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Il sequestro dei sette tecnici dell'Eni in Nigeria riporta alla ribalta la crisi di una regione dove si intrecciano criminalità, miseria e connivenze politiche. (nella foto, guerriglieri del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger)

Gabriele Carchella

Giovedi' 23 Novembre 2006

Un rapporto della compagnia petrolifera Shell paragona il livello di violenza nel Delta del Niger a quelli raggiunti in Cecenia e Colombia. Al di là delle similitudini, il petrolio non ha certo portato fortuna alla Nigeria, primo produttore africano di oro nero e grande esportatore: il Delta del Niger è afflitto da una povertà crescente, a dispetto del ricco sottosuolo sfruttato dalle multinazionali. Di fronte al paradosso nigeriano, le popolazioni chiedono che i proventi del petrolio finanzino progetti di sviluppo in loco. Oltre ai movimenti con rivendicazioni legittime, esistono però veri e propri gruppi criminali, per i quali le misere condizioni di vita dei locali sono solo un pretesto per rubare petrolio praticando fori negli oleodotti. Il carburante viene poi venduto sul mercato nero, specialmente nell’Europa dell’est, in cambio di armi e munizioni. Il commercio di armi e petrolio è possibile anche grazie alle connivenze dell’esercito: due ammiragli delle forze nigeriane sono stati condannati l’anno scorso per contrabbando di petrolio. Le bande di fuorilegge si dedicano anche ai sequestri dei tecnici stranieri delle compagnie petrolifere, ottenendo generosi riscatti per la loro liberazione. I soldi così ottenuti vengono utilizzati per arricchire l’arsenale di armi. In questo modo, la regione del Delta è stata letteralmente inondata di armi, che alimentano a loro volta la spirale di violenza. Molti gruppi non agiscono da soli, ma sotto la protezione o con la connivenza di politici corrotti, che se ne servono per guadagnare voti e intimidire gli avversari. La sigla ufficiale che riunisce molti militanti è quella del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), che rivendica la liberazione del suo leader Mujahid Dokubo Asari, detenuto da oltre un anno. Il movimento, efficiente e ben organizzato, gode di un forte supporto tra la gente e ama comunicare con i giornalisti via e-mail. La reale identità dei suoi membri, che fanno di tutto per nascondere i loro volti, è ancora oscura. In questo scenario di insicurezza, le compagnie straniere hanno tentato di venire incontro alle popolazioni con piani di sviluppo, criticati però dai locali come specchietti per le allodole. La violenza non si ferma e il settore petrolifero ne soffre. In vista delle elezioni in programma in Nigeria il prossimo anno, il Delta del Niger potrebbe trasformarsi in una palude ancora più pericolosa.

Pubblicato oggi sui quotidiani locali del Gruppo Espresso



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