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Si è aperta ieri la 12^ Conferenza internazionale sul clima, organizzata a Nairobi sotto l'egida delle Nazioni unite. Per parlare del dopo Kyoto e negoziare un nuovo accordo che coinvolga i paesi industrializzati e le economie emergenti.

Gabriele Carchella

Martedi' 7 Novembre 2006
Come salvare il mondo dal riscaldamento globale? Lo sgolarsi delle Cassandre ambientaliste, finora, non ha sortito molti effetti: i ricchi non accettano limiti; gli europei sono più bravi a promettere che a mantenere; i paesi emergenti non ci stanno a dare il buon esempio per primi. Risultato: la salute del pianeta non è migliorata. Ma prima che l'aria diventi irrespirabile si può ancora sperare. La soluzione ai problemi dell'ambiente la dovrebbe fornire la 12^ Conferenza internazionale sul clima, organizzata a Nairobi sotto l'egida delle Nazioni unite. In occasione dell'incontro, che ha aperto i battenti ieri mattina e li chiuderà il 17 novembre, arrivano i consueti appelli ad agire prima che sia troppo tardi. Al coro, quest'anno, si è aggiunta una voce inaspettata: quella del magnate Rupert Murdoch, proprietario di uno dei più grandi imperi mediatici del mondo. Il miliardario australiano si è schierato a sorpresa con il popolo verde: “Penso che ormai sia nostra responsabilità essere all'avanguardia su questa questione. Quello che è certo è che le temperature sono aumentate e che non siamo del tutto sicuri delle conseguenze che ne deriveranno”. Se si muovono anche i pezzi grossi di tendenze conservatrici, è segno che la terra, già malata grave, rischia di entrare in un coma irreversibile. Nel grande eco-meeting di Nairobi si confronteranno oltre seimila delegati in rappresentanza di 189 paesi. Lo scopo è effettuare diagnosi e trovare cure efficaci, così come previsto dalla Convenzione-quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, firmata nel lontano 1992. Insieme con la conferenza, si tiene anche il secondo vertice dei paesi aderenti al protocollo di Kyoto, entrato in vigore il 16 febbraio 2006 con la ratifica della Russia.
Il riscaldamento globale è ormai un fatto assodato. La temperatura media della terra è cresciuta di 0,7 gradi centigradi negli ultimi 300 anni. Ma, solo nel XX secolo, l'aumento è stato dello 0,5%. Inoltre, quattro dei cinque anni più caldi che si conoscano sono stati registrati negli anni Novanta del secolo scorso. Difficile attribuire tutto a un'evoluzione naturale, come hanno tentato di fare alcuni scienziati. La società industriale e dei consumi impone il suo dazio. Anche in paesi che non fanno parte del primo mondo: le economie dei paesi dell'Africa sub-sahariana “sono le più colpite”, ha avvertito il vicepresidente del Kenya Moody Awori aprendo i lavori. E ha aggiunto che “il cambiamento climatico si sta rapidamente manifestando come una delle più gravi minacce che l'umanità abbia mai dovuto affrontare”. I lavori di Nairobi si concentreranno sul dopo Kyoto, fase che comincia nel 2012 con lo scadere del protocollo. Gli impegni presi a Kyoto sembrano ormai superati, ma in pochi li hanno rispettati. I paesi industrializzati hanno ridotto le loro emissioni inquinanti del 3% dal 1990 al 2000. Il risultato, però, è legato soprattutto al crollo economico degli stati ex sovietici. Nel 2010, le Nazioni unite prevedono che i paesi industrializzati emetteranno il 10% in più di gas inquinanti rispetto al 1990. Se si pensa che l'obiettivo del protocollo è di ridurre le loro emissioni del 5,2% nello stesso arco temporale, si può concludere che la comunità internazionale ha fallito. Per questo, a Nairobi la parola d'ordine è svolta. La richiesta è unanime: urge un nuovo accordo che coinvolga anche Usa e Australia e vincoli le economie emergenti. Si infoltisce poi il partito delle sanzioni, che punta il dito in special modo contro India, Cina e Brasile, potenze economiche che avrebbero sacrificato l'ambiente sull'altare dello sviluppo. Ma c'è anche chi sottolinea che, in rapporto alla loro popolazione, le emissioni dei tre paesi sono minime. Diverso il discorso per gli Usa, che al pari dell'Australia non hanno ratificato il protocollo di Kyoto. Gli Stati uniti sono responsabili di circa un terzo delle emissioni di gas serra, ma è impossibile sanzionare chi non mette la sua firma sui trattati. Bush ha comunque i suoi avversari interni: una rete di comuni, che include New York e va dalla costa ovest a quella est, ha deciso di ridurre del 7% le emissioni entro il 2012. Alla “ribellione verde” hanno aderito anche politici democratici e repubblicani, così come diverse compagnie private. Ameno 40 milioni di americani si ritrovano così vincolati di fatto dagli obiettivi di Kyoto. Anche l'Europa si è fatta sentire. Un appello è arrivato dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha chiesto più investimenti e ha promesso che l'ambiente sarà al centro della presidenza tedesca della Ue (primo semestre 2007) e del G8 (intero 2007): “Milioni di persone in tutto il mondo saranno di fronte alla minaccia del bisogno e della miseria se noi non ci impegniamo ora seriamente a rafforzare l'azione a difesa dell'ambiente”. In Italia, il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio propone una conferenza nazionale sul clima da tenersi il prossimo anno: “È evidente che serve una svolta nelle politiche per contrastare i cambiamenti climatici e in questo anche l'Italia ha un ruolo importante da giocare”. In realtà, l'Italia ha brillato sinora per la sua negligenza rispetto agli impegni di Kyoto, guadagnandosi il titolo di paese più inadempiente d'Europa. Emissioni in aumento, controlli in ritardo e l'assenza di un piano strategico ci sono valsi la maglia nera. La nostra strada, in salita, riparte da Nairobi.

Pubblicato oggi sul Manifesto



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