Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Filippine, un populista a Palazzo

IPOTESI APERTE SUL RAPIMENTO DI DEL TORCHIO

Sequestro a Mindanao

FILIPPINE, L'ONU PARLA DI 4.460 MORTI, ARRIVA LA PORTAEREI USA 15/11/13

DISASTRI NATURALI: I PAESI IN VIA DI SVILUPPO I PIÙ COLPITI 14/11/13

TUTTI I SOLDI DI HAYAN 13/11/13

HAYAN SI ABBATTE SULLA CONFERENZA SUL CLIMA 12/11/13

LA CORSA DEL TIFONE HAYAN 10/11/13

MINDANAO, ALTA TENSIONE COL FRONTE MORO 19/9/13

FILIPPINE,LEGGE MARZIALE A MAGUINDANAO 6/12/09

FILIPPINE, POCHI I SOLDI PER FAR FRONTE ALL'EMERGENZA POST-TIFONE 15/10/09

FILIPPINE, OK AL BLITZ PER LIBERARE VAGNI 23/4/09

COS'E' ABU SAYYAF 23/4/09

FILIPPINE,L'ITALIANO ANCORA NELLE MANI DI ABU SAYYAF 19/4/09

FILIPPINE: OSTAGGI NELLA GIUNGLA DI ABU SAYYAF 1/4/2009

FILIPPINE: DAI FIORI ALLE BOMBE, L'ISLAM ALLA RISCOSSA 3/10/03

Dopo la bomba alla moschea nei pressi di Cotabato, sull'isola di Mindanao (Filippime meridionali) cresce la tensione nell'imminenza dei negoziati fra gruppi musulmani e governo filippino. L'intreccio di politica e religione tiene ancora in scacco il processo di pace.

Paolo Affatato

Venerdi' 3 Ottobre 2003
Zamboanga city - Li separa una strada, ma quei pochi metri valgono un burrone. Di qua il gruppo di etnia tausug, musulmani, pescatori e commercianti di stoffe; di là i chavacano, indigeni cristianizzati, agricoltori che masticano uno strano dialetto intessuto di spagnolo, retaggio della colonizzazione. Convivono a denti stretti, talvolta si guardano in cagnesco, e la chiesa o la moschea dove si radunano segna inequivocabilmente la loro diversità. Ma Zamboanga city, ieri "preciosa perlita", oggi cuore dell’orgoglio musulmano della grande isola di Mindanao (95mila kmq per circa 16 milioni di abitanti), nelle Filippine meridionali, è un miscuglio di razze e dialetti: i visayas sono giunti dalle isole più a Nord negli anni ‘50 e ‘60 in seguito alla politica di emigrazione guidata dal governo di Manila; gli yakan sono approdati qui da Basilan, l’isoletta dirimpettaia oggi famosa per la presenza dei terroristi del gruppo Abu Sayyaf; i sama, originari occupanti dell’arcipelago delle Sulu, anch’essi venuti a cercare fortuna sulla “terra ferma”; i badjao, gli zingari del sudest asiatico, pescatori che tirano a campare a fatica nelle loro palafitte.
La città, all’estremo Sud dell’omonima penisola, si affaccia sul mare delle isole Sulu, dove nel 1450 Sharif al Hashim, detto pure Abu bakr, instaurò il Sultanato, un regno islamico che sarebbe durato fino al 1915, quando venne cancellato dalla dominazione americana. Nei tre secoli precedenti però, dalla metà del 1500 in poi, furono gli spagnoli i colonizzatori. A loro si deve la cristianizzazione dell’arcipelago filippino, oggi roccaforte cattolica dell’Asia, e l’appellativo di moros (con senso dispregiativo) per gli indigeni locali divenuti musulmani. Ancor’oggi alla tradizione dei moros si riallacciano i gruppi guerriglieri che - invocando un antico diritto di precedenza - rivendicano uno stato islamico nel Sud delle Filippine. In nome dell’antico sultanato e del suolo islamico calpestato dagli invasori occidentali e cristiani, tengono in scacco il governo di Manila con una lotta armata che dura, a fasi alterne, da trent’anni, e che ha visto il passaggio di testimone tra diverse formazioni militanti.

