
Qualcuno però, senza grandi risultati, tenterà di denunciare la follia del regime. Questa storia poco nota Niculescu l’ha ricostruita andando a ripescare, in un sottoscala parigino, il carteggio che l’architetto rumeno Stefan Gane, presidente in Francia di un'associazione di esiliati, aveva tenuto con l’Unesco, l‘organizzazione dell’Onu preposta alla conservazione del patrimonio storico dell’umanità. Dialogo tra sordi. Anzi, tra chi cercava di alzare la voce e chi faceva di tutto per non sentirla. Gane scrive il suo primo telegramma il 7 marzo del 1985 proponendo una memoria-denuncia. Ma, due settimane dopo, la segreteria del segretario generale Amadou M’Bow, risponde che il dossier può essere accettato solo per “via ufficiale”, cioè tramite la Commissione nazionale della Repubblica rumena presso l’Unesco. Gane però riesce a farsi ricevere, non già da M’Bow che lo terrà sempre a debita distanza, ma almeno dal direttore della Divisione patrimonio culturale. Cui chiede come mai l’Unesco non abbia fatto ancora un passo formale di qualche tipo. La risposta arriva l’11 settembre. Il dossier di Gane è in buone mani: quelle dell’ambasciatore rumeno all’Unesco...perché l’organizzazione può solo intervenire se c’è una “richiesta degli stati membri”. Inoltre Bucarest non è tra i siti considerati patrimonio mondiale. Di più, insomma, non si può fare.
Gane non si dà per vinto: continua a scrivere allegando lettere di sostegno, come quella delle rappresentanze di Canada e Portogallo, dell’osservatore permanente vaticano, dell’Unione internazionale degli architetti o di personaggi noti come il vulcanologo Haroun Tazieff, segretario di stato francese alla Prevenzione del governo Fabius. Ma la risposta è sempre uguale.
La svolta arriva nel 1987 quando alla testa dell’Unesco arriva Federico Mayor. Nel giugno dell’'88, l’organismo fa sapere a Gane che il direttore generale “a proposito delle indiscrezioni di una prossima distruzione del Patriarcato di Bucarest…ha voluto incontrare personalmente l’ambasciatore di Romania…” e che “le prese di posizione di un’organizzazione come la sua, costituiscono un mezzo efficace di allerta dell’opinione pubblica …perché il Segretariato possa attirare l’attenzione delle autorità nazionali…”. Riconoscimento tardivo. Ormai le ruspe sono in piena attività. Hanno anzi già quasi terminato l’opera. Ormai a fermarle sarà solo la rivoluzione di un anno dopo. “Gane, tra l’altro – ricorda Niculescu che da questi documenti sta preparando un saggio - morirà prima di vederla”.
Protagonista a Bucarest di una difficile contestazione è invece un altro personaggio. L’unico che, per primo, oserà dire la sua sull’opera nefasta che il conducator aveva in testa. Incontriamo Razvan Theodorescu in un parco della capitale dove caffè e ristoranti si affacciano su un laghetto tranquillo circondato da famiglie a passeggio. Il senatore Theodorescu, un passato da ministro della cultura con Iliescu e un’intensa attività accademica come segretario generale dell’Associazione studi sull’Europa sudorientale, era all’epoca un ricercatore all’Istituto di storia dell’arte. Nell’aprile ’77, cioè appena inizia la progettazione delle demolizioni, scrive una lettera di denuncia che gli fa perdere immediatamente il posto. Protesta anche la Commissione per i monumento storici, che viene chiusa. Lo sventramento inizia nell’84: “Fu il terrore”, ricorda. “Via la gente dalle case, via chiese e monasteri. La follia del nuovo stile greco-coreano di Ceausescu era cominciata”. Il 14 dicembre dell’84 Theodorescu torna alla carica. Questa volta la lettera, firmata anche da Grigore Ionescu e Dinu Giurescu, cerca di evitare che si distrugga il monastero di Vacaresti, il più grande dopo quelli del monte Athos. Una terza lettera, con sempre più firme, è del gennaio ’85. “Il problema era farle arrivare a Ceausescu. Utilizzammo suo fratello, un generale che frequentava l’Accademia di Arte. Ma non servì a nulla. Le ruspe avevano già attaccato la chiesa di Michele il bravo”. La quarta lettera di Theodorescu è dell’ottobre dell’85. E non si può dire che non abbia ottenuto niente. Alcuni templi furono “traslati” e si salvarono da una furia iconoclasta il cui bilancio è spaventoso: “Ventiquattro chiese demolite o trasferite, duecento abitazioni storiche distrutte, almeno due sinagoghe ridotte a macerie. Una tragedia”.
Bucarest – dice - è stata l’unica capitale aggredita durante un periodo di pace.



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