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PASTORALE MESSICANA PER BERGOGLIO

Messico: un filo d'erba alla fine del tunnel

LA GUERRA SILENZIOSA 6/12/10

IN ARRIVO IL PLAN COLOMBIA IN VERSIONE MESSICANA 14/01/08

OAXACA, ALLE RADICI DEL CONFLITTO 23/08/07

CARTOLINA DA OAXACA 9/8/07

L'INDAGINE DI AMNESTY SUI FATTI DI OAXACA 3/8/07

L’OMBRA DELLA “GUERRA SUCIA” SU OAXACA 19/07/07

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RITORNO A OAXACA 14/12/06

NOMINA NOTTURNA PER CALDERON, OPPOSIZIONE BEFFATA 2/12/06

MESSICO, PROTESTA AL FEMMINILE ALL'OMBRA DEL SANTIAGUITO 29/11/06

OAXACA BRUCIA ANCORA 28/11/06

MESSICO, LA PIAZZA INVESTE OBRADOR 21/11/06

OAXACA, LA APPO SCEGLIE LA VIA RADICALE 16/11/06

NOMINA NOTTURNA PER CALDERON, OPPOSIZIONE BEFFATA 2/12/06

Risveglio amaro per Obrador e i suoi. Felipe Calderón Hijonosa è stato nominato presidente del Messico nella notte tra giovedì e venerdì con una cerimonia a porte chiuse. Il leader del Pan ha così evitato l'annunciata protesta dell'opposizione, che si è svolta ugualmente ieri, ma senza la forza e l'entusiasmo delle precedenti manifestazioni. (nella foto, tratta da elfinanciero.com.mx, Fox e Calderòn a colloquio)

Vittorio Sergi

Sabato 2 Dicembre 2006

Città del Messico - Ieri mattina alle 7, come stabilito lo scorso venti novembre, il popolo di Lopéz Obrador, militanti del Partido de la revoluciòn democràtica (Prd), società civile organizzata nella Convenzione Nazionale Democratica e organizzazioni della sinistra marxista si sono date appuntamento ancora una volta nello Zocalo, al centro della Città del Messico. Lo slogan che campeggiava sulle migliaia di cartelli era “Calderón non passerà”. Teoricamente il grande raduno avrebbe dovuto sostenere l’ostruzionismo dei deputati e senatori del partito contro la cerimonia di investitura del contestato neo-presidente.
Ma il risveglio è stato amaro. Felipe Calderón Hijonosa è stato nominato presidente del Messico la notte tra giovedì e venerdì, con una cerimonia a porte chiuse, accompagnato solamente dai vertici delle forze armate e dai membri del gabinetto uscente e di quello entrante. Vicente Fox ha ceduto la fascia tricolore durante un’inedita e imprevista diretta televisiva condotta da Televisa, il cui pubblico ha sostituito i rappresentanti del Congresso.
Al mattino, gli attesi scontri tra la Pfp e i manifestanti non ci sono stati. Il Congresso dell’Unione appariva come una triste fortezza solitaria, circondata da due chilometri di barriere metalliche e fortemente militarizzata, ma nessuno si è presentato a protestare fuori dai cancelli. Un lungo corteo di auto blindate è sfrecciato tra le strade vuote, dove agli abitanti era stato suggerito dall’esercito di restare chiusi in casa. Gli ultimi deputati ribelli sono stati spintonati dallo stato maggiore presidenziale lontano dalla tribuna e Felipe Calderón e Vicente Fox hanno potuto fare una rapida apparizione nuovamente ad uso delle telecamere solamente per tre minuti. Hanno cantato l’inno nazionale e sono stati sommersi dai fischi in diretta dei deputati dell’opposizione frustrati e arrabbiati per non essere riusciti ad impedire l’insediamento. Poi sono usciti, fortemente scortati, da una porta laterale. Gran parte degli invitati internazionali hanno comunque disertato la cerimonia: dei 12 paesi dell’America Latina, è stata registrata solamente la presenza dell’ultraconservatore Alvaro Uribe, presidente della Colombia