Ieri i fiori, oggi le bombe
Zamboanga, che significa “città dei fiori”, è sempre stata un importante snodo commerciale per i mercanti cinesi e malay, poi per i coloni spagnoli e per gli americani, che agli inizi del ‘900 la fecero capitale della provincia comprendente allora l’intera Mindanao. Oggi, con i suoi 500mila abitanti, la città è un punto di riferimento a Mindanao occidentale per i trasporti, le comunicazioni, l’istruzione, il turismo. I fiori, però, non ci sono più. Ad austeri palazzi in cemento si alternano costruzioni in legno e quartieri di baracche o palafitte, più vicine al mare. Tutti rigorosamente divisi per gruppi etnici. Il traffico brulica di tricycle (una bicicletta o una moto a cui è attaccata lateralmente una sorta di carrozza per passeggeri), motorette, piccoli veicoli commerciali che testimoniano un’instancabile attività economica, soprattutto compravendita di prodotti agricoli e ittici, stoffe e pezzi di artigianato. Ma non solo: oggi è il contrabbando a farla da padrone, con sigarette, alcolici e armi che vengono smerciate in tutte le isole circostanti. La città, infatti, è considerata una sorta di “zona franca militare”, da dove transitano i rifornimenti di fucili, dinamite e munizioni ai gruppi guerriglieri.
E’ un paradosso, se si pensa che proprio Zamboanga è la sede del “Southern Command”, quartier generale delle forze armate filippine, il più importante avamposto dell’esercito nel Sud, il luogo da dove partono tutte le retate a caccia di terroristi, le incursioni nelle isole controllate dalla guerriglia, le operazioni militari su vasta scala. La gente sembra tornare in preda al panico quando ricorda l’offensiva indiscriminata lanciata tre anni or sono dall’ex presidente Joseph Estrada, che terrorizzò i civili e creò migliaia di sfollati nell’intera regione. Oggi l’esercito si muove per azioni mirate contro obiettivi specifici, data la “mano più leggera” dell’attuale presidente Gloria Arroyo. Ad ogni modo, quanto si decide a Manila – che sia guerra totale o negoziati, pugno duro o dialogo con i ribelli – trova a Zamboanga ripercussioni immediate.
Il generale Narciso Abaya, fama da duro, capo del Comando, di questi tempi freme per la caccia all’uomo, ancora senza successo, scatenata contro Fathur Rohman Al-Ghozi, il bombarolo indonesiano della Jemaah Islamya, accusato di alcuni attentati a Manila, fuggito clamorosamente a metà luglio dal quartier generale delle Forze Armate nella capitale e oggi rifugiato a Mindanao. Secondo alcuni osservatori, potrebbe essere protetto dai ribelli del Moro Islamic Liberation Front (Milf), il gruppo guerrigliero che combatte per uno stato musulmano a Mindanao. Ma i leader del Milf negano e Al-Ghozi resta un pericoloso latitante.
Non è tutto: blindati nel “SouthCom”, come lo chiamano gli abitanti del luogo, ci sono pure i marine americani giunti nelle Filippine dopo l’11 settembre per addestrare l’esercito regolare sulle tecniche di combattimento. Ma i biondi ragazzoni a stelle e strisce Zamboanga l’hanno intravista soltanto dall’aereo che li ha trasportati: in giro non si vedono, nè ai check-point, tantomeno in libera uscita. Allontanarsi dalla base è assolutamente vietato, dato che potrebbero essere facili obiettivi di azioni terroristiche o di sequestri, una pratica che Abu Sayyaf e altre bande della zona adottano abitualmente come forma di autofinanziamento. Scotta ancora l’episodio di un anno fa, quando un marine rimase vittima, con altri soldati filippini, di un attentato esplosivo avvenuto nei pressi del Comando. Se si ricorda l’ottobre 2002, la reazione sui visi dei chavacani è ancora di profondo shock e brividi a fior di pelle. Fu un mese di terrore. Prima la bomba al Comando, due settimane più tardi altri ordigni esplosero contemporaneamente in due centri commerciali della città. E, per finire, saltarono in aria cittadini e turisti giunti in città per la festa di Nostra Signora del Pilar, la madonna portata dagli spagnoli e venerata a Fort Pilar, un parco con mura e giardini d’epoca. Un luogo frequentato pure dai musulmani, che accendono anch’essi candele alla Vergine. Da allora i turisti e stranieri sono spariti. Un tempo erano i fiori, oggi sono le bombe a tenere banco fra la gente di Zamboanga. Il Comando ha diffuso un allarme rosso anche per i giorni a venire e le ambasciate di tutti i paesi occidentali sconsigliano vivamente ai loro cittadini di recarsi nella zona, date le voci di nuovi imminenti attentati. I pericolosi imputati sono gli stessi: i membri di Abu Sayyaf, letteralmente “Il brando di Dio”, un gruppo di giovinastri che, indottrinati da predicatori islamici, ha fatto del terrorismo uno strumento di lotta contro “Manila imperiale”, come è percepita la capitale dai sedicenti eredi del sultanato.

