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IL GIOCO DEL BUZKASHI 23/4/02

È una passione popolare che né la guerra, né i colpi di stato, né il terremoto hanno spento. Perché quella sfida tra cavalieri, tutti contro tutti, esprime il carattere del Paese. E fornisce una chiave di lettura della sua secolare storia

La foto è di Davide Costa (Kabul 2008)

Emanuele Giordana

Martedi' 23 Aprile 2002

Il chapandaz sta eretto in cima al suo cavallo. Veste una tunica di cotone, stivali alti, un berretto circolare peloso, o il classico turbante o semplicemente una bandana che circonda la testa a proteggere dalla polvere. In mano il frustino. In mezzo all'arena di terra battuta, la carcassa di un vitello con la testa mozzata e le zampe tagliate all'altezza del garretto. Quando la partita ha inizio, un centinaio di cavalieri si lancia verso la preda al centro del campo. Il giocatore più abile afferra l'animale per una zampa e cerca di trascinarlo verso l'esterno dell'arena. Ma un vitello ha quattro gambe, e tutti gli altri concorrenti possono e devono cercare di strapparglielo di mano. Un turbinìo di sudore e polvere, sangue e nitriti, cadute spettacolari, fughe a rotta di collo. Fino a che il vincitore non lascia cadere l'oggetto del suo trionfo nel luogo deputato. Qualcuno l'ha definito un polo senza regole. Altri sostengono che si tratti dello "sport nazionale più violento del mondo". In realtà il buzkashi (la parola si potrebbe tradurre con "afferra la capra", perché alle origini era questo l'animale preferito per la contesa) non è solo violenza, e dire che non ha regole è inesatto. Le regole, semplicemente, non sono scritte, come molte di quelle che ordinano la vita degli afghani il cui codice varia dal pasthunwali delle tribù patane del Sud e del Sudovest, ai codici tradizionali dei clan tagiki, uzbeki, hazara. Ne dovrebbe sapere qualcosa Zahir Shah, il vecchio re afghano che un mesetto fa finalmente pregustava il suo ritorno nella patria "liberata". Qui tutto era pronto per accoglierlo degnamente, compresa la riapertura del "Grande Buzkashi" di Kabul (arena agognata da ogni chapandaz) e incluso il tentativo di colpo di stato da parte di Gulbuddin Hekhmatyar. Il re pensò bene di rimandare la partenza, mentre non volle rinunciare al grande show Mohammad Fahim, un tempo leader dell'Alleanza del Nord e oggi ministro della Difesa di Karzai. A ricordargli le regole del gioco è giunto puntuale, appena pochi giorni dopo, un attentato dinamitardo in cui il vecchio combattente è rimasto gravemente ferito. Ma ovviamente lo show deve continuare, né le guerre, né i colpi di stato né le catastrofi naturali - come il terremoto che ha devastato il nord del Paese - hanno mai avuto davvero ragione del buzkashi. E adesso che un bizzarro sodalizio mescola occidentali ad afghani, in un Paese che, come russi e inglesi sanno bene, non ama una lunga permanenza degli ospiti stranieri, ai giochi del 2002 partecipano anche soldati americani in libera uscita. La tradizione vuole che il gioco abbia le sue origini ai tempi della prima invasione di Gengis Khan. Dice la leggenda che i prigionieri catturati venivano gettati sul terreno davanti ai vincitori. Li portava a casa chi, a cavallo, se ne impadroniva. Ci sono grosso modo due versioni di buzkashi. La più semplice e più antica, tudabarai, consiste nell'afferrare la carcassa dell'animale dal punto centrale dell'arena per portarla fuori dal campo di scontro, in un tutti contro tutti, dove si salva chi ha il cavallo più veloce e il cipiglio più feroce. Più complessa è la versione qarajai, che prevede un giro attorno a un palo con una bandiera e il ritorno a un punto circolare situato vicino al punto di partenza. Uno che le conosce bene entrambi è un americano, Whitney Azoy, autore di Buzkashi: Game and Power in Afghanistan. Azoy cominciò a pensare al suo libro negli anni '70 quando, diplomatico all'ambasciata Usa di Kabul, decise di convertirsi all'antropologia. Aveva imparato la lingua locale e decise di passare qualche anno nel nord del Paese, a studiare i sotterranei rapporti tra i clan, i veri potentati dell'Afghanistan reale, separato da Kabul non soltanto da una distanza in chilometri. Il suo libro, best seller in America negli anni '80, torna ora in libreria, arricchito di due capitoli e un aggiornamento sulla "guerra infinita" e ancora in corso. Allievo di Clifford Geertz, Azoy si era immerso nella vita di un mondo eminentemente tribale dove era il potere del clan, più che quello dei funzionari della capitale, a contare. Scoprì che il gioco rivelava assai di più sull'Afghanistan che non i racconti, gli studi sulle parentele, le ricerche accademiche. "Il buzkashi", ci spiega oggi, " è il simbolo di una violenta competizione per il potere politico che, a dispetto dei periodi di pace, è sempre pronta a esplodere. L'Afghanistan è una sorta di Vesuvio: spettacolare, bellissimo, affascinante e spesso, come tra il 1930 e il '73 e in seguito ancora sino al '78, politicamente "dormiente". Ma sotto l'apparente calma, in questo Paese c'è sempre il potenziale di una violenta esplosione". Questa chiave permette di capire il potere dei signori della guerra, capi di tribù o clan. "Intanto chiamarlo "sport nazionale" non ha senso", dice Azoy, "perché l'Afghanistan non è mai stata, e non è, una nazione, nel senso di un rapporto di coerenza e responsabilità delle sue anime con l'autorità centrale. E infatti nel buzkashi ognuno corre per sé. C'è poi un secondo livello di competizione perché, nonostante l'apparenza, il vero giocatore non è il cavaliere ma il ricco proprietario del cavallo, il khan, che finanzia il gioco per il proprio personale prestigio". Gli sponsor degli altri concorrenti sono i suoi rivali nella vita. Quando il cavallo del khan vince, si dice che il suo nome "sale". "E la reputazione", spiega Azoy, "è la vera moneta della politica afghana". Negli anni '70, prima che l'Afghanistan diventasse noto per la resistenza anti sovietica o per Enduring Freedom, gli estimatori del buzkashi erano per lo più i soli afghani. O i pochi giovani occidentali che avevano scoperto un Paese da Mille e una notte sulla "via dell'Eden" che portava in India. Quelli che non avevano avuto la fortuna di vedere il gioco, si consolavano al rientro dalle Indie, con un film che il Mereghetti, bibbia dei cinefili, definisce "venato di cupo pessimismo, ma piuttosto velleitario nel suo messaggio vitalistico". Le proiezioni di Cavalieri selvaggi, pellicola del '71 di John Frankenheimer, con Jack Palance e Omar Sharif nella parte del chapandaz, era un cult e le proiezioni ripetute, come per il Rocky Horror Picture Show, venivano ritualmente seguite, tra nuvole di "canne" in onore di uno dei prodotti più tipici del Paese, da schiere di fricchettoni in un cinema di terza visione della periferia milanese e in qualche sala d'essai della capitale. Oggi quel film ci racconterebbe di un buzkashi rappresentazione della lotta tra le diverse anime di quegli spazi desertici. Aiutandoci forse a capire perché laggiù la pace sia ancora tanto lontana: anche il "piccolo gioco" con il vitello è parte di quel "Grande Gioco" caro a Kipling che in Asia centrale si continua a giocare da secoli.

Articolo pubblicato su D di Repubblica



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