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DIMENTICARE MOUSSA

MIRACOLO SUL NILO 4/10/2003

Viaggio nel Delta

di Paola Caridi

Sabato 4 Ottobre 2003
Leggi su "D La Repubblica delle Donne" di sabato 4 ottobre il reportage sul padre dei fiumi


Le rughe di Nadia sono la cosa più bella del suo volto di contadina egiziana, racchiuso da un fazzoletto variopinto di cotone annodato sulla testa. Nel tipico modo in cui le donne – quelle del Delta del Nilo come quelle di gran parte del Mediterraneo - si coprono il capo dal sole e dal vento. Le rughe scontornano occhi furbi e sereni, fanno mossa la sua pelle fina e levigata, rendono pieno il sorriso di una contadina di mezza età che ancora vive secondo regole antiche. Sveglia alle sei, cura degli animali, colazione, lavoro nei campi sino al tramonto. E poi il formaggio, la grassa eshta così simile al mascarpone, la mungitura della vacca. Ogni giorno che Allah manda in terra, a poco più di cinquanta chilometri a nord della più grande metropoli del mondo arabo, il Cairo, forte dei suoi oltre sedici milioni di abitanti.
Villaggio di Sharawan. Governatorato di Minufiya, la più a sud delle provincie che formano la fine della “vita” del padre Nilo. Governatorato famoso in tutto l’Egitto come la provincia dei presidenti, luogo che ha dato i natali ad Anwar el Sadat e all’attuale capo dello Stato, Mohammed Hosni Mubarak. Famoso anche perché il tasso di istruzione è considerato uno dei più alti di tutto il paese. “Qui tutti studiano. Anche se poi rimarranno a lavorare nei campi”, dice Nadia, seduta per terra mentre sorseggia il tè nella stanza disadorna della sua casa di mattoni rossi, dove l’armadietto per le medicine è una bustina di plastica appena a un chiodo. L’orgoglio è ben motivato. È stato a Minufiya, infatti, che alla fine dell’Ottocento è sorta la prima scuola elementare femminile dell’intero Egitto, seguita pochi anni dopo da una scuola secondaria. In un periodo nel quale, di scuole secondarie, ce n’erano tre in tutto il paese, due al Cairo e una ad Alessandria. E la tradizione ancora prosegue, visto che il governatorato ospita la sua università, in gran parte agganciata alla vocazione agricola del territorio.
Nadia e il suo villaggio sono un modello per chi vuole conoscere com’era e com’è diventata oggi la campagna più importante dell’Egitto. Quel triangolo rigoglioso racchiuso all’interno dei due bracci antichi del Nilo, Rosetta e Damietta, che si dipartono poco più a nord del Cairo, quando gli ultimi sobborghi della città si incrociano con l’elegante chiusa voluta da Mohammed Alì, ultimo mamelucco e padre dell’Egitto moderno, e terminata sotto il governo di Ismail Pasha. È lì, nella grande corolla verde del Delta che sgorga nel Mediterraneo e che ha per stelo il grande fiume sino alla diga di Assuan, che “gli egiziani hanno creato il Nilo, facendo in modo che le acque del fiume dessero vita all’agricoltura. E dunque alla architettura”. L’immagine che capovolge il trito slogan di Erodoto, secondo cui l’Egitto è “il dono del Nilo”, è di un uomo di 94 anni, Hamed Saiid, pittore, scultore e naturalista: uno degli ultimi artisti di questo paese che ha tentato di far emergere le radici tipicamente egiziane dall’inestricabile miscuglio di contaminazioni culturali, tecniche, politiche, religiose di questa terra. Alla fine del suo percorso terreno, Saiid non demorde e continua a fare della sua vita l’esempio di quello che l’Egitto avrebbe dovuto – secondo lui - conservare: il rapporto con la terra. Motivo per il quale vive dagli anni Trenta in una casa-museo di fango e paglia, costruita dai suoi amici architetti come un affastellarsi di cupole, corridoi, stanze con piccole finestre-lucernaio. In ricordo dell’antica cultura rurale dei fellahin, dei contadini. Una casa circondata ora da un quartiere degradato del Cairo che ha mangiato la campagna e le palme, è arrivato sino al semplice recinto di canne di Saiid e ha trasformato il vecchio canale lì accanto in una discarica a cielo aperto.
Il canale di cui si serve Nadia, invece, sembra ancora pulito. Almeno all’apparenza. Perché per lei e per gli altri di Sharawan le sue acque hanno ancora un valore e un significato. È a mezzo chilometro dalla sua casa, oltre la strada provinciale che la divide dal suo campo di rape, oltre gli altri appezzamenti dove si coltivano per 365 giorni all’anno, in una rotazione continua, fave, fagiolini, cipolle, zucchine, patate. E le grandi rape, appunto, per le quali Sharawan va famosa. Tutti ortaggi di facile consumo, che i tanti contadini a giornata raccolgono e mettono nei sacchi, i tre cammelli della zona che i fellahin “noleggiano” a caro prezzo portano sino al ciglio della strada, i camion trasportano ad Alessandria.