L’influsso dei predicatori wahabbiti
L’irredentismo islamico di Mindanao fu avviato già nei primi anni ’70 dal Moro National Liberation Front (Mnlf), storica formazione della resistenza musulmana contro lo strapotere centrale di Manila, occupata per un ventennio dalla dittatura di Ferdinando Marcos. Ma dopo decenni di lotta mai sopita, il Mnlf aveva siglato nel 1996 un accordo col governo centrale sull’istituzione della Regione autonoma musulmana di Mindanao che include circa 2 milioni di musulmani. Insoddisfatto di questo regime di autonomia, però, dal Mnlf si è staccato il Milf, movimento a connotazione spiccatamente islamica che, forte di 15mila uomini, ha lanciato una nuova campagna di reclutamento di mujaheddin per la guerriglia.
Intanto a Mindanao si andavano erodendo i rapporti fra cristiani e musulmani, nonostante gli sforzi di vescovi e missionari cattolici, che hanno prodotto iniziative lodevoli sul piano del dialogo interreligioso, ma quasi sempre unilaterali. Alla fine degli anni ‘80, infatti, la comunità musulmana ha subito un indottrinamento ideologico e religioso di stampo wahabbita da parte di predicatori e imam calati nelle Filippine da Afghanistan, Pakistan, Malaysia, Libia, Egitto e altri paesi arabi. La corrente dell’islam radicale ha lasciato segni tuttora visibili nell’istituzione di scuole coraniche, moschee e centri di cultura islamica, nell’ostilità verso i cristiani e nella necessità dichiarata di essere identificati come “musulmani filippini” in reazione a una cultura cristiana dominante. Basti pensare che il gran muftì di Zamboanga vive a Jedda, in Arabia Saudita, e torna per predicare (e infiammare gli animi) durante il Ramadan e in altri momenti particolari dell’anno. Su questo terreno ideologico e religioso sono germogliati gruppi e bande armate

La capitale nella morsa di caos e corruzione
Sullo sfondo delle difficoltà di Mindanao si staglia l’incertezza politica di cui è preda Manila, dove regna un caos che negli ultimi tempi ha rischiato di assumere i contorni di un golpe. Fra vertici politici e militari è guerra aperta, a colpi di ammutinamenti, dimissioni, accuse, minacce, reciproca delegittimazione. La pietra nello stagno puzzolente è stato l’ammutinamento di oltre 300 ufficiali che alla fine di luglio hanno occupato un hotel nel cuore del distretto finanziario di Manila, prendendo numerosi ostaggi e chiedendo le dimissioni della presidente Arroyo. Dopo giorni di trattative i militari hanno ceduto le armi, ma alcuni di loro hanno lanciato pesanti accuse che non potevano passare inosservate e che hanno scatenato un putiferio politico e mediatico. Il tenente Milo Maestrecampo, lunga militanza nelle file dell’esercito a Mindanao, ha denunciato una combutta fra settori deviati delle forze armate e i gruppi ribelli, a suo dire riforniti di armi in dotazione all’esercito regolare. Secondo il tenente, ai militari sono imputabili perfino due attentati dinamitardi compiuti nella primavera scorsa nella città di Davao, uno dei quali presso una moschea. Un mezzo per rinfocolare l’odio e la violenza e legittimare un’iniezione più corposa di fondi per combattere il terrorismo nelle tasche dei generali.
La corruzione muove le leve della politica filippina e si fa sentire anche nei confronti del processo di pace a Mindanao. Oggi Manila promette progetti di sviluppo e programmi per alleviare la povertà nelle zone musulmane del Sud. Ma sembra quasi che cerchi di “comprare la pace”, foraggiando i leader politici e militari di turno e i loro seguaci. La politica di integrazione nella burocrazia e nell’esercito regolare già adottata verso i membri del Mnfl (con una repentina mutazione, Nur Misuari, capo del movimento ribelle, è diventato governatore della Regione autonoma musulmana) è ancor’oggi valida per i militanti del Milf.
Nelle prossime settimane a Kuala Lumpur riprenderanno i negoziati: con la mediazione della Malaysia e lo sguardo compiacente di Usa, la stesura di un accordo di massima fra governo e ribelli si annuncia imminente, anche perchè il Milf, morto il capo storico Salamat Hashim, ha un nuovo leader, Ebrahim Murad, uomo pragmatico, appartenente all’ala militare del fronte, favorevole alla fine delle ostilità. Ma è presto per cantare vittoria: l’ala religiosa del movimento, quella capeggiata dagli ulama, i teologi musulmani formatisi in università islamiche egiziane o di altri paesi arabi, è pronta a sconfessare l’accordo e legittimare un nuovo corso di lotta armata. Gli intellettuali più coraggiosi e combattivi, come il prof. Shariff Julabbi di Zamboanga, speaker della Lega degli Ulama delle Filippine, già lo annunciano apertamente, senza fare mistero della loro diffidenza verso Murad, un leader “imposto con una manovra del comitato centrale”, che “non è un religioso e dunque non ci rappresenta”, e “non potrà, parlando a nostro nome, abdicare all’idea di uno stato islamico”, intento che è nel Dna del Milf. Dialogo e progetti di sviluppo, allora, possono andare a farsi benedire. L’incauto ottimismo del governo centrale, ansioso di scendere a patti con i ribelli per recuperare punti (e soprattutto investimenti) sulla scena internazionale, potrebbe ben presto tornare a scontrarsi contro il muro del radicalismo islamico. La strada verso la pacificazione di Mindanao è ancora lastricata di trappole mortali, tagliole che stringono la pace in un velenoso abbraccio fra politica e religione.



Powered by Amisnet.org