Intanto, lungo il Paseo de la Reforma, il cuore commerciale e finanziario del Messico, il movimento di Lopez Obrador si dirigeva verso l’Auditorio Nazionale, un grande teatro privato dove alle 12 il nuovo presidente ha tenuto un lungo discorso, accompagnato dal nuovo gabinetto difronte a un pubblico selezionato. Tra i membri più importanti del nuovo governo Calderòn spicca il vice direttore del Fondo Monetario Internazionale Agustín Carstens all’economia e Francisco Ramirez Acuña all’interno. Su di lui pendono 640 denuncie per tortura e violazione dei diritti umani. Gli applausi, ancora in diretta televisiva, questa volta non sono mancati.
Obrador ha preteso con insistenza che il corteo fosse pacifico fino a proibire scritte sui muri e atteggiamenti bellicosi di ogni tipo. Più di 200mila persone hanno camminato per tre ore. Sono passate davanti all’ambasciata degli Stati Uniti e, sebbene vi fossero mucchi di pietre stranamente accatastate sul marciapiede, neanche una è stata lanciata. Gli slogan sono stati quasi tutti per Obrador, che ha insistito sulla necessità di lottare per la costruizione della democrazia in tutti gli ambiti sociali e contro la “destra neofascista”. Ma rispetto alla piazza del 20 novembre, i toni sembrano essersi abbassati. La dirigenza del Prd non è riuscita nel suo tentativo di boicottaggio della cerimonia presidenziale.
E il corteo è stato fermato due chilometri prima dell’auditorio, davanti a un fitto cordone di poliziotti del Distretto Federale amministrato dallo stesso Prd, mettendo in scena una resistenza pacifica evidentemente negoziata. Da un palco improvvisato, l’ex-governatore della metropoli ha tenuto un altro discorso ma non ha suscitato l’usuale entusiasmo. Dopo aver cantato l’inno nazionale, il corteo si è sciolto in un clima da giornata festiva.
Nella giornata di oggi appare con evidenza come l’ uso costante, intenso e manipolatore del mezzo televisivo sostituisca la rappresentanza con una rappresentazione artefatta di un potere carente di legittimità. Il potere del gruppo Televisa si esprime nella vicinanza e manifesta parzialità a favore dei centri del potere della destra nel paese. La crisi della rappresentanza si esprime oggi in forma massiccia, con la frustrazione dei 13 milioni di persone che hanno votato per Obrador, e con la militarizzazione della vita politica istituzionale. Ma il movimento di Obrador, pur avento praticato fino ad ora una disobbedienza civile legittima, non sembra volere o potere spingere più in là la crisi politica, e alla repressione aperta e sistematica oppone una partecipazione spettacolare e fortemente condizionata dalla figura carismatica del “presidente legittimo”
Con un colpo di scena Flavio Sosa, Zenén Bravo, Erangelio Mendoza, Jesús López, María del Carmen López Vázquez, Felipe Canseco Ruiz y Marcelino Coache, dirigenti della Aseemblea popolare dei popoli di Oaxaca (Appo) hanno annunciato stamane di essere riusciti a evitare i posti di blocco della Pfp e sono fuggiti da Oaxaca. Adesso si trovano in “case di sicurezza” nel Distreoo federale della capitale e rilanciano una richiesta di dialogo con il nuovo governo. Più di 400 persone, catturati nella città e in molti altri muncipi rurali di Oaxaca, sono stati rinchiusi nelle carceri del paese. Molti sono stati trasferiti a più di mille chilometri di distanza. I giornali e i rapporti delle organizzazioni di difesa dei diritti umani raccontano di decine di casi di tortura, sequestri e trattamenti inumani e degradanti verso i prigionieri di entrambi i sessi. Radio Universidad, mezzo di comunicazione del movimento, è stata chiusa, mentre tutti i dirigenti della Appo sono latitanti o rifugiati presso conventi e chiese della chiesa cattolica. I gruppi paramilitari della polizia ministeriale dello stato colpiscono nell’impunità le basi del movimento, giovani, indigeni, maestri e maestre. Inoltre, giovedì sono stati rilasciati senza un motivo valido i presunti responsabili dell’omicidio del giornalista Brad Will, colpito a Oaxaca il 27 ottobre scorso. Intanto, si è conclusa la Otra Campaña zapatista con alla sua testa sempre il subcomandante Marcos, dopo aver effettuato un viaggio attraverso 12 stati del nord. Domenica proporrà qui a Città del Messico un “piano nazionale di lotta” per presentare al paese un’alternativa possibile al doloroso empasse in cui sta affondando. L’iniziativa degli zapatisti si è mantenuta al margine di questo movimento, ma non silenziosa. Senza dubbio, tanto la sinistra istituzionale come quella radicale dovranno affrontare da oggi molte altre sfide.



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