Da qui fino a Damietta, un tempo, era il regno del cotone. L’”oro bianco”, come lo chiamano in Egitto. Famoso per il Giza 70, il cotone a lunga fibra che è ancora il fiore all’occhiello della voce più importante dell’export dopo i prodotti petroliferi. Niente a che vedere – certo - con i tempi d’oro, quando il cotone egiziano la faceva da padrone in tutto il mondo, e copriva il 90% del mercato. Ora sui mercati i prezzi sono bassi e la concorrenza di Cina e Uzbekistan si fa sentire, e i contadini – spesso – decidono di abbandonare il cotone e cambiare coltura. Una decisione che, negli ultimi trent’anni, ha fatto dimezzare la superficie coltivata a cotone da un milione e mezzo di feddan (i nostri acri) a 700mila. Il cotone ha un solo raccolto l’anno, mette in gioco il campo almeno per undici mesi. E nelle ultime stagioni, i fellahin hanno spesso ripreso solo i costi vivi per una fatica che coinvolge l’intera famiglia. Bambini compresi.
E poi, per coltivare il cotone, ci vuole terra bella fertile. Non abusata e stanca come quella del Delta. Dove le colture intensive, i pesticidi e l’inquinamento del Nilo stanno mettendo a rischio l’ecosistema. L’acqua, insomma, non è più la stessa. Nonostante quella che si intravvede al limitare dei campi di Sharawan sembri la stessa acqua di cent’anni fa. Un dedalo di canali per l’irrigazione e il drenaggio che con una lunghezza complessiva pari a diecimila chilometri percorre la parte finale del Nilo. Usato con parsimonia dai contadini, perché l’acqua – da queste parti come dappertutto in Egitto – è il vero e indiscusso simbolo del benessere, oltre che della vita. Usato secondo le indicazioni e le turnazioni precise che arrivano dagli uffici statali, in un paese che ha tra i suoi ministeri più importanti quello delle Acque.
Insomma, il Delta del Nilo, una delle aree più antiche del mondo a coltivazione intensiva, non sta bene. Tanto che al suo capezzale, ormai da decenni, sono arrivati i tecnici del mondo ricco. Compresi quelli dell’Unep. L’agenzia per l’ambiente dell’Onu ha, infatti, previsioni a dir poco pessimistiche per il futuro del Delta, e soprattutto di quella striscia di terra che corre lungo il Mediterraneo. Perché è quella più a rischio per i cambiamenti climatici in atto e l’innalzamento delle acque marine, visto che in media si erge solo per meno di due metri sopra il livello del mare. Erosione delle spiagge, conseguente diminuzione dell’area coltivabile, penetrazione di acqua marina e dunque aumento del sale nel terreno. Il tutto unito a problemi seri di inquinamento del Nilo e dei suoi canali, sulla cui lunghezza si sono riversati per anni rifiuti industriali e cittadini, nonché metalli pesanti che mettono a rischio soprattutto l’acquacultura.
A complicare la situazione, per decenni, ci si sono messi anche i mattoni. Quelli fatti col primo strato di terra grassa e fertile del Delta. E poi cotti nelle fabbriche che ora sono in gran parte chiuse, dopo la decisione delle autorità di interrompere una pratica che non solo stava mettendo a rischio a lungo termine l’agricoltura, ma stava anche deturpando un paesaggio altrimenti dolce, monotono e pulito. Dove – come scriveva un viaggiatore francese, Jacques Boulenger - “tutte le linee sembrano incontrarsi ad angolo retto”. Le casette basse e squadrate di fango e paglia sono ora solo un lontano ricordo, evocato da qualche esempio rimasto lungo il nastro d’asfalto. Adesso i palazzetti di mattoni rossi hanno sostituito le tipiche abitazioni contadine. Costruzioni non intonacate, mai terminate, sempre in procinto di alzarsi di un piano come stanno a dimostrare le anime di ferro che spuntano sul tetto usato per stendere i panni. Magari per dare spazio ai figli.
Costruire senza regole sarebbe, in effetti, formalmente vietato. Ma lo stop all’abusivismo edilizio non ha ancora risolto il problema. Perché i mattoni sono dappertutto. Sui camioncini, i pick up, i carretti trainati dagli asini. Pronti all’uso agli angoli delle strade, là dove c’è una sopraelevazione da portare a termine in fretta, prima che qualcuno venga a fermarti. In un posto, come il Delta, che ha un picco di densità abitativa da 1600 persone per chilometro quadrato.
Ma di mattoni e di inquinamento, a Sharawan, non parlano. Glissano. Oppure dicono che qui la situazione è buona. E in effetti il canale, all’apparenza, si ripulisce quando corre lungo la campagna e riacquista tutto il suo significato di fonte di vita. Non si vedono le piccole discariche abusive che disseminano invece il canale vicino ai centri abitati. Si vedono semmai gli approdi, Le barche che fanno la spola da una riva all’altra. E le macchie di colore che punteggiano la via d’acqua sono quelle delle variopinte galabyia delle donne che – tutte assieme – sono sulle rive per lavare i panni e il vasellame di metallo. “Non perché non ci sia acqua corrente a casa – puntualizza Nadia -. Ma perché al canale ci si va per parlare”. Per socializzare, si direbbe da noi. “Per combinare matrimoni”, spiega lei. E le rughe attorno alle sue labbra fini si infittiscono per lasciare spazio a un sorriso ironico.